Guido Santevecchi, Corriere della Sera 9/6/2007, 9 giugno 2007
DAL NOSTRO INVIATO
HIGHGROVE – Le galline razzolano su un prato che più verde non si può: qui cadono in media 890 millimetri di pioggia l’anno e anche se siamo in giugno, al tempo del riscaldamento terrestre, la giacca a vento fa ancora piacere. All’ingresso i poliziotti sono gentili ed efficienti: controllano che il nome sia nell’elenco degli ospiti e chiedono solo di spegnere il cellulare.
Subito dopo il cancello un paio di cartelli annunciano: «State entrando in una zona libera da Organismi geneticamente modificati» e «Old fashioned establishment».
Highgrove è qualcosa più di «un’azienda all’antica»: è la residenza privata di Sua Altezza Reale il Principe di Galles. «Sì, è la casa di famiglia dove Carlo corre appena è libero dagli impegni di erede al trono, anche se ha solo una notte tra un viaggio e l’altro», dice la segretaria per i rapporti con la stampa, che parla a condizione di restare anonima, come è consuetudine dello staff reale.
Entrare in questa tenuta a due ore d’auto a Ovest di Londra, nel Gloucestershire, è un’occasione per leggere nella mente e nell’anima dell’uomo. Ci si trovano le sue passioni: dalla difesa dell’ambiente all’attenzione per l’arte e l’architettura tradizionale. Qui Carlo ha vissuto alcune delle giornate più belle e più tristi.
A cominciare da quando la comprò nel 1980 da Maurice Macmillan, figlio del primo ministro Harold. Era un po’ malandata allora la villona giorgiana costruita nel Settecento da un nobile ugonotto: nella sala da ballo la giovane nipote del proprietario morì bruciata dalle fiamme che avevano aggredito la sua gonna mentre volteggiava vicino al caminetto. Subito i Royal Watchers indovinarono che l’acquisto era il preludio al grande evento: il principe aveva bisogno di una casa tutta sua perché stava per sposare Diana. A Highgrove sono cresciuti William e Harry. E a Highgrove il principe e la moglie irrequieta scoprirono di non amarsi più, forse di non essersi mai capiti. La prova della fine del matrimonio arrivò ancora dalle stanze immerse nella tranquillità della campagna: le foto dei due letti separati che qualcuno passò ai giornali.
Ma a Highgrove continuavano a vivere felici i principini e Diana la frequentava. Fino all’estate del 1997, quando Carlo decise di darci una festa per Camilla e l’ex moglie andò in vacanza a Parigi con Dodi Al Fayed.
Ora nei giardini è rimasta la casetta di legno costruita su un albero per far giocare i principini. L’anno scorso è stata usata ancora, per ospitare i figli di un soldato di Sua Maestà caduto in Iraq: «Qualcuno gli ha fatto trovare dentro un piccolo tesoro in monete di cioccolata, una cosa molto bella e molto triste» sussurra la nostra guida.
L’amore di Carlo per Highgrove è rimasto intatto. «Prima non avevo alcuna esperienza di giardinaggio o agricoltura, gli unici alberi che avevo piantato erano quelli delle cerimonie ufficiali, in buchi nella terra molto ufficiali... decisi che mi sarei preso cura del posto in modo molto personale, per lasciarlo un giorno in condizioni migliori», ha raccontato Sua Altezza.
Il principe scrisse che era sconvolto dalla scomparsa dei fiori di campo, delle siepi che una volta circondavano le fattorie britanniche, travolte dall’agricoltura industriale. «Ho sentito nell’anima che se si ferisce la natura senza motivo e non si mantiene l’equilibrio, la natura probabilmente si rivolterà e ci ferirà a sua volta», ha confidato nel suo libro «Elementi del giardinaggio organico». E ancora: «Una delle grandi difficoltà è convincere il prossimo che non sei diventato matto». Parole scelte non a caso: quando negli anni Ottanta cominciò la sua crociata organica, la stampa britannica gli rispose sghignazzando. Con titoli sul tipo «L’uomo che sarà re parla alle piante». Non era di moda allora il tema ambientale, che oggi domina il dibattito tra i potenti della terra. D’altra parte Carlo un po’ se l’era cercata, quando pensò di consigliare che «per avere il risultato migliore bisogna parlare alla propria verdura». Coerente con le sue idee comunque, fino al punto di ammettere di sentirsi «un dissidente».
I 300 ettari di terra intorno a Highgrove sono di giardini, tutti curati dal principe (manualmente dai suoi nove devoti giardinieri): c’è il Woodland Garden dove i raggi del sole faticano a filtrare tra gli alberi; il Southern Hemisphere Garden, protetto con un muro dal vento per farci crescere banani e palme; l’Arboretum; la passeggiata delle Azalee; il kitchen garden per le verdure che ora profuma di rosmarino.
Al principe piace mangiare sano e bene, anche se poco perché dicono che non può permettersi di ingrassare: spenderebbe una fortuna per farsi aggiustare vestiti e divise. E ha già sborsato almeno un milione di euro per le sue piante. Banditi i concimi chimici, i disinfestanti Disseminati nel verde tempietti orientali, il santuario del millennio, luoghi di meditazione e opere d’arte. C’è una statua di Diana (la dea della caccia) e un bassorilievo di Tigga la cagnetta terrier compagna di caccia alle lepri nel bosco. Qui è il regno dell’ecosostenibile: per lavarsi si usa l’acqua piovana, gli scarichi sono filtrati da un sistema di canne e giunchi. Il principe ricicla tutto, dalle bottiglie alle lattine ai vestiti vecchi, alle radici.
Dicono che una volta il padre, il Duca Filippo, vedendo quello che credeva ciarpame chiese: «Figliolo, quando farai pulizia con un bel falò?».
A qualche chilometro c’è la fattoria organica, la Duchy Home Farm. Un gioiello affidato al fattore, il signor David Wilson, che la guida nella battaglia ecologica con l’ardore di un colonnello della Guardia. Seicento ettari di terra con grano, mucche e tori Angus, razza pregiata e a rischio di estinzione, maiali, pecore delle Ebridi. I prodotti organici con il marchio Duchy Originals sono diventati famosi nel mondo, ma lo scopo dell’allevamento «è anche di salvare un po’ di diversità genetica britannica dall’omogeneizzazione delle multinazionali».
Dissidente, eccentrico, arrogante forse. Ma anche magnanimo il principe. Disposto ad aprire i giardini ai sudditi, che possono scrivere al suo ufficio di Londra (The Prince of Wales, Clarence House, London SW1A) per prenotare una visita in gruppi di 25 tra aprile e ottobre. «Rispondiamo a tutti, ma c’è una lista di attesa di tre anni», spiega una graziosissima portavoce.