L’Espresso 07/06/2007, Enrico Pedemonte, 7 giugno 2007
Web a rischio bolla. L’espresso 7 giugno 2007. New York. A novembre, quando Google annunciò l’acquisto di YouTube per la colossale cifra di 1,65 miliardi di dollari, la Silicon Valley fu attraversata da una scossa: decine di società di venture capital decisero di investire in nuove aziende che, come YouTube, si occupano di distribuire video sul Web
Web a rischio bolla. L’espresso 7 giugno 2007. New York. A novembre, quando Google annunciò l’acquisto di YouTube per la colossale cifra di 1,65 miliardi di dollari, la Silicon Valley fu attraversata da una scossa: decine di società di venture capital decisero di investire in nuove aziende che, come YouTube, si occupano di distribuire video sul Web. "Molti speravano che presto Microsoft e Yahoo avrebbero fatto offerte paragonabili per aziende simili", racconta Susan Mason, veterana della valle e fondatrice di Onset Ventures, importante società di venture capital nei pressi di Menlo Park: "C’è un proverbio della Silicon Valley che dice: se l’acqua della baia sale, anche la mia barca sale". Ma presto sulla Sand Hill Road di Menlo Park, la mitica strada dove hanno sede le più importanti società di venture capital, è cominciata a crescere la paura della bolla. "Almeno 30 startup hanno raccolto soldi per la diffusione di filmati sul Web, e il rischio che ci sia un eccesso di investimenti è reale", dice Mason. Le bolle finanziarie sono un fenomeno ricorrente nella valle. Negli anni Ottanta fu una gigantesca ondata di capitali di ventura ad accelerare la crescita dell’industria del computer. Alla fine, la crisi delle aziende di pc raffreddò gli animi, ma la febbre dell’innovazione salì di nuovo nella seconda metà degli anni Novanta, quando il sogno del Web spinse i capitalisti di ventura a investire oltre 100 miliardi di dollari all’anno nel Web 1.0, come oggi viene chiamata la prima fase di Internet, quella dei portali e delle chat. Nel 2000-2001, quando quella bolla si sgonfiò, gli investimenti crollarono a 4 miliardi e la Silicon Valley attraversò il periodo più nero della sua storia. Ma poi arrivò il Web 2.0 a scaldare nuovamente gli animi degli investitori, che puntarono tutto su una nuova generazione di siti Internet - social network e servizi orizzontali come MySpace e Facebook, Skype e YouTube, Second Life e Wikipedia - che consentono a milioni di persone di comunicare, scambiare video, collaborare on line. Ora gli investimenti sono nuovamente saliti sopra i 30 miliardi di dollari e nella valle cresce il dibattito: c’è una nuova bolla finanziaria pronta a esplodere? Stando a John Doerr, uno dei partner della Kleiner Perkins & Byers, l’anno scorso gli investimenti nelle società Web 2.0 sono raddoppiati rispetto al 2005: 167 nuove imprese per un totale di 844.4 milioni di dollari investiti. Doerr lancia l’allarme: troppi soldi per un settore ormai maturo. Drew Lanza, partner della Morgentalher Ventures, è meno categorico: " vero che la Silicon Valley sta attraversando una delle sue periodiche fasi di bolla, ma questo è uno degli elementi fondanti di quest’area. Io sono cresciuto qui e ne ho vissute altre. La bolla c’è, ma credo che si possano fare affari ancora per un paio d’anni nel settore". Rispetto al passato, le nuove società non hanno bisogno di ingenti investimenti per arrivare al break-even finanziario. Guy Kawasaki, direttore di Garage Technology Ventures, spiega che gli sono bastati 12 mila dollari per lanciare Truemors.com, un sito di gossip dove gli utenti possono pubblicare le voci raccolte: "Fino a cinque anni fa ci sarebbero voluti 5 milioni di dollari", dice. Più in generale, spiegano gli esperti, costruire un sito Web costa oggi dai 20 ai 70 mila dollari: un’inezia per lanciare un business. "Il break-even finanziario si raggiunge con un fatturato annuo tra i 2,5 e i 7 milioni di dollari", dice Mason: "I problemi nascono con le aziende che vogliono andare in Borsa. Per raggiungere questo obiettivo, una società media del settore Web 2.0 ha bisogno dai 130 ai 280 milioni di dollari di fatturato annuo, un target sempre più difficile da ottenere. Questo comporta un rallentamento degli investimenti nelle compagnie Web 2.0, perché la possibilità di costruire una grande azienda nel settore diminuisce". Qualcuno però continua a crederci: per esempio i due fondatori di Skype, Niklas Zennstrom e Janus Friis, che hanno appena raccolto 45 milioni di dollari per finanziare la crescita di Joost, un sito che propone un nuovo modo di vedere la televisione su Internet in alternativa alla tv tradizionale. Ma nella Silicon Valley è diffusa la sensazione che la fase di crescita seguita alla crisi del 2000-2001 sia arrivata a un punto critico. Secondo Mason anche gli investimenti in energia solare, che sono stati una delle grandi mode della Silicon Valley negli ultimi due anni, sono arrivati al capolinea: "Molte aziende di questo settore sono sempre nella fase della ricerca, e non ancora in quella dello sviluppo. E si tratta di aziende ad alto rischio, che non offrono garanzie di raggiungere il break-even nei tempi previsti. Anche nel solare siamo in presenza di una bolla, e presto ne vedremo gli effetti". E adesso che cosa accadrà? Mentre la seconda fase dello sviluppo di Internet si sta chiudendo, gli investitori stanno già iniziando a scrivere la terza, battezzata Web 3.0, o Web semantico. Drew Lanza lo spiega così: "Il Web 2.0 ha generato una Rete ricca di multimedialità, con audio e filmati. Ora le proposte più interessanti che ci arrivano riguardano la possibilità di fare ricerche in questi ambienti. Il Web semantico prevede che un computer sia in grado di guardare un filmato e capire quello che c’è dentro. Supponiamo che tu metta tutti i tuoi video sul pc, o su Internet, e poi chieda al computer di trovarti quelli sulle isole Hawaii". Fantascienza? "No, tecnologie che saranno mature in pochi anni". Un altro degli argomenti chiave del Web 3.0 è costituito dalla possibilità di effettuare micropagamenti, pochi centesimi per acquistare un brano, un articolo, un capitolo di un libro. Nel clima di creatività che si respira nella Silicon Valley molti stanno cercando nuovi modelli di business per i giornali, che rischiano di essere soffocati dalla difficoltà di farsi pagare sul Web. "Il telefonino sta aprendo nuove prospettive ai vecchi media", dice Lanza: "Una delle strade da percorrere è quella aperta dal business delle suonerie telefoniche: un giro di affari da 2-3 miliardi di dollari che la gente ha pagato quasi senza accorgersene nella bolletta telefonica. I nuovi telefonini multimediali potrebbero segnare una svolta per i media tradizionali. Adottando lo stesso modello di business, si potrebbero pagare con la bolletta i contenuti offerti in Rete". Mason chiarisce: "Stiamo considerando con attenzione le proposte di un’azienda che offre la possibilità di trasmettere video sui cellulari degli utenti. un’idea che ci pare interessante soprattutto per i media cartacei. I quotidiani hanno un gran numero di cronisti a raccogliere informazioni sul territorio e potrebbero sfruttarli inviando per primi le notizie sul telefonino degli utenti, sotto forma di testi o di filmati". Nessuno sa dire dove porterà la nuova fase che si sta aprendo, così come nessuno nel 2000 immaginava la nascita di YouTube e dei social networks. Ma il vento sta cambiando, e può darsi che qualcosa di buono stia nascendo per i media cartacei, che negli ultimi anni da Internet hanno avuto solo brutte notizie. Enrico Pedemonte