Mimmo Candito, La Stampa 7/6/2007, pagina 14., 7 giugno 2007
La Politkovskaja di Kabul. La Stampa, giovedì 7 giugno Tempi davvero amari si preparano,ora, per il giornalismo, in Afghanistan, dopo l’assassinio ieri di Zakia Zaki, direttrice di «Radio Pace», e ad appena pochi giorni, meno d’una settimana, dall’uccisione di un’altra giornalista, Shakiba Sanga Amaj, presentatrice di «Tv Shamshad», l’una e l’altra impegnate fortemente in un lavoro di denuncia del degradato clima politico del paese
La Politkovskaja di Kabul. La Stampa, giovedì 7 giugno Tempi davvero amari si preparano,ora, per il giornalismo, in Afghanistan, dopo l’assassinio ieri di Zakia Zaki, direttrice di «Radio Pace», e ad appena pochi giorni, meno d’una settimana, dall’uccisione di un’altra giornalista, Shakiba Sanga Amaj, presentatrice di «Tv Shamshad», l’una e l’altra impegnate fortemente in un lavoro di denuncia del degradato clima politico del paese. «Zakia era una collega coraggiosa - ha detto ieri Rahimullah Samander, presidente dei giornalisti afghani - una donna che non aveva timore di alzare forte la propria voce contro le porcherie dei "signori della guerra", spesso praticate dagli stessi scanni che occupano in Parlamento». L’hanno ammazzata con 6 colpi di pistola, nella sua casa di Jabel Serrai, davanti agli occhi sgranati del suo bimbo di 8 anni. Ci sono sempre due Afghanistan, ancora oggi, nel paese che a novembre del 2001 parve invece potersi liberare dal proprio drammatico passato: c’è sicuramente l’Afghanistan nuovo, delle forme della democrazia (quel sistema che i sociologi della politica definiscono «una democrazia elettorale») e che però si manifesta, anche con forte contraddizioni, nella ristretta geografia dei soli palazzi del potere legislativo e presidenziale, ma poi c’è l’Afghanistan di sempre, quello sterminato e solitario delle terre fuori Kabul, dove i «signori della guerra» comandano perfino il respiro dei disgraziati che gli stanno sotto e dove le donne appaiono nella vita pubblica come un’evanescente presenza virtuale (il 90 per cento sono analfabete, e velate a vita dentro il telo azzurro del burqa). In questo Afghanistan «altro» dalle immagini dei media internazionali e dagli eleganti mantelli di Karzai - ma che poi è il vero Afghanistan, quasi la totalità del paese e della sua gente - Zakia era un messaggio blasfemo, simbolo e presenza d’una scelta di vita che rompeva gli schemi culturali d’una società tuttora arcaica, feudale, intensamente sottomessa al dominio del maschio-padrone: la sua battaglia contro i «signori della guerra», la battaglia d’una donna che osava levare in pubblico la propria voce di critica e di denuncia, era dunque doppiamente colpevole, perchè sabotava un ordine sociale consolidato dall’egemonia autolegittimante della violenza (i «warlords» impongono il potere con la forza), e perchè oltraggiava, lei donna, le regole della vita comune che la Shariah’ e la «cultura del villaggio» hanno dettato nei secoli come forma equilibrata dei ruoli di genere, all’interno di gerarchie immutabili per il volere (largamente presunto) di Allah. Una giovane deputata, Joya Malalai, che venti giorni fa aveva attaccato in Parlamento i «signori della guerra», accusandoli d’essere «peggio dei maiali e delle vacche», è stata espulsa e ora minacciata di morte. Come Zakia Zaki. Non era sola, dunque, Zakia, in questa sua battaglia. Nel centro stampa di Kabul, dove i reporter stranieri vanno a incontrare i loro colleghi afghani (e dove una targa ricorda la morte di Maria Grazia Cutuli e di Julio Fuentes), un palazzotto con un piccolo cortile nudo e corti corridoi semibui, sempre s’incontrano giornaliste forti e sicure che, un semplice velo sulla testa, lavorano accanto ai loro compagni di redazione, consapevoli - gli uni e le altre - che hanno fatto una scelta dove passione e coraggio si integrano in un vissuto che non può permettersi d’avere timori nè conformismi facili. E questa consapevolezza si misura ora, non solo con la morte di Zakia Zaki, ma con la stretta del regime di controllo che il Parlamento sta preparando, in una modifica delle norme che oggi regolano le forme d’esercizio della libertà di stampa. Con l’arrivo di Karzai nel vecchio palazzo presidenziale, la vecchia legge del ’60 era stata ripulita e messa a nuova. Era la più liberale dell’intera Asia centrale, e alla sua ombra sono nati in questi anni decine di giornali e di radio e 6 canali televisivi indipendenti, accanto alla Tv statale. Questa primavera dei «media», inusuale ed esaltante in terre dove la repressione della libertà di pensiero era pratica comune e consolidata, ha provocato aspri contrasti politici, innervosendo tutti coloro ch’erano abituati a una gestione indisturbata del proprio potere, e ha portato il ministro dell’Informazione, Abdul Karim Khuran, a sostenere che «però, è giusto che il governo controlli più severamente chi offende l’Islam», formula canonica nei paesi musulmani per mettere il bavaglio alla stampa. O per ammazzare chi osa denunciare i vizi del potere. Mimmo Candito