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 2007  giugno 09 Sabato calendario

MILANO

Guardare ma non toccare. Leggere ma non fotocopiare. Al massimo, appunti. Previa identificazione a mezzo carta d’identità dell’avvocato di turno, e con divieto di entrare con macchine fotografiche, cellulari, scanner o registratori. Tempo: tre giorni da lunedì. Sono queste le «procedure» con le quali il Tribunale di Milano presieduto da Livia Pomodoro ritiene di «garantire le prerogative dei parlamentari e le esigenze del diritto di difesa» degli indagati, una volta che nell’inchiesta Antonveneta un’ordinanza del gip Clementina Forleo ha interpretato la legge nel senso di ritenere caduto il «segreto d’indagine» su 73 telefonate: le intercettazioni indirette di 6 parlamentari (i ds D’Alema, Latorre e Fassino, i forzisti Grillo, Cicu e Comincioli), fatte trascrivere in marzo dal gip a un perito che le consegnerà lunedì. Giorno dal quale saranno per forza messe a disposizione dei difensori degli 84 indagati (come Fiorani, Ricucci, Consorte e lo stesso Grillo, unico parlamentare indagato ma in base ad altri elementi) a carico dei quali vorrebbero utilizzarle i pm, che a questo scopo chiedono al gip di domandare l’apposita autorizzazione al Parlamento.
Nella sua ordinanza del 30 marzo, nella quale il gip distingueva tra la questione dell’utilizzabilità (subordinata appunto al via libera del Parlamento) e il profilo invece della conoscibilità per le parti processuali delle telefonate ormai depositate dai pm (seppur solo in audio) proprio nell’ambito della procedura di autorizzazione, Forleo aveva motivato la preliminare trascrizione delle bobine con l’impossibilità a suo avviso di valutarne la rilevanza in base al solo ascolto dell’audio inviatole dai pm; e a proposito del rischio che la messa a disposizione degli avvocati delle trascrizioni potesse far venire meno il cordone sanitario che la Procura puntava a mantenere sulle telefonate fino al loro approdo in Parlamento, il gip aveva rivendicato che «dovesse esulare dalle valutazioni di questo Giudice ogni aspetto concernente la maggiore facilità di accesso al materiale in questione da parte di terzi estranei al procedimento».
Ma i timori subito levatisi in Parlamento, l’immediata lettera di richiesta di informazioni da parte dei presidenti di Camera e Senato al presidente del Tribunale di Milano, e a seguire la lettera anche del ministro della Giustizia, se non hanno fatto riconsiderare questo aspetto nella sostanza (le intercettazioni è confermato saranno da lunedì a disposizione degli avvocati di 84 indagati), hanno però determinato parziali modifiche nelle forme di consultazione.
Al punto che in Tribunale, come già in Procura, si percepisce chiaramente la speranza che proprio il tipo di precauzioni adottate, ai limiti dell’"ostruzionismo" logistico ai difensori, scoraggi dall’accostarsi a questo materiale gli avvocati degli indagati: nessuno dei quali in effetti ha sinora nominato (come pure sarebbe stato suo diritto) un proprio perito fonico, né richiesto la duplicazione dei file audio per fare una controperizia. Come al solito, col cerino in mano resteranno i giornalisti che – vigendo sempre il reato di «pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento penale» ma in una situazione ibrida (né segreto totale né trasparenza totale) – si ritroveranno a dover galleggiare negli spezzoni di intercettazioni che, veri o falsi, completi o travisati, potranno cominciare ugualmente a circolare a seconda dell’interesse di questa o quella persona fra le ormai non più poche (indagati, avvocati, magistrati, finanzieri, periti, cancellieri) che da lunedì ne saranno a conoscenza.