Roberto Vacca, Nòva 7/6/2007, pagina 6., 7 giugno 2007
Oggi parliamo itangliano. Nòva del Sole-24 Ore, giovedì 7 giugno "Non procedo all’implementèscion, se non ho i rodèita processati
Oggi parliamo itangliano. Nòva del Sole-24 Ore, giovedì 7 giugno "Non procedo all’implementèscion, se non ho i rodèita processati. Sono abbastanza autspochen? E con chi intrude nel mio beiliuìc, avrò uno sciodàun". La frase contiene una parola inglese su quattro. Non è una frase italiana, ma "itanghliana". Chi conosce il significato di: implementation, raw data, outspoken, intrude, bailiwick, showdown, capisce che vuol dire: "Non passo alla fase operativa, se non sono stati elaborati i dati di base. chiaro? E chi vuole esautorarmi, metta le carte in tavola". Invece la frase non ha senso per chi non parla inglese. Da molti decenni parecchi manager europei usano questo linguaggio bastardo intersperso di termini anglosassoni, talora scelti male. I francesi pronunciano le parole inglesi in modo obbrobrioso, ma hanno creato la parola franglais ("franglese") che è entrata nell’uso. I businessmen italiani, in genere, pronunciano meglio (tranne quelli che dicono "manàggement")e anche loro usano spesso parole inglesi. Trent’anni fa, dopo averne incontrati tanti, con lo pseudonimo di Giacomo Elliot scrissi un manualetto di management, Parliamo Itanghliano, ma il termine non entrò nell’uso. Nel 1999 lo completai: "Le 600 parole inglesi usate nel management in Italia" (Consigli a un giovane manager, Einaudi). Oggi si discute ovunque se davvero l’inglese sia diventato lingua universale. In forme degradate lo era già da secoli nella struttura mista del Pidgin English, formatosi in Africa, Oceania, Hawaii Hong Kong. Esempio: "calvo" si diceva "man he no belong head grass" (uomo lui non ha erba-testa). Sono insensati i lamenti di chi invoca la purezza delle lingue antiche da non adulterare con l’inglese. Augusto imperatore parlava greco. Domina sempre la lingua di quelli che sono numerosi, pensano e fanno cose importanti e interessanti. Malgrado l’ortografia complicata e assurda, l’inglese domina nella produzione letteraria, militare, giuridica, tecnica e scientifica con i numeri di inglesi, americani, asiatici. I successi commerciali e tecnologici sono irresistibili, anche se mancano quelli militari. inevitabile che le lingue miste si diffondano. L’itanghliano è robusto perché certe parole inglesi non esistono in italiano. Esempio: "briefing": è il colloquio in cui il capo spiega ai prescelti, prima di una missione militare (o aziendale), dove andare e quando, quali sono gli obiettivi, che cosa fare, quali risultati sono attesi e fornisce ogni dato o notizia rilevante. La parola in italiano non c’è perché troppo spesso il briefing non si fa. Deriva dal latino "brevis" - breve messaggio di istruzioni -. In italiano è rimasta solo la locuzione "breve papale". Altre parole senza equivalente sono: "debriefing", "failsafe", "failsoft", "deliverable" e parecchie altre. Vanno evitate, invece, le parole che hanno equivalenti ovvi. Esempi: "mission", "target", "board", "ceiling", "slowdown" e altre. Mai usare acronimi di locuzioni inglesi. Esempi: Ceo (Chief executive officer, il capo in testa in genere amministratore delegato e (in Usa) presidente); Gdp (Gross domestic product) invece di Pil. Mai scrivere 16,7 e pronunciarlo "sedici-punto-sette". Evitare come la peste (in America si chiamano "nonos"): superlativi con "very" seguito da aggettivo italiano. Esempio "very in gamba", modi di dire usuali in paesi anglosassoni, come "cash&carry",che diretti a un vasto pubblico possono solo causare confusione - parole del tutto normali che esprimono concetti semplici, dette in inglese per vezzo - neanche per sfoggio (non c’è niente da sfoggiare). Esempio "deve essere stata colpa dei lazy boys". scusato se usa qualche termine inglese (anche superfluo) chi sa l’inglese tanto bene da pensare normalmente in quella lingua, specialmente se è appena tornato da un lungo soggiorno all’estero. Però conviene sapere l’inglese perfettamente (magari parlando e scrivendo diversamente e correttamente in britannico e in americano), ma fare anche lo sforzo di parlare correttamente la propria lingua, almeno finché non si debbano usare parole che essa non include. Roberto Vacca