Sergio Romano, Corriere della Sera 11/6/2007, 11 giugno 2007
Lei ricorderà certamente il nome di Renato Ruggiero, ministro degli Esteri del secondo governo Berlusconi
Lei ricorderà certamente il nome di Renato Ruggiero, ministro degli Esteri del secondo governo Berlusconi. Avrei, a proposito di quella vicenda, qualche domanda da porle. Che cosa fece il ministro suddetto di così grave da provocare la reazione sdegnata dell’opposizione di sinistra che chiese e ottenne le sue dimissioni? Come mai oggi, il ministro Visco, a parti invertite, invece non dà le dimissioni? Perché per chiedere e ottenere le dimissioni di qualcuno bisogna avere l’«arte delle grida»? O c’è una ragione che ignoro? Gaetano Definis gaetano.definis@unige.it Caro Definis, Ruggiero non si dimise, agli inizi del 2002, perché spinto a farlo dalla «reazione sdegnata dell’opposizione di sinistra». Si dimise perché si accorse che la sua politica europea non era condivisa da una parte importante del governo di cui faceva parte. Quella vicenda fu interessante e merita di essere rievocata. Quando Berlusconi, dopo la vittoria elettorale del 2001, lo chiamò al ministero degli Esteri, Renato Ruggiero aveva alle sue spalle molte esperienze. Era stato diplomatico, rappresentante dell’Italia a Bruxelles, segretario generale della Farnesina, ministro del Commercio estero nei governi di Bettino Craxi e Giuseppe Goria, vicepresidente della Fiat, direttore generale dell’Organizzazione mondiale del commercio e, infine, vicepresidente di uno dei maggiori gruppi bancari internazionali. Era stato quindi, a seconda delle circostanze, funzionario nazionale e internazionale, ministro, manager, banchiere. Ma sempre, in ogni occasione, dichiaratamente e appassionatamente europeista. Si disse allora che il suo nome era stato suggerito a Berlusconi da Gianni Agnelli e Henry Kissinger, durante una conversazione a Roma, come quello della persona che avrebbe meglio garantito la continuità europea e atlantica della politica estera italiana. Fu questa, credo, la ragione per cui Ruggiero accettò. Quando entrò alla Farnesina dovette pensare che Berlusconi, dopo averlo nominato, lo avrebbe sostenuto. Fu chiaro tuttavia, nel giro di pochi mesi, che il presidente del Consiglio non avrebbe speso molte parole per difendere il suo ministro degli Esteri dalle frecciate antieuropee che provenivano dalla Lega, da una parte di Alleanza nazionale e persino da alcuni esponenti di Forza Italia come Antonio Martino e Giulio Tremonti, rispettivamente ministro della Difesa e ministro dell’Economia. Vi furono alcuni incidenti, ma la goccia che fece traboccare il vaso della pazienza di Ruggiero fu probabilmente il modo in cui alcuni ministri e rappresentanti dei partiti di governo cominciarono a svilire e a schernire l’euro nel momento stesso della sua introduzione. Quando ebbe l’impressione che la deriva antieuropea di una parte della maggioranza avrebbe pregiudicato la credibilità della sua diplomazia, il ministro degli Esteri dette una intervista a Sergio Rizzo del Corriere in cui espose con chiarezza le ambiguità e le contraddizioni del governo. Credo che il senso e lo scopo dell’intervista fossero contenuti in una risposta all’intervistatore verso la fine del colloquio. Quando Rizzo gli chiese quale fosse la posizione del presidente del Consiglio in materia d’Europa, Ruggiero disse: «Per il momento non ha avuto modo di esprimersi molto sui principi generali, ma quello che ha detto dimostra una inclinazione europeista». Con questo «beneficio del dubbio» Ruggiero sperava forse di indurre Berlusconi a prendere partito e a chiarire una volta per tutte la linea europea della politica estera italiana. Il chiarimento non ebbe luogo, o non fu soddisfacente, e Ruggiero decise di andarsene. Fece bene. Era stato chiamato a rappresentare la continuità della politica estera italiana e aveva capito che non avrebbe avuto l’autorità per farlo. Come vede, caro Definis, il caso Ruggiero e il caso Visco sono completamente diversi. Potrebbe esservi una analogia invece fra il dilemma di Ruggiero e quello che dovrebbe affrontare il ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa il giorno in cui si accorgesse di non poter fare la politica economica e finanziaria per cui è stato chiamato a far parte del governo Prodi.