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 2007  giugno 07 Giovedì calendario

I black bloc dell’antichità. la Repubblica, venerdì 7 giugno «Viene organizzata una manifestazione di giovani vestiti di nero e col capo rasato»

I black bloc dell’antichità. la Repubblica, venerdì 7 giugno «Viene organizzata una manifestazione di giovani vestiti di nero e col capo rasato». Sembra l´attacco dell´ennesima cronaca delle malefatte dei Black Bloc che tornano a far parlare di sé in occasione del G8 di Heiligendamm. E invece no. Il cronista è Senofonte, il grande storico greco che, con un anticipo di duemilacinquecento anni sui no-global, parla dei Black Bloc dell´antichità. A Sparta li chiamavano Kryptoi, gli oscuri, gli invisibili, i mascherati. Erano giovanissimi, vivevano ai margini della città, mangiavano quel che capitava, condividendo tane e giacigli con gli animali: un po´ come i nostri "punkabbestia". Ragazzi-contro in tutti i sensi, resistenti ad ogni forma di organizzazione, di gerarchia, di inquadramento stabili, si muovevano isolati o in piccoli gruppi. Agivano prevalentemente nelle tenebre, sotto la protezione delle divinità della notte. E, soprattutto, erano violentemente e simbolicamente antagonisti rispetto all´organizzazione sociale e politica della città. La loro tana erano le alture, le boscaglie, le terre di nessuno. Insomma tutti gli spazi che rappresentavano il contrario dell´urbanitas, la negazione della città e delle sue regole. Il nume tutelare dei Kryptoi era Melanthos il nero, una personificazione di Dioniso, il dio del caos, della trasgressione, degli stati alterati di coscienza. Questo idolo generazionale, chiamato semplicemente l´Adolescente, era per i giovani greci quello che per molti giovani antagonisti di oggi è il subcomandante Marcos, la primula nera del Chiapas che abita le alture più impenetrabili del Messico, da cui di tanto in tanto esce inatteso, come un Dioniso guerrigliero, per irrompere a sorpresa sulla scena politica. Il suo volto coperto, la sua identità criptata, ne fanno un significante zero, il simbolo di un rifiuto radicale. Un No fatto persona. Il modello di ogni margine inquieto: geografico, sociale o generazionale. Persino nel modo di esercitare la violenza i Kryptoi greci sembrano gli antenati dei Black Bloc. Questi "cattivi ragazzi" dell´antichità si avvicinavano ai bersagli da colpire armati solo dello stretto necessario, spesso addirittura disarmati per non farsi individuare. Le armi se le fabbricavano sul posto a seconda della situazione e dell´avversario. Il loro asso nella manica erano le reti da caccia con le quali tendevano agguati ai nemici impedendo loro di reagire con lucidità. Un´arma assolutamente generazionale visto che nel mondo mediterraneo la caccia con la rete veniva considerata una cosa da ragazzi, non da veri uomini che hanno famiglia e che combattono per la patria in campo aperto. Non a caso il mito greco attribuisce l´invenzione delle reti ad Ippolito, figlio di Teseo, il prototipo del giovane che rifiutando matrimonio e famiglia, di fatto si ribella alla società e alle sue istituzioni. Detto con le parole di oggi, la rete dei Kryptoi era il simbolo di una violenza impolitica, dell´istinto quasi animale di chi ha meno forza del nemico e quindi gioca d´astuzia. Anche i commando antiglobal usano la rete, ma quella virtuale, che oltre ad essere strumento di lotta, è il simbolo stesso della loro aggregazione senza capi e della loro connessione senza organizzazione, senza un centro politico. Le analogie però finiscono qui. Perché la violenza dei Kryptoi aveva un termine, durava due anni. Poi la città degli adulti li ammetteva fra gli uomini. Quel periodo senza tetto né legge era dunque una iniziazione alla violenza nel corso del quale questi Brothers in arms sperimentavano la morte della propria innocenza infantile. Il nero che li avvolgeva era anche il simbolo del lutto per quella perdita di sé che rende così impenetrabili il dolore e il furore che a tratti compaiono sul volto degli adolescenti di ogni tempo e di ogni luogo. Con quella vita di branco ai margini della società, i giovani greci imparavano a conoscere il male - a farsi amico l´orrore, avrebbe detto Conrad - e al tempo stesso mettevano in scena l´ultimo sussulto dell´adolescenza che sta per essere abbandonata. Il loro viaggio nella tenebra era dunque un rito di passaggio che trasformava i ragazzi selvaggi in cittadini pronti ad occupare il loro spazio nella politica degli adulti. Nel caso dei Black Bloc invece non c´è nessuna iniziazione. Il nostro mondo infatti non fissa più riti di passaggio, non stabilisce premi e castighi, meriti e responsabilità, tappe che diano ritmo e senso al cammino della vita. Quello di oggi è un mondo che non fa spazio ai giovani, condannandoli a restare "ragazzi" a tempo indeterminato, a vivere una marginalità che è sociale prima ancora che generazionale. Quando il timer che comanda l´avvicendamento fra le generazioni si inceppa la macchina sociale gira a vuoto. E gli adulti rimangono fermi sulle loro posizioni mentre i giovani sono costretti a fare i giovani. Senza futuro. Allora la rabbia diventa furore distruttivo e rituale autodistruttivo. In questo senso più che una contestazione politica, quella del Blocco Nero è una dissipazione antagonistica di sé. L´affermazione violenta di una "estraneità criptica" gettata in faccia alla politica degli adulti. Marino Niola