Alberto Alesina e Guido Tabellini, Il Sole-24 Ore 7/6/2007, pagina 12., 7 giugno 2007
Un declino troppo sottovalutato. Il Sole-24 Ore, giovedì 7 giugno I primi anni 90 sono spesso ricordati per le importanti riforme economiche e politiche che l’Italia, costretta dalla crisi finanziaria, per una volta è riuscita a realizzare
Un declino troppo sottovalutato. Il Sole-24 Ore, giovedì 7 giugno I primi anni 90 sono spesso ricordati per le importanti riforme economiche e politiche che l’Italia, costretta dalla crisi finanziaria, per una volta è riuscita a realizzare. Ma, in base alle statistiche ufficiali, i primi anni 90 segnano anche l’inizio di una lunga fase di declino economico per l’Italia e altri Paesi europei, sia in assoluto che rispetto agli Stati Uniti. Quanto sono attendibili i dati ufficiali? davvero il caso di parlare di declino economico? La risposta è che effettivamente qualcosa d’importante è cambiato all’inizio degli anni 90, e che non è sbagliato parlare di declino economico dell’Italia nel corso degli ultimi 15 anni, quantomeno rispetto agli Stati Uniti. Per confrontare il successo relativo di due economie, gli economisti usano il Prodotto interno lordo (Pil) pro capite. Ma il Pil è una misura incompleta di quanto si produce davvero in un’economia, per due ragioni: una è che si producono "a casa", cioè in famiglia, una serie di beni e servizi molto importanti, come assistenza ai bambini, pasti, lavori domestici, assistenza agli anziani, eccetera. L’altra parte del Pil non misurata sono gli investimenti intangibili, ovvero l’accumulazione di conoscenze che servirà un domani per accrescere la produttività, ma non è ancora incorporata oggi in qualcosa di misurabile. Se consideriamo questi due fattori, come cambia il paragone tra Italia e Stati Uniti? vero, come suggeriscono i dati del Pil, che la convergenza ha rallentato dopo i primi anni 70 e che il divario è tornato ad ampliarsi a partire dagli anni 90? Dai primi anni 70 in poi gli italiani (cosi come i francesi e i tedeschi) hanno cominciato a lavorare sempre meno, e meno degli americani, in attività di mercato. Ma parte di queste ore non lavorate si trasformavano in ore di lavoro in famiglia (o nell’economia sommersa) e quindi, sebbene non entrassero nel Pil misurato, erano comunque un contributo al benessere materiale del Paese. Infatti, mentre l’acquisto di un pasto a un Mc Donald entra nel Pil, una buona cena cucinata a casa da una mamma (o da un papà) no; così il maggior ricorso ai pasti fuori casa rende più alto il Pil americano rispetto a quello italiano. Quindi, in un certo senso, il rallentamento del recupero del Pil italiano su quello americano nel corso degli anni 70 e 80 è effetto della misurazione statistica e la crescita del reddito pro capite italiano nel corso di questi due decenni è sottovalutata. Questo però non spiega perché il divario tra Italia e Stati Uniti abbia cominciato ad ampliarsi a partire dagli anni 90. Quando negli ultimi 15 anni si è invertita la tendenza, passando dalla stagnazione del rapporto tra il Pil pro capite italiano e quello americano, e poi al declino dello stesso, non vi è stato un crollo delle ore lavorate nel mercato. La discesa delle ore lavorate nel mercato (per occupato) è proseguita più o meno allo stesso ritmo dei due decenni precedenti, quando l’Italia stava ancora recuperando. Al contrario, negli anni più recenti l’occupazione ufficiale è aumentata in Italia a ritmi sostenuti e in certi casi si è assistito a un recupero delle ore lavorate sul mercato. Ad esempio, i pasti consumati fuori casa sono aumentati e la spesa in bar e ristoranti è salita di quasi un punto percentuale (rispetto al totale dei consumi) tra i primi anni 90 e oggi. Quindi il cambiamento di tendenza nelle statistiche ufficiali non è spiegato dal mutamento del rapporto tra ore lavorate nel mercato e ore lavorate a casa. Il problema è che, negli ultimi 15 anni, la crescita della produttività è stata pressoché nulla. Cioè, più italiani lavorano nel mercato, eppure il reddito pro capite rispetto a quello Usa scende. Esattamente l’opposto di quanto accadeva negli anni 60 e 70, quando gli italiani lavoravano sempre meno e il loro reddito cresceva più di quello americano. E gli investimenti intangibili? Se fossero correttamente contabilizzati, darebbero un quadro più confortante del confronto tra Italia e Stati Uniti? Anche in questo caso la risposta è quasi certamente negativa. Stime recenti per gli Stati Uniti suggeriscono che la crescita economica americana è sottovalutata di quasi un terzo di punto percentuale all’anno, per via dell’omissione dalle statistiche ufficiali di investimenti intangibili come una parte delle spese in R&S sostenute dalle imprese, o spese sostenute per innovare un prodotto o ristrutturare un’impresa. Per l’Italia è molto difficile quantificare gli investimenti intangibili, perché non vi sono stime attendibili di questa voce. Ma sappiamo che le imprese italiane spendono poco in R&S, e il tasso d’innovazione (misurato ad esempio dai brevetti) è relativamente basso. Inoltre, la componente della produttività del lavoro non spiegata dall’accumulazione di capitale ha rallentato in Italia, mentre ha accelerato negli Stati Uniti a partire da metà anni 90. Tutto questo suggerisce che, tenendo conto degli investimenti intangibili, il declino economico dell’Italia rispetto agli Stati Uniti a partire dagli anni 90 è ancora più acuto di quello che traspare dalle statistiche del Pil. Alberto Alesina e Guido Tabellini