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 2007  giugno 07 Giovedì calendario

Finti ricchi istruzioni per l’uso. Panorama 7 giugno 2007. Sono dappertutto, succhiano i loro modelli dai rotocalchi televisivi e dai giornali di gossip

Finti ricchi istruzioni per l’uso. Panorama 7 giugno 2007. Sono dappertutto, succhiano i loro modelli dai rotocalchi televisivi e dai giornali di gossip. Hanno la televisione satellitare e possono accedere ai canali che fanno televendite per i ricchi, osservano i modelli automobilistici più in voga e lo stile che indossa il guru del momento. Sono assuefatti alla ricchezza, l’incubo più ossessionante per Charlie Chaplin all’apice del suo successo: «La cosa che più spaventa è che il lusso diventi un’abitudine». Ma alla fine quell’abitudine riscuote un fascino irresistibile. LA BOTTIGLIA PROSCIUGA-BANCOMAT. A gennaio 2007 per la prima volta si è fermata la domanda di prestiti per abitazioni, ma inarrestabile, mese dopo mese, aumenta la richiesta di prestiti e di credito al consumo per tutti gli altri beni; le tabelle che pubblica la Banca d’Italia sono inesorabili (+8,4 per cento alla fine del 2006 i prestiti fino a un anno). Ma se non bastano i dati, ecco proliferare minuscole finanziarie che offrono prestiti e mutui per cifre non ingenti, finanziarie che dilagano nelle televisioni commerciali, promosse dai volti più popolari della tv. Microprestiti da 500 a 4 mila euro, destinati all’acquisto di beni voluttuari. «Con 700 euro ti diamo una bottiglia di Krug o di Cristal millesimato» racconta Gianni, sommelier di un’enoteca dei Navigli a Milano. Oppure il Billecart-Salmon, una bottiglia di champagne che nei privé delle discoteche raggiunge cifre da capogiro, roba che si possono permettere in pochi: calciatori, imprenditori, piloti di formula uno. «Chi la ordina è di culto quanto quella bottiglia, ma proprio per questo ogni sabato abbiamo il solito cliente con la carta di credito non funzionante o il bancomat insufficiente. E la causa è sempre quella, la Billecart-Salmon o il Cristal millesimato». Vivere al di sopra delle proprie possibilità era uno stile di comportamento nell’Italia anni Ottanta, quella che sembrava trasparire in un paese dove tutti secondo la filmografia di quel periodo erano yuppie, rampanti, ma con le tasche vuote e il conto in rosso. vero che c’era un’Italia come quella raccontata nei romanzi da Vincenzo Pardini, un Belpaese dagli usi contadini e i paesaggi incontaminati, che risparmiava con giudizio e viveva in austerity. IL FALSO NIPPONICO. Oggi il fenomeno dei «ricchi slow», o forse è meglio chiamarli simulatori di benessere, del benessere top class, è qualcosa che va al di là dell’immaginabile. Nell’impero della forma, ha vinto l’idea di un’apparenza d’alto bordo, di lusso estremo. Se devo sembrare ricco, devo sembrare mostruosamente tale. Ecco gli indizi rivelatori della categoria, quella dei ricchi allentati, loffi, slow per l’appunto. Lo slow ricco sogna la nouvelle cuisine, i piccoli billionaire di città e provincia, ma soprattutto l’asettico ambiente di un ristorante giapponese. Il «nipponico» è l’orizzonte di gloria, quello che fa dire che si è arrivati. «Mangio solo giapponese» è una frase da vip, e non è facile resistergli per lo slow ricco che magari non sa neanche la differenza tra un sushi e il tonno Nostromo. Proprio sull’onda di questo folle costume, numerosi ristoranti cinesi stanno subendo strane riconversioni; cambia il vecchio nome del locale, compare nell’insegna il magico aggettivo nipponico, si infilano un paio di ficus nella sala, il personale indossa chimono improbabili, ma i prezzi restano popolari; il tutto, mandando a quel paese secoli di rivalità geopolitiche. La Chinatown milanese, che tanto ha fatto discutere per le sue note di cronaca in questi giorni, ci regala l’inatteso e bizzarro teatrino di locali con la soglia adorna di lanterne rosse e simpatiche asiatiche dai tratti poco nipponici che tentano inchini con nuovi e fiammanti chimono. CUMENDA DI RIPORTO. Ancora Milano. un assolato sabato al mercatino di Sinigaglia. Tre giovani, piantati e robusti, corpo da cestisti, attorno a un piccolo sgabello, aprono con enfasi una valigia di plastica argentata. Sono russi e spacciano finti Rolex. Non sono quei ricettatori nervosi e un po’ minacciosi che siamo abituati a credere. Hanno ottime apparenze, parlano poco ma si fanno perfettamente capire. Ti regalano uno status symbol che ti fa entrare nell’olimpo dei ricchi. Chi può ancora nel 2007 imbarcarsi in una trattativa in mezzo a un mercato di chincaglierie, pezze e dolciumi? Ovviamente loro, gli slow ricchi. Quelli che in gergo sono chiamati Folex (con la f di fault, difettoso), sono orologi contraffatti, di solito i modelli più richiesti copie dell’Oyster Perpetual o del Daytona d’acciaio. Il venditore sostiene che vengono direttamente dalla Svizzera, che non c’è differenza da quelli veri, e ne fa vedere comicamente uno che tiene al polso. I Folex costano 100 euro e vengono venduti assieme a una paccottiglia di cinturini, portaoggetti, custodie, tutti semiinutili, dello stesso giardino della follia. Se un Rolex costa 100 euro, la fuoriserie non tanto di più. Nei concessionari di Milano e provincia sta accadendo qualcosa di strano: «Ormai noleggiamo le suv, Porsche Cayenne, Mercedes coupé. La cosa sorprendente è che quando ci vengono riportati hanno un chilometraggio nullo» racconta Domenico, il gagliardo direttore d’un piccolo autonoleggio di berline e auto sportive. Questo significa che spesso si è arrivati a noleggiare il macchinone per la serata al locale giusto, ma anche per poter transitare in centro e nelle zone a traffico limitato, per cui molti autonoleggi posseggono il permesso. La fuoriserie nella Ztl (zona a traffico limitato) è l’apoteosi per uno slow. Ma se per un Rolex e una coupé lo slow ricco in fin dei conti spende una bassa dose di cialtroneria, sull’apoteosi dello status symbol da ricco, ossia la barca, si registrano le capriole più stupefacenti. La scena è la seguente: al Salone nautico di Genova si presenta un signore distinto con pochette e baffi, pare una caricatura del proprietario di barca. Ha un’aria rassicurante e sfoglia i cataloghi degli stand, volteggia senza mai fermarsi attorno a un modello preciso ma poi, quando la calca pare diminuita, salta sullo yacht. Richiama l’attenzione degli addetti. Parla con assoluta proprietà e coscienza dei problemi di una barca oggi. Il carico fiscale, i porti poco sicuri, non ci sono più gli skipper di una volta... Il responsabile dello stand mostra accondiscendenza e si mette a disposizione del cliente che sembra aver deciso di optare per un modello particolare. Il costo dell’imbarcazione si aggira sui 100 mila euro. Il concessionario gli mostra le modalità di pagamento. Tra queste c’è la rateizzazione. 10 mila euro subito e rate mensili da settembre in poi per due anni a interessi zero. Il cliente propone rate da maggio e un assegno cash di 5 mila euro subito. L’addetto alle vendite, dopo un consulto telefonico con il responsabile della sede, invita a ripassare nel pomeriggio per ridiscutere i termini della nuova proposta. Il tempo necessario per un controllo porta consiglio. Il cliente è un professionista di Cosenza, pare abbia un’attività non lucrosissima, ma assolutamente solvibile. Eppure, dopo i primi 5 mila euro sparisce. Le rate non arrivano più. giugno, e nel porto di Cetraro in mezzo ai barconi signoreggia quello dell’uomo in pochette. Denuncia, ingiunzione e relativo sequestro, ma tutto avviene a settembre quando l’estate è passata e sul banco dei creditori ci sono anche due skipper assunti e mai liquidati. La cosa impressionante è che non c’è alcun tentativo di difesa legale, come se questo fosse il naturale decorso delle cose. «Sarebbe interessante conoscere quante sono le barche non protestate, sequestrate e requisite nei porti italiani» commenta Danilo, dipendente di un importante armatore leader del settore. «Solo quest’anno di tipi come il professionista cosentino ne abbiamo avuti quattro. Comprano, firmano il contratto, pagano la prima rata, magari anche la seconda. Poi diventano insolventi, ma quando fai l’ingiunzione l’estate è finita e per loro quel sequestro è quasi un favore». DROGA, LABBRA E FLIRT AL DISCOUNT. Il pusher non è lui. Ti hanno mandato da uno alto, palestrato, sembra un buttafuori dall’aria taciturna e lievemente inquietante. Ma è solo il contatto che fa da tramite per portarti da chi ti svende la «bamba» (come chiamano la cocaina da Roma in su). Siamo all’Isola, quartiere di Milano; qui, se hai i contatti giusti te la tirano dietro. La bamba, s’intende. Ma non è coca vera, c’è anche una coca discount. Quella tagliata col gesso, la calcite o altre polveri simili. Questo medium te la offre subito, a 10 euro. Solo per dire che ti sei fatto. Non ti succede nulla, ma è l’effetto placebo, lo stesso triste effetto illusorio di chi a 14 anni scioglieva le aspirine nella Coca-Cola. Una striscia finta nel bagno di un locale up non si nega a nessuno, magari rigata con la metrobus card o la tessera sanitaria e tirata con la banconota da 10 euro. Il pusher che la vende è suadente: « come certe mozzarelle di bufala che ti vendono dei supermarket, il latte di bufala manco lo hanno visto, forse l’acqua delle mozzarelle… in questa dose la percentuale di coca è praticamente pari a zero». L’altra frontiera dello slow ricco è il trattamento estetico. Ma come insegna il torrido Nip e Tuck, essere più belli è oggi quasi un diritto costituzionale. Un’indagine condotta fra i medici e i chirurghi della multinazionale Corporación dermoestética, presente con i suoi centri in 17 città italiane, dichiara che è sempre più frequente il fenomeno di sottoscrivere un mutuo per essere più belli o ringiovanire. Lo fa circa il 60 per cento dei clienti: soprattutto donne, provenienti da regioni del Sud, con un lavoro dipendente. Una tendenza che ha indotto molti centri estetici della penisola a stipulare convenzioni con società che erogano finanziamenti. Ma un finto ricco non potrà che avere una finta vita, e dunque dei finti flirt. Credi che quella donna sia sua moglie? Credi davvero che quella signora vestita da Ivana Trump de noantri abbia un fidanzato così giovane? Il diritto alla velina (o al velino) è forse l’aspetto più pittoresco del finto ricco. Il diritto alla velina viene addirittura sancito dall’andazzo delle agenzie di modelle e accompagnatrici che propongono prezzi modici per una serata di gala. Sono ragazze dell’Est Europa, ex modelle, che finiscono in Italia a fare la vita da squillo o che vengono assoldate da agenzie per le quali, accanto al servizio di hostess in fiere e congressi, accompagnano per una serata il cliente di turno. Il sesso non è compreso, altrimenti sarebbe favoreggiamento della prostituzione, e, proprio per il forte distacco che mantengono col cliente, sono chiamate «freezer», nel gergo di chi ne usufruisce. Dagli States invece arrivano le agenzie che offrono un servizio di sex o di love. Si tratta di meravigliosi e robusti accompagnatori per donne single che decidono di passare un finesettimana di allegria e spensieratezza. Anche qui il sex è ovviamente illegale, ma il love è la nuova frontiera dell’escortismo: gli uomini vengono pagati per sembrare fidanzati, fanno scenate di gelosia, accompagnano all’aeroporto e portano i pacchi della spesa. La differenza tra un finto ricco e un ricco vero è quanto «fluent Italian» parlerà l’accompagnatore. ELOGI E DILEGGI DEL LUSSO. A supporto di tutto ciò, i dati soddisfacenti riportati da due libriccini, diventati piccoli casi editoriali nel 2007. Il primo è Elogio del lusso di Thierry Paquot (Castelvecchi), un’utile guida agli scrittori che si sono occupati di ricchezza, oltre a essere un catalogo di consigli «per godere senza sensi di colpa il lusso». Agli antipodi è Contro il lusso di Giacinto S. Gedil (Gaffi editore), tre edizioni in poche settimane. Si tratta di un pamphlet settecentesco sulle cattive conseguenze del lusso, in cui si possono leggere frasi come questa: «L’estrema sontuosità del fasto è ristretta a un migliaio di uomini, ma l’emulazione di questo fasto ne rovina altre migliaia». C’è qualcosa che riporta a grandi caratteri della commedia all’italiana. Geniali spacconi che hanno copiato uno stile di vita che non possono permettersi. Eppure, le millanterie del conte Max di Vittorio De Sica o del conte Mascetti di Ugo Tognazzi in Amici miei sembrano anni luce lontane. Qui c’è qualcosa di lugubre, decaduto, manca soprattutto quello spirito fatto di goliardia, ingenua felicità e presagio. Quello che fa gridare al Mascetti una frase memorabile: «Tanto fra una settimana mi ammazzo». E intanto si indebita con gli strozzini per vivere nel lusso smodato con una contorsionista spagnola. Vivere, appunto. Allo slow ricco non interessa neanche quella settimana, ma solo copiare un modello di vita, l’immagine sbiadita di un’identità, dove sembra finita ogni parvenza di umanità. Mario Desiati