Vari, Corriere della Sera 8/6/2007, 8 giugno 2007
ARTICOLI VARI SULLO SCONTRO OCSE-ITALIA RELATIVAMENTE ALLE PENSIONI
Federico Fubini, Corriere della Sera 8/6/2007 - MILANO – un’«agenda incompiuta» quella che l’Italia ha davanti a sé mentre, per la quarta volta in dieci anni, cerca la quadratura del cerchio nella sua previdenza. L’avvertimento dell’Ocse arriva mentre il ministro del Lavoro, Cesare Damiano, annuncia in tempi brevi una nuova convocazione delle parti per il negoziato sul welfare. Ma stavolta il richiamo sui ritardi dell’Italia ha una postilla: il Paese interessato si dissocia dallo studio dell’organismo economico di Parigi, rivendica la propria diversità di fondo dagli altri 29 soci di questo club delle democrazie industriali del pianeta.
Tutto si concentra in una nota a piè di pagina, che l’Ocse sceglie di mettere nella prima pagina del rapporto «Pensions at a Glance 2007» pubblicato ieri. Lì, prima di entrare in un lavoro da oltre 208 pagine, si dà atto che l’Italia «esprime seri dubbi sull’adeguatezza dei dati», quindi anche «sulla comparabilità dei risultati». Ne consegue, prosegue la postilla, che per l’Italia «le interpretazioni basate su questi dati potrebbero essere fuorvianti». Il problema è che l’Ocse dà per scontate un’età di ingresso nel mondo del lavoro e una durata dei versamenti contributivi che gli italiani considerano irrealistici per il loro Paese: 20 anni come età per il debutto professionale «regolare», più 45 anni di contributi a partire da allora. Valori diversi da quelli stimati negli studi di Bruxelles, si fa notare da Roma, ma soprattutto lontani dalle «attuali pratiche nel mercato del lavoro italiano». In realtà nessun altro Paese europeo dell’Ocse solleva la stessa obiezione, ma probabilmente in nessun altro la durata media dei contributi è di appena 32 anni come in Italia: 14 meno del livello «normale» dell’Ocse.
Dopo cinque anni di lavoro a Parigi per comparare i Paesi del club, la nota a piè di pagina cristallizza così due messaggi. Il primo è che i limiti del mercato del lavoro italiano fanno del Paese un caso a sé, di cui Roma chiede di tener conto. Il secondo messaggio invece è implicito, ma innegabile: con periodi contributivi più corti, gli equilibri potrebbero essere persino più precari di quelli che proprio ieri l’Ocse valuta con una certa preoccupazione.
Vero, il rapporto concede che le riforme già approvate provocheranno una riduzione delle pensioni future fra le più elevate fra i trenta: per gli uomini si passa dal 90% al 67,9% dell’ultimo stipendio. Ma la spesa per le pensioni pubbliche pesa pur sempre per il 13,9% del prodotto lordo (Pil), contro la media del 7,7% dei trenta Paesi, e con contributi che arrivano al 32,7% dei salari, mentre la media è del 20%. In queste condizioni, nota l’Ocse, «l’applicazione delle riforme procede a rilento, dunque i benefici finanziari slittano nel tempo». Non manca poi una puntura di spillo sul rinvio dell’adeguamento dei coefficienti di trasformazione della riforma Dini, i parametri legati alla speranza di vita. Tutte «pressioni finanziarie», nota l’Ocse, che potrebbero richiedere «correzioni di breve termine» più dolorose delle stesse riforme rinviate, soprattutto in un sistema in cui i lavoratori con meno contributi sono ormai a «maggiore rischio di povertà».
La mancata firma sul rapporto ha subito dato il via alle reazioni dall’Italia. Damiano ricorda che il disaccordo è «tecnico, non politico» e che il sistema pensioni ha bisogno «di una manutenzione, non di nuove riforme». Ciò non impedisce a Guglielmo Epifani di plaudire alla scelta italiana di prendere le distanze dall’Ocse, mentre anche il ministro della Ricerca Fabio Mussi concorda con il leader della Cgil: convinti entrambi, a quanto pare, che l’Italia critichi la linea del rigore dello studio e non la stima sui 45 anni di contributi. Luca Cordero di Montezemolo si limita invece a ricordare che la posizione dell’Ocse coincide con quella di Confindustria sul rinvio delle norme previste dalla Dini. E Giulio Tremonti, di Forza Italia, vede in quella nota a piè di pagina un «segno del deterioramento dell’immagine del Paese».
***
Due pagine fitte e durissime quelle che da Roma sono partite alla volta di Parigi per motivare la decisione di non firmare il rapporto Ocse sulle pensioni. Due pagine in cui i tecnici italiani prendono le distanze dal lavoro dell’Ocse sottolineando come nel corso degli anni e in più occasioni l’Italia abbia avanzato – inascoltata – obiezioni sulle scelte metodologiche che di fatto rendono «irrealistica e parzialmente fuorviante» la rappresentazione dei sistemi pensionistici di molti Paesi. La conseguenza è che il rapporto è del tutto inadeguato «ad alimentare il dibattito nazionale sul sistema pensionistico, venendo così meno a uno degli scopi principali del progetto, e inoltre ci troveremo ad affrontare gli effetti che una rappresentazione distorta del nostro sistema pensionistico potrebbe avere nell’arena nazionale e internazionale». Insomma, un atto d’accusa senza precedenti – articolato in sei punti – che si chiude con l’augurio che prima o poi i Paesi aderenti vengano finalmente messi nelle condizioni di poter considerare il rapporto Ocse come uno strumento che rappresenti in modo soddisfacente il loro sistema pensionistico mettendone correttamente in risalto i punti di forza e le debolezze. E la lettera- documento si chiude con la reiterazione della richiesta di rivedere la metodologia alla base del progetto. Ma quali sono i punti contestati dall’Italia? In primo luogo la scelta di un benchmark in cui lavoratori vanno in pensione a 65 anni con 45 anni di contributi, scelta che a giudizio dei tecnici italiani mina alla radice la rappresentatività dei risultati del rapporto. «Che uso può essere fatto dei dati – scrivono – quando nella maggior parte dei Paesi si va in pensione intorno ai 60 anni e con molto meno di 40 anni di contribuzione?». Inoltre per i calcoli l’Ocse utilizza il salario medio dell’intera vita lavorativa – cosa che impedisce di valutare fino a che livello il sistema pensionistico sia in grado di garantire lo standard di vita delle persone una volta andate in pensione – e ipotizza anche che i lavoratori non facciano mai carriera nel corso della vita lavorativa. Ipotesi distorsive e irrealistiche, sottolineano i tecnici, così come quella secondo cui le riforme pensionistiche non siano soggette a una certa gradualità e che le vecchie regole non influenzino ancora per un certo numero di anni il trattamento pensionistico. Un mondo «artificiale» in cui il trattamento pensionistico pre-riforma, se calcolato, può differire completamente da quello effettivamente percepito dai beneficiari. I tecnici, poi, accusano l’Ocse di pendere immotivatamente a favore del sistema della previdenza integrativa privata con ipotesi e assunzioni eccessivamente ottimistiche. Insomma, una stroncatura dura e argomentata e per superare l’impasse anche Parigi dovrà forse rivedere qualcosa.
***
Piero Ostellino, Corriere della Sera 8 GIUGNO 2007 - L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) pubblica un Rapporto sullo stato dei sistemi pensionistici nei Paesi più industrializzati nel quale denuncia due incongruenze dell’Italia e disegna un ideale percorso lavorativo. Prima incongruenza: da noi, la spesa pensionistica è più alta che altrove (nel 2003, 13,9% del Pil, contro il 7,7 degli altri). Seconda incongruenza: noi abbiamo il tasso più alto di contributi, il 33% dei salari contro il 20 degli altri). Percorso lavorativo: si entra nel mercato occupazionale a 20 anni e se ne esce dopo 45. Siamo i soli che non sottoscrivono il Rapporto e facciamo inserire una nota che dice: «L’ Italia ha espresso seri dubbi sull’adeguatezza dei dati utilizzati dal Rapporto e conseguentemente sulla compatibilità dei risultati».
Da noi scoppia un «caso politico». Il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, plaude alla decisione di aver preso le distanze dal Rapporto; altrettanto fanno alcuni rappresentanti della sinistra; l’opposizione parla di «schiaffo a Prodi». Come succede sempre quando «la si butta in politica», nessuno si pone queste semplici domande: se sia «tecnicamente» giustificata la riserva espressa dal rappresentante italiano; ovvero quali siano le ragioni «politiche» che gli avrebbero suggerito di assumere tale posizione. Se la riserva fosse «tecnicamente» giustificata avrebbe torto l’Ocse; se non lo fosse, accanto alle due incongruenze spunterebbe un’ulteriore anomalia tutta nostrana.
In realtà, le ragioni della riserva italiana sono due: una, formalmente tecnica; l’altra, sostanzialmente politica. La ragione tecnica è che, nel caso italiano, il percorso stimato dall’Ocse è effettivamente «fuorviante». Da noi non si entra abitualmente nel mercato occupazionale a 20 anni, bensì più tardi, e non se ne esce sempre dopo 45, bensì prima. La ragione politica è che, in proiezione futura, chi lavorasse fino a 65 anni riceverebbe una cifra analoga a quella percepita dalle generazioni già in pensione: il 70-80% dell’ultimo salario; ma chi lavorasse meno, sia con la riforma Dini, sia con quella Maroni, finirebbe col prendere meno. Ma i sindacati si oppongono sia alla Dini – che lascia al lavoratore la libertà di andare in pensione quando vuole, salvo pagare tale libertà con la revisione dei coefficienti di trasformazione della quota di contributi in pensione erogabile rispetto alle aspettative di vita ”; sia alla Maroni che, con lo «scalone», impone a tutti, nel 2008, l’uscita dal mercato del lavoro (almeno) a 60 anni, ma esclude la revisione dei coefficienti di trasformazione.
In altre parole, i nostri sindacati sono contrari sia alla revisione dei coefficienti di trasformazione della Dini, sia allo «scalone» della Maroni, perché ritengono che, per mantenere in equilibrio ugualmente il sistema, i costi dell’uscita anticipata dal mercato del lavoro li debba sostenere la collettività attraverso le tasse. La decisione del nostro rappresentante all’Ocse di non sottoscrivere il Rapporto, e il plauso di Epifani e degli esponenti della sinistra si spiegano, dunque, così, con questa anomalia tutta italiana. Che tradotta in un proverbio popolare significa che vogliamo la botte piena e la moglie ubriaca.
postellino@corriere.it