FRancesco Giavazzi, Corriere della Sera 11/6/2007, 11 giugno 2007
Dodici anni fa a Parigi Alain Juppé – presidente del consiglio del primo governo nominato da Jacques Chirac dopo la sua vittoria alle presidenziali del maggio 1995 – annunciò un ambizioso programma di riforme
Dodici anni fa a Parigi Alain Juppé – presidente del consiglio del primo governo nominato da Jacques Chirac dopo la sua vittoria alle presidenziali del maggio 1995 – annunciò un ambizioso programma di riforme. Avrebbe cominciato con l’estendere ai dipendenti pubblici la riforma delle pensioni che il suo predecessore, Eduard Balladur, aveva introdotto per il settore privato. Ma durante l’estate, prima di metter mano alle riforme, si occupò di riportare in equilibrio i conti pubblici. E lo fece non intervenendo sulle spese, che aumentarono, ma con un sostanzioso incremento della pressione fiscale, che salì in un anno dal 48 a oltre il 49% del reddito nazionale francese. Quando in autunno Juppé affrontò la riforma previdenziale venne travolto dallo sciopero dei ferrovieri e costretto alle dimissioni. L’opposizione dei sindacati non fu sorprendente: facevano il loro mestiere e la Cfdt addirittura appoggiò il progetto del governo. Ciò che lo affondò fu il mancato sostegno della classe media e della borghesia, che pure qualche mese prima avevano eletto Chirac con un’ampia maggioranza. Poco lo aiutò l’indubbio merito di aver riportato in attivo i conti dello Stato. (Il nostro ministro dell’Economia Tommaso Pa - doa-Schioppa insiste – anche nell’intervista di ieri al Tg1 – nel tentativo di convincere i sindacati ad appoggiare la sua riforma pensionistica. Non capisce che, come Juppé, verrà travolto dai ceti medi del Nord, che già lo hanno abbandonato, non dai sindacati. Ieri alla Nuova Venezia l’imprenditore Mario Carraro, da sempre un leale sostenitore del centrosinistra, ha detto: «Non esiste più alcuna sintonia tra chi ci governa e il Nord dell’Italia»). L’esperienza di Alain Juppé è ben presente a Nicolas Sarkozy che aveva osservato il naufragio di quel governo dall’esterno, essendone stato escluso. E infatti la strategia del nuovo presidente è radicalmente diversa. Grazie alla maggioranza parlamentare conquistata con la grande vittoria di ieri, il primo passo consisterà in un’ampia riduzione delle tasse destinata a favorire un po’ tutti. Deducibilità completa degli interessi sui mutui, forte riduzione dell’imposta sulla ricchezza, tetto massimo del 50% alle imposte pagate a qualsiasi titolo dai cittadini, eliminazione dei contributi sociali per le ore di straordinario. Il tutto prima dell’estate. Le riforme, e in particolare la più delicata e importante, l’unificazione dei contratti di lavoro, sono rimandate all’autunno. Il progetto per il mercato del lavoro è intelligente, e non a caso Sarkozy ne ha delegato l’ideazione a due dei migliori economisti francesi: Olivier Blanchard e Charles Wyplosz. Il nuovo contratto offrirà garanzie crescenti nel tempo: precari all’inizio, ma con la prospettiva di divenire dipendenti stabili se con il passare del tempo il rapporto tra lavoratore e impresa dimostra di funzionare. Conquistato l’appoggio del ceto medio con i tagli alle imposte – e anche quello di molti sindacati poiché la detassazione degli straordinari favorirà l’occupazione – Sarkozy sarà abbastanza forte da resistere all’opposizione che in autunno le sue riforme inevitabilmente incontreranno. Rimane un dubbio: il taglio delle tasse porterà per qualche anno il deficit francese in zona-rischio e Bruxelles già si preoccupa. Ma che importanza ha un deficit temporaneamente un po’ più alto, se il beneficio è una trasformazione radicale del mercato del lavoro francese? Juppé aggiustò momentaneamente i conti, ma nei dodici anni successivi il debito pubblico francese è salito dal 55 al 65% del Pil e le sue riforme sono ancora tutte da fare.