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 2007  giugno 06 Mercoledì calendario

Confessioni di una "locusta". Il Sole-24 Ore, mercoledì 6 giugno Dichiaro subito di essere parte in causa: presiedo il cda di una società di private equity, siedo nel cda di quattro società che investono sostanzialmente in questo settore e sono membro dell’advisory board di due fondi

Confessioni di una "locusta". Il Sole-24 Ore, mercoledì 6 giugno Dichiaro subito di essere parte in causa: presiedo il cda di una società di private equity, siedo nel cda di quattro società che investono sostanzialmente in questo settore e sono membro dell’advisory board di due fondi. Mi sono dunque sentito attaccato personalmente quando l’allora presidente dei socialdemocratici tedeschi, Franz Müntefering, insultò i gestori di private equity chiamandoli "locuste". Da allora si è andati di male in peggio: i conservatori francesi, i sindacati inglesi e vari politici sembrano fare a gara a chi le spara più grosse su questo settore, senza lasciarsi mai influenzare dalla realtà dei fatti. Il fatto che aziende in mani private, e nemmeno quotate, possano creare migliaia di posti di lavoro senza fare ricorso a sussidi e protezioni di vario genere è chiaramente troppo difficile da digerire per classi politiche che ancora aspirano a mantenere dei campioni nazionali per mantenere quella sottile "corruzione" che sempre esiste quando gli operatori economici devono i loro risultati a favori politici. Mi sono dunque tolto una bella soddisfazione quando i comunisti cinesi hanno deciso di investire tre miliardi di dollari delle loro riserve non attraverso, ma direttamente in Blackstone, uno dei simboli del mondo del private equity. Perché tanta attenzione a un settore finanziario abbastanza oscuro per la maggior parte dei cittadini? Certamente non solo perché arricchisce alcuni dei suoi operatori. Altri guadagnano molto di più, sia legalmente che illegalmente e vengono meno svergognati. Il problema è che lo strumento di private equity è uno strumento di trasformazione che ha lo svantaggio di "mostrare il re nudo" e ciò non fa comodo a chi vuole proteggere rendite di posizione e vecchie inefficenze. L’entrata di un fondo di private equity in un’azienda non cambia soltanto l’assetto e la leva finanziaria, ma normalmente espone l’incapacità manageriale e l’assoggetta a una sana disciplina gestionale. Qualcosa di simile accadde già negli anni 60. Le società conglomerate esercitarono una funzione simile a quella della private equity oggi. Poterono farlo perché il loro costo medio del capitale era sostanzialmente inferiore a quello delle aziende acquisite. Ma il vantaggio fu purtroppo anche il seme del loro declino. Il vantaggio era troppo marcato e portò alla sclerotizzazione e burocratizzazione delle conglomerate, fino al loro smembramento dopo un paio di decenni. Ma questa doppia trasformazione fu comunque positiva. Le società che uscirono dalle conglomerate negli anni 80 furono molto più efficienti di quelle che furono acquistate vent’anni prima. Ritengo che un simile percorso sia probabile per il private equity. Penalizzarlo abolendo, per esempio, la detrazione fiscale sugli interessi rallenterebbe molto probabilmente il processo di trasformazione a discapito sia dei consumatori sia degli azionisti, a solo vantaggio psicologico di chi concepisce l’economia come un gioco a somma zero da proteggere contro qualsiasi cambiamento. Ci si domanda spesso come mai gli investitori in private equity non sembrino richiedere un premio sostanziale per la mancanza di liquidità e come mai i fondi possano permettersi di pagare premi di controllo molto sostanziali. Azzardo due ipotesi. La prima è che gli investitori professionali, quando si imbarcano in un progetto di private equity, decidono a quanto debba ammontare il programma di investimenti. Il successo di tali investimenti si traduce nel ripagamento della quota investita e quindi in deviazioni verso il basso del programma prefissato. L’investitore è quindi pronto a rinunciare al premio di liquidità, investendo in tutta una serie di fondi di "vintage" (annate) diverse, pur di non ritrovarsi disinvestito. Seconda ipotesi: i costi di governance per le società quotate e la distrazione dagli obiettivi fondamentali in favore di una comunicazione istantanea e totale con gli stakeholders più disparati sono ormai così alti da azzerare o ribaltare il differenziale di rischio fra società quotate e non, ancora prima di qualsiasi altro ricupero di efficienza. Inoltre, benché la durata del ciclo d’investimento del private equity si sia ridotta, tale ciclo è sempre più lungo di quello di un investitore attivo in azioni quotate. L’ottimizazione dei risultati su cicli più brevi di quelli richiesti dal tipo di attività aziendale può portare al sottoinvestimento cronico e quindi a una performance meno che ottimale. Desidero però tranquillizzarvi. Non guardo al private equity con reverenza come a una religione e penso d’altronde che ci saranno molti sprovveduti e dilettanti entusiasti che ci rimetteranno, più o meno elegantemente, dei soldi. Alcuni li ho sconsigliati caldamente, ma sono certo che non mi ascolteranno. Ritengo però che il private equity sia un eccellente metodo di trasformazione economico-finanziaria e che le trasformazioni siano un importante fenomeno evolutivo. Pensiamo ad esempio, negli ultimi 50 anni, al passaggio dall’azionariato istituzionale/collettivo a uno individuale e viceversa. Non c’è mai un’unica risposta per spiegare questi cicli di trasformazione, ma solo, idealmente, un riposizionamento a livelli più professionali e, molto più spesso, un recupero di razionalità dopo periodi di esuberanza. Non è necessario essere discepoli di Schumpeter o ideologi della distruzione creativa, basta aver avuto qualche esperienza imprenditoriale per accettare che cambiare professionalmente non à facile e richiede una catalisi. Per me le competenze del private equity, esercitate con integrità, favoriscono non solo l’arricchimento personale, ma anche e soprattutto il benessere collettivo. Rudi Bogni