Marco Magrini, Il Sole-24 Ore 7/6/2007, pagina 9., 7 giugno 2007
Il Texas sogna un carbone pulito. Il Sole-24 Ore, giovedì 7 giugno Odessa (Texas). Stephanie Sparkman tiene incorniciata al muro la storia della sua vita, fatta di ritagli di giornale
Il Texas sogna un carbone pulito. Il Sole-24 Ore, giovedì 7 giugno Odessa (Texas). Stephanie Sparkman tiene incorniciata al muro la storia della sua vita, fatta di ritagli di giornale. Ritagli che raccontano di quando - poco più che ventenne - fondò un’associazione in difesa dell’infanzia, o di quando, più di recente, si è candidata sindaco "in un Texas maschilista", perdendo solo per un soffio. Ma il ritaglio più recente la ritrae mentre esulta a braccia alzate come un centravanti dopo un goal. "Mi ero fatta prendere dall’entusiasmo", ammette con un sorriso largo e contagioso. Quell’entusiasmo risale a pochi mesi fa, quando il Dipartimento americano dell’Energia ha incluso la sua Odessa - non il porto ucraino affacciato sul Mar Nero, ma un paesone texano di 90mila abitanti - tra le ultime quattro città rimaste in gara per ospitare FutureGen, l’iniziativa da un miliardo di dollari voluta dalla Casa Bianca, nel disperato tentativo di dare un futuro al carbone. A ottobre si saprà chi ha vinto: delle dodici concorrenti iniziali, sono rimaste in gara solo due città dell’Illinois (Mattoon e Tuscola) e due del Texas (Jewett e Odessa). "In ballo ci sono 150 nuovi posti di lavoro e ingenti investimenti - dice Sparkman, portavoce e cheerleader del comitato che cerca di trascinare FutureGen a Odessa - ma non è questo il punto. A noi interessa consolidare il ruolo del Bacino Permiano, come l’epicentro dell’energia americana". A qualcuno, potrebbe sembrare strano battezzare una località geografica con il nome di un’era geologica. Ma non qui nel Permian Basin, il bacino che s’è formato alla fine del Paleozoico - il Permiano, appunto - ovvero fra 250 e 300 milioni di anni fa. E che ha fatto girare il motore del Sogno americano sin dagli anni 20, quando, prima ancora che l’Arabia Saudita venisse trivellata, il Texas sembrava una cornucopia inesauribile di petrolio e di speranze. "Qui c’è il greggio - rimarca la signora Sparkman - ma anche la geotermia, il più grande parco eolico d’America e possibilità infinite per il solare. Ci manca solo il carbone". Ovvero la croce e la delizia dell’America moderna. Sotto il suolo statunitense giacciono 250 miliardi di tonnellate di carbone, che generano oltre la metà del fabbisogno di energia elettrica della federazione e una fetta consistente delle sue emissioni di anidride carbonica. Nel 2005, ai tempi in cui rifiutava ancora l’esistenza di un problema climatico, George Bush ha lanciato il progetto FutureGen, quasi per testimoniare la sua fede nella tecnologia. Secondo gli ambientalisti, è solo una foglia di fico: la costruzione di FutureGen comincerà nel 2008 e l’impianto - di fatto soltanto un prototipo per studiare la fattibilità del "carbone pulito" - sarà funzionante nel 2013. Fino ad allora, l’America avrà costruito altri cento impianti "sporchi". La tecnologia di FutureGen è descritta da una sigla: Ccs, che sta per carbon capture and storage. In poche parole, si tratta di "catturare" l’anidride carbonica che viene dalla combustione del carbone, per poi immagazzinarla in un giacimento sotterraneo, a condizione che sia geologicamente adatto. Il dipartimento dell’Energia sborserà il 60% del miliardo di dollari necessari alla costruzione dell’impianto. Il restante, spetterà alla FutureGen Alliance, un consorzio di dodici imprese mondiali del carbone: nove americane, una inglese, una australiana e una cinese. "Il nostro obiettivo - si legge sul sito dell’alleanza - è testare il nuovo impianto di generazione elettrica, in modo da poterlo replicare in tutto il mondo". E dare così un futuro al carbone. Tre delle quattro città rimaste in gara, sono vicine a delle miniere di carbone. Solo a Odessa, non ve n’è traccia. La candidatura al progetto FutureGen, parrebbe un’assurdità. E invece, qualche chance il Bacino Permiano ce l’ha. Quando qualcuno chiede a George W. Bush dov’è che si sente a casa, il presidente non menziona mai la Casa Bianca. "Midland, Texas", risponde puntualmente. L’unica famiglia ad aver dato all’America due presidenti, ha vissuto un anno a Odessa e più di dieci a Midland, a una dozzina di miglia di distanza. In questa terra piatta e battuta dal sole, le uniche tracce lasciate dalla storia sono le pumpjack, pompe petrolifere simili a un grande uccello che becca il terreno, che punteggiano un panorama sconfinatamente desolato. Così, nella spoglia Midland, non fa meraviglia trovare dei segnali che indicano la strada per arrivare alla "George W. Bush childhood home", recentemente ristrutturata e trasformata in un museo a pagamento. Né farebbe meraviglia se il presidente facesse pendere l’ago di FutureGen verso Odessa. "Sarebbe bello se quella di FutureGen fosse una decisione politica - replica Stephanie Sparkman - ma so bene che non sarà così. La scelta cadrà sul luogo più adatto, dal punto di vista logistico, ambientale e geologico". qui, che il Bacino ha una bella carta da giocare. Per evitare che si perda nell’atmosfera, l’anidride carbonica isolata negli impianti Css deve essere iniettata in depositi geologicamente adatti: acquiferi salini, miniere di carbone inutilizzate o giacimenti petroliferi. E la carta in mano a Odessa, potrebbe rivelarsi un jolly. Se mai FutureGen arriverà qui, non sarà a Odessa, ma poco più a ovest, località Penwell. "Sembreràstrano - dice Sparkman mentre gli occhi le brillano, davanti a un’infinita distesa di sterpaglie tagliata da una ferrovia in disuso - ma qui c’era una volta una vera e propria città che viveva sul petrolio. Molti anni fa, la Exxon organizzò qui un barbecue per gli operai e le loro famiglie: erano in diecimila". Oggi, si vede solo qualche pumpjack che succhia mestamente un barile di greggio al giorno, o poco più. dal 1971, che la produzione texana ha cominciato a calare. Oggi è l’ombra di se stessa. "Dagli anni 20 agli anni 50, estrarre greggio è stato uno scherzo", commenta Bob Trentham, il geologo che dirige un istituto dell’Università del Texas dal nome eloquente: Centro per l’energia e la diversificazione economica. "A fine anni 50, il declino è stato evitato con una semplice strategia: iniezioni d’acqua nei pozzi": essendo l’acqua più pesante, il petrolio veniva su. "A un certo punto però - rimarca Trentham, un accademico che si è anche divertito per anni a cercare nuovi pozzi nel Bacino - neppure l’acqua funzionava più. Ed è così, che siamo arrivati all’anidride carbonica". Eccolo, il jolly nella manica di Odessa. Qui, e in nessun altro luogo al mondo, l’anidride carbonica non è un sottoprodotto della ricchezza o, peggio ancora, un vizio assunto dall’America innocente dei roaring twenties e propagato al mondo senza avvisare della dipendenza da combustibili fossili che ne sarebbe risultata. Nel Permian Basin, la CO2 è una commodity, una materia prima. "Ogni giorno, dentro ai pozzi del Texas occidentale - osserva Trentham - vengono pompati 28 milioni di metri cubi di CO2, che regalano una terza vita al nostro petrolio". Questo è l’unico posto al mondo dove c’è chi paga per comprare l’anidride carbonica. E dove ci sono veri e propri "carbonodotti" per distribuirla. "Con l’appropriato uso di CO2 - assicura Hoxie Smith, direttore del Petroleum development center di Midland - saremo in grado di estrarre altri 10 o 15 miliardi di barili. Non è un caso, se dei 55 progetti al mondo per il recupero di risorse petrolifere in declino, 38 sono di casa qui". Gente fiera, questa del West Texas. "E anche gente con grande spirito imprenditoriale, abituata a prendere rischi - osserva Arlen Edgar, uno dei petrolieri più ricchi e famosi della città - e sempre capace di fare i conti con il prezzo del petrolio". Negli anni 80, l’Arabia Saudita allagò il mondo di greggio e l’economia del Permian Basin crollò insieme al prezzo del barile. "Fallirono perfino le banche", riassume Edgar. Ma sono tempi lontani. Il Bacino produce oggi "solo" 800mila barili al giorno. Eppure, coi prezzi sopra i 65 dollari, non c’è petroliere che si lamenti. "E qui - ricorda Trentham - i petrolieri sono migliaia. C’è gente che è proprietaria, o azionista, di due o tre pozzi". L’epicentro dell’energia americana si avvia all’ultima scommessa: la chimera del carbone pulito. Solo dieci anni fa, sarebbe parsa una contraddizione in termini. Oggi, con la tecnologia che corre, è quasi pronta a diventare realtà. C’è chi vede FutureGen come una scusa dell’Amministrazione Bush per prendere tempo, chi come uno spreco di denaro visto che, a fronte di ingenti investimenti, l’impianto produrrà a regime 375 megawatt e non sarà mai economico. Ma non ditelo a Stephanie Sparkman. A lei che esce di casa con collana e orecchini a forma di stella - il simbolo del Texas - e che trova perfino insolente l’idea che un giorno il Permian Basin possa abbandonare il business dell’energia. "L’epicentro è qui e qui deve restare", riassume lei stessa, col suo tipico buonumore. A ottobre, il dipartimento dell’Energia potrebbe regalarle un altro ritaglio di giornale per la sua collezione. Marco Magrini m.magrini@ilsole24ore.com