Oriana Liso, la Repubblica 7/6/2007, pagina 29., 7 giugno 2007
Così ci addestravano a diventare martiri. la Repubblica, venerdì 7 giugno MILANO - Arrestato a Marsiglia nel 2002, Tlili Lazhar è il primo tra i pentiti delle inchieste sul terrorismo islamico che prova davvero a diventare un martire: va in Afghanistan, cerca di imparare come costruire le bombe, ci perde una mano e la fede nella jihad e torna in Italia
Così ci addestravano a diventare martiri. la Repubblica, venerdì 7 giugno MILANO - Arrestato a Marsiglia nel 2002, Tlili Lazhar è il primo tra i pentiti delle inchieste sul terrorismo islamico che prova davvero a diventare un martire: va in Afghanistan, cerca di imparare come costruire le bombe, ci perde una mano e la fede nella jihad e torna in Italia. Dopo il suo arresto e dopo - come dice davanti al gip Salvini - che in Francia sarebbe stato torturato per giorni dalla polizia durante gli interrogatori (e il gip ha segnalato il fatto, vista la sua gravità, alle autorità francesi), Tlili decide di collaborare. Viene estradato e inizia a raccontare, mentre la sua vita finisce sotto copertura. Racconta come i tunisini milanesi cercassero di imparare il mestiere delle armi e il modo per conquistarsi le 72 vergini nel regno dei cieli. Ma anche come per lui, durante l´addestramento militare, fosse diventato chiaro che «le cose della jihad sono tutte stronzate, non volevo più fare il martire», come racconta agli investigatori. LA CONVERSIONE Tlili arriva in Italia nel 1994. Approda a Milano e inizia a spacciare hashish: così conosce Zouheri Riabi, l´artefice della sua conversione, che gli fornisce la droga. «Zouheri aveva saputo della morte di sua sorella. Una sera lo trovai a casa in lacrime poi, dopo qualche giorno, iniziò a pregare e ad andare nella moschea di viale Jenner ogni giorno. Aveva smesso di spacciare e si faceva crescere la barba. Con il cattivo tempo iniziai a stare in casa con lui la sera e iniziai a vedere le videocassette che lui portava dalla moschea e mi avvicinai alla religione. Le cassette erano di guerre in Cecenia e in Bosnia, oppure di sceicchi che inneggiavano alla jihad. Quando gli dissi che mi ero convertito lui disse che ogni musulmano aveva il dovere di andare in Afghanistan a imparare l´uso delle armi». LA MOSCHEA Racconta ancora Tlili su viale Jenner, la moschea che, dice il gip Salvini, «è luogo di persuasione e di avvio alla guerra santa»: «Queste cose Zouheir non le aveva imparate da solo ma qualcuno gliele spiegava e poi le diceva a noi. quando stavamo in moschea in viale Jenner lui stava in disparte con gente importante. Credo che questa persona fosse un tunisino (Habib Ignaoua, ndr) perché la moschea era in mano agli egiziani e non credo che gli egiziani parlassero di queste cose con lui. Dico pure però che gli egiziani avevano il controllo sulla mosche a e che non era possibile che si facesse qualcosa che loro non volessero». LAVAGGIO DEL CERVELLO Si chiama "brainwashing": è «il lavaggio del cervello a sfondo religioso, ammesso che ancora di "religione" si possa parlare in casi simili», scrive Salvini, che aggiunge: «Si ricava un quadro impressionante delle manipolazioni e delle tecniche di "comunicazione persuasiva" messe in atto da alcuni imam di Milano nei confronti di giovani con scarsi strumenti culturali convinti a diventare martiri». Racconta Tlili: «Le persone che cercano di convincere sono persone che parlano l´arabo classico, parlano della religione, del paradiso, delle 72 vergini e dei vantaggi dell´andare in paradiso da martiri». IL CAMPO Tlili e Zouheir decidono: si parte per l´Afghanistan. «Per la prima volta - scrive il giudice - un aderente a una cellula radicata a Milano racconta dall´interno il viaggio in Afghanistan nel periodo del pieno predominio dei talebani e di Al Qaeda». Dice Tlili che dovettero prima procurarsi il passaporto e il visto falsi e poi comprare i biglietti. «Nel momento in cui partii ero consapevole di andare in Afghanistan perché dovevo andare poi a combattere in Cecenia». Dopo l´attraversamento del confine, l´arrivo al campo di addestramento di Al Qaeda di Farouk. «Nei tre mesi di addestramento abbiamo imparato a usare armi leggere (pistole, fucili, missili Sam a spalla, razzi Rpg, kalashnikov). Poi andai a Kalden». MORTE AGLI INFEDELI «A Kalden la preparazione era più ideologica e religiosa: ci insegnavano che si dovevano combattere gli americani e i loro alleati perché nemici di Dio e perché loro ammazzano i musulmani dappertutto. Ammazzare gli infedeli era un dovere di ogni musulmano. venivano studiati anche gli attacchi suicidi, i combattenti venivano preparati mentalmente». LA DELUSIONE Arriva il momento in cui la fede di Tlili inizia a vacillare. «Ero rimasto deluso dalla religione». La sua riconversione nasce da una grave ferita che curerà al ritorno a Milano. «Si è trattato dell´esplosione della bomba che stavo preparando. A causa di un mio errore mi esplose nella mano destra prima del lancio. Quell´esplosione fu uno choc. Capii che le cose della jiahd sono tutte stronzate. Fino a quel momento io odiavo gli americani e gli infedeli. Mi avevano insegnato così. Ma non volevo fare azioni suicide, volevo combattere, sarei stato felice di morire da martire in combattimento. Decisi di farla finita con quelle cazzate e feci in modo di tornare in Italia, A me è andata veramente bene, io mi sono svegliato». Oriana Liso