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 2007  giugno 07 Giovedì calendario

Vita reclusa di un Togliatti. La Stampa, giovedì 7 giugno E’ ancora lì. Il 29 luglio Aldo Togliatti, figlio di Palmiro, compirà 82 anni

Vita reclusa di un Togliatti. La Stampa, giovedì 7 giugno E’ ancora lì. Il 29 luglio Aldo Togliatti, figlio di Palmiro, compirà 82 anni. Da 26 vive in una stanza di Villa Igea, una casa di cura di Modena, nel lessico cittadino l’equivalente di manicomio almeno quanto «San Cataldo» lo è di cimitero. In realtà, l’ambiente non è per nulla sinistro: una bella villona liberty circondata dal verde, dove si curano i malati di mente ma non solo loro. Privata, però convenzionata con il Servizio sanitario nazionale, «quasi il pezzo privato del Dipartimento di salute mentale», come spiegano dalla Direzione sanitaria prima di tacere su tutto il resto, perché la privacy è una cosa seria e quando le malattie sono queste anche di più. Uno spettro vivente La storia del figlio di Togliatti è tragica. E’ un fantasma vivente, il sopravvissuto a un passato remoto che sembra sbiadire nella storia. Il Pci, l’hotel Lux di Mosca, il Migliore: nomi che evocano ciò che non esiste più, non fosse che per la presenza di questo signore dalla mente lontana. Delle poche foto che ci sono di lui, colpiscono due aspetti. Il primo è la somiglianza con il padre: fisica ma anche, racconta chi li ha conosciuti entrambi, nella gestualità, nel modo di passarsi le mani fra i capelli, nella calma di chi si sente soprattutto un intellettuale (e tuttavia, disse una volta Togliatti senior del figlio, «ha letto più libri lui di me», e pure il Migliore ne aveva letti moltissimi). L’altra sono, stranamente, gli occhiali: quella montatura spessa, pesante, scomoda e rigida tipica delle vittime del comunismo. Gli stessi occhiali di Sostakovic, mentre i carnefici, da Beria a Molotov, chissà perché portavano tutti aerei pince-nez. Il nome cancellato Nel ”93 la storia di Aldo fece il giro del mondo. Merito di un cronista sveglio della «Gazzetta di Modena», Sebastiano Colombini, adesso apprezzato manager della comunicazione, e del suo direttore, Antonio Mascolo. Ci misero quaranta giorni a trovare conferme di quel che si sussurrava in città e che nell’ex Pci, già Pds e non ancora Ds sapevano tutti senza che lo dicesse nessuno: il figlio di Palmiro Togliatti e Rita Montagnana, ultima apparizione pubblica nel ”64, ai funerali del padre, viveva lì, a Modena. Era lui quell’«Aldo» sul tabellone dei pazienti, l’unico a essere indicato con il solo nome di battesimo. Nessun Togliatti, per carità. La notizia del «ritrovamento» scatenò la curiosità. La clinica fu stretta d’assedio, il partito anche. Ci furono interrogazioni parlamentari, polemiche, lettere ai giornali. Si disse che Togliatti junior era stato fatto sparire, cancellato dalla sua famiglia e dal partito. Il manicomio evocava l’Urss, le condanne ai dissidenti rinchiusi come matti e considerati matti perché dissidenti. «Soprattutto, qui è stato curato. Per noi è sempre, prima che il figlio di Togliatti, un malato. Abbiamo fatto tutto il possibile per lui come per chiunque sia qui dentro», si lascia scappare un medico della clinica. Sulla vicenda uscì un libro («I figli di Togliatti» di Nunzia Manicardi) e Luigi Lunari scrisse una pièce approdata a Broadway, «Our fathers», dove il destino di Aldo viene messo a confronto con quello di Rosemary Kennedy, la figlia ritardata del patriarca Joseph, l’ammiratore di Hitler, che la fece lobotomizzare. Poi più nulla. Prima nella stanza 227, poi nella 429, Aldo Togliatti continuava per decenni a fare quel che ha sempre fatto: soprattutto, le parole crociate della «Settimana enigmistica». Poi fumava (moltissimo) e giocava a scacchi (benissimo, ma da solo). Parlava e leggeva il russo e il francese. Con gli anni, ha smesso di leggere il giornale e anche di passeggiare nel parco. Non conversa con gli altri degenti. Adesso non si alza più dal letto. Del padre non ha parlato quasi mai: quelle rare volte, lo chiamava «il Vegliardo». Le notti a Mosca Aldo nasce a Roma nel ”25. Primo trauma: l’esilio nell’Urss in anni che mettono i brividi solo a nominarli, con le notti all’hotel Lux di Mosca dove ogni mattina a colazione si scopriva chi era sparito. Il secondo trauma è quando papà va a far fucilare anarchici in Spagna, si congeda dicendogli «torno fra un mese» e sparisce per più di un anno. Lui viene allevato nei collegi riservati ai figli dei compagni esuli nell’Urss o liquidati da Stalin. Nel ”47, non vorrebbe tornare in Italia, ma gli tocca. E qui, forse il trauma peggiore, papà Palmiro abbandona mamma Rita e si rifà una famiglia. Né Nilde Iotti né la figlia che adotterà insieme a Togliatti, Marisa Malagoli (poi, ironia della sorte, affermata psichiatra) avranno mai a che fare con lui. Aldo non sopporta di essere, sempre e dovunque, «il figlio di Togliatti». Si isola. Resta solo con la madre e con il suo male. La diagnosi risale al 1950 ed è senza speranza: schizofrenia con spunti autistici. O forse no, ma non aiuta il fatto che venga curato in Urss o in Bulgaria. Vengono i brividi a pensare a quali potessero essere le cure per un malato di mente, nei sanatori di Yalta degli anni 50... Il falso ingegnere Bene o male, forse più male che bene ma sempre nella totale riservatezza, Aldo vive con la mamma a Torino. Per un paio d’anni riesce perfino a lavorare: in Russia è diventato ingegnere. Poi deve smettere. La tragedia personale diventa un problema sociale quando Rita Montagnana muore, nel ”79. E’ chiaro che Aldo non può stare da solo. Per qualche settimana se ne perdono perfino le tracce. Viene ritrovato in un ospedale di Le Havre, pestato e derubato da alcuni barboni. E’ qui che la vicenda si sposta a Modena, il feudo rosso, la cittadella dove bastava - e basta - dire «il partito» per capire di quale partito si tratti. La struttura si attiva e qui davvero si vede che monolite fosse il Pci di una volta. Tutti tacciono. Un militante, Pier Camillo Panzetti, accetta di ospitare fittiziamente Aldo, in modo da dargli un domicilio legale. Un altro, Onelio Pini, metalmeccanico, di prendersene cura. Per decenni, due volte alla settimana farà visita al figlio di quello che per lui è ancora e sempre il Migliore. Gli porterà i cambi di biancheria e le sigarette Stop. Fingerà di essere un ingegnere, perché Aldo solo degli ingegneri si fida. Gli dirà, venuto il momento, che l’Urss non c’è più (risposta: «Non ci credo»). Cercherà perfino di appassionarsi ai problemi scacchistici. «All’inizio lo facevo per il partito, poi l’ho fatto per lui. Per me è come un fratello». Onelio è morto qualche anno fa, e da allora gli unici contatti di Aldo con il mondo esterno sono le visite periodiche dei cugini torinesi. Alberto Mattioli 1925 - Aldo Togliatti nasce a Roma da Palmiro Togliatti e Rina Montagnana, trascorre buona parte dell’infanzia e della giovinezza con la famiglia in esilio a Mosca. 1947 - Torna in Italia. Poco dopo il padre abbandona moglie e figlio per rifarsi una vita con Nilde Jotti. 1950 - In quell’anno si manifestano i sintomi di una grave patologia: schizofrenia con spunti autistici. 1981 - Aldo Togliatti viene ricoverato a Villa Igea, una casa di cura a Modena, un anno dopo la morte di Rita Montagnana.