Carlo Jean, La Stampa 7/6/2007, 7 giugno 2007
I negoziati degli Usa con Polonia e Repubblica Ceca hanno riacceso il dibattito sull’utilità delle difese antimissili
I negoziati degli Usa con Polonia e Repubblica Ceca hanno riacceso il dibattito sull’utilità delle difese antimissili. Quei negoziati per schierare sui loro territori una decina di intercettori e un radar antimissili, integrati nel loro sistema nazionale di difesa, hanno anche provocato dure reazioni di Mosca. Riguardo all’utilità, sembra quasi che si sia tornati ai tempi dello Scudo Spaziale di Reagan. Però, allora la situazione era diversa. L’«equilibrio del terrore» - che era anche un equilibrio di vulnerabilità - garantiva la dissuasione reciproca fra le due superpotenze. Una difesa antimissili di una di esse l’avrebbe quindi destabilizzato. Dopo la fine della guerra fredda, il contesto strategico è mutato. pressoché scomparsa la minaccia di massicci attacchi missilistici nucleari. aumentata invece quella di missili e razzi sempre a maggiore gittata e con testate più potenti, lanciati da «Stati canaglia» o anche da milizie irregolari. La proliferazione missilistica e nucleare sembra inarrestabile. Costituisce una minaccia più grave dello stesso terrorismo. Da essa vanno difesi sia i territori sia le forze d’intervento occidentali. Tale minaccia non è una fantasia. Lo dimostrano gli Scud libici lanciati su Lampedusa nel 1986 e quelli iracheni del 1991 su Israele e l’Arabia Saudita, nonché i lanci sperimentali di missili nord-coreani sopra il Giappone, la disponibilità dell’Iran del missile Shahab 3, con gittata di 1800 km, e lo sviluppo di missili con gittata superiore. Molti Stati - dal Giappone alla Corea del Sud all’India e alla Russia - si stanno dotando di difese antimissili. La logica strategica del loro schieramento non è più quella di mantenere la vulnerabilità del proprio territorio, per garantire la «dissuasione reciproca». Ha funzionato durante la guerra fredda, ma non può farlo oggi. Il mondo non è più bipolare; è divenuto complesso, imprevedibile e pericoloso. Non si può più contare sulla sola dissuasione. Occorre disporre anche di capacità di difesa, sebbene imperfette. Negare l’utilità di difese antimissili è illogico: come se si fosse sostenuto nel 1939 che le difese contraeree non servivano, o che addirittura avrebbero costituito una provocazione nei riguardi della Germania. Il problema della vulnerabilità si è spostato all’interno delle alleanze. Se uno Stato membro fosse protetto e gli altri no, le alleanze collasserebbero in caso di minaccia. Gli Usa non sono criticabili per voler schierare componenti del loro sistema antimissili in Europa Orientale. Lo sono invece perché hanno fatto ricorso ad accordi bilaterali, anziché in ambito Nato. Lo sono anche perché le installazioni previste sono funzionali alla difesa degli Usa, mentre concorrono solo marginalmente a quella dell’Europa. Non sono inserite in un’architettura di difesa antimissili europea. I ministri degli Esteri della Nato ne parleranno a Oslo a metà giugno. Quello che al G-8 protesterà sarà Putin, non perché ritiene che lo schieramento in Polonia di dieci intercettori costituisca una minaccia al deterrente russo, ma perché il gelo politico è calato fra Mosca e l’Occidente. Ogni occasione di esasperare le tensioni è ormai buona. Lo si è visto anche il 18-19 maggio durante il Summit UE-Russia. Sono scomparse le prospettive di europeizzazione della Russia. Democrazia e rispetto dei diritti umani e civili sono in calo. L’Occidente dà priorità ai propri interessi, rispetto ai princìpi. Il 71% dei russi non si considera più europeo. Più del 50% ritiene che l’UE costituisca una minaccia economica. Putin sta usando un linguaggio ideologico da guerra fredda. Non uno pragmatico, come ci aveva abituato. Lo fa per motivi di politica interna. Può irrigidire il suo potere inventandosi un nemico. Vuole dividere l’Europa dagli Usa e gli Stati europei fra di loro. Verosimilmente è stato deluso dall’Occidente. Le ingerenze occidentali nelle «rivoluzioni colorate» hanno fatto fallire il suo tentativo di europeizzare la Russia. L’operazione si è rivelata troppo pericolosa. Una fase del ciclo storico si è chiusa. Ne inizia un’altra. Le relazioni economiche con l’Occidente continueranno a prosperare. Quelle politiche invece s’irrigidiranno. Ma non vi sarà una nuova guerra fredda. La crisi demografica e industriale russa lo impediscono. Mai come ora sono comunque necessari l’unità dell’Europa e il rafforzamento dei legami transatlantici. Solo essi possono convincere Putin dell’impossibilità di frammentare l’Occidente e forse farlo ritornare al pragmatismo. Stampa Articolo