CorrierEconomia 04/06/2007, pag.21 Matteo Motterlini, 4 giugno 2007
Non fatevi rovinare dal rimpianto quando investite in Borsa. CorrierEconomia 4 giugno 2007. Il signor Bianchi possiede azioni Eni
Non fatevi rovinare dal rimpianto quando investite in Borsa. CorrierEconomia 4 giugno 2007. Il signor Bianchi possiede azioni Eni. Durante l’ultimo anno ha occasionalmente pensato che avrebbe potuto venderle per comperare titoli Enel, ma tale decisione non l’ha mai presa. Ora scopre che se lo avesse fatto sarebbe più ricco di diecimila euro. Il signor Rossi detiene alcune azioni Enel. Durante l’ultimo anno le ha vendute per comperare azioni Eni. Ha scoperto che se avesse tenuto le Enel sarebbe più ricco di diecimila euro. Secondo voi chi si sente peggio? La maggior parte delle persone è divorata dal rimpianto quando si trova nei panni del signor Rossi molto più che nel caso in cui indossi le vesti del signor Bianchi. In linea di principio però non ha alcun senso. Dopotutto i signori Bianchi e Rossi si trovano esattamente nella stessa situazione: quella di non avere diecimila euro in più. Ma allora perché la posizione di Rossi ci appare così penosa? Semplicemente perché Rossi rimpiange qualcosa che ha fatto, mentre Bianchi qualcosa che non ha fatto (ma che avrebbe potuto fare). E questo evidentemente in termini di rimpianto fa una grande differenza. Come se a parità di risultati un intervento attivo pesasse molto di più di un’omissione. Proprio per questo le decisioni che cambiano lo status quo sono più rare di quelle conservatrici: le prime è come se fossero accompagnate da una maggiore responsabilità soggettiva. Le cose cambiano però introducendo una prospettiva temporale di più ampio respiro: se nel breve periodo (giorni e settimane) si rimpiangono maggiormente le cose fatte, nel lungo periodo (alcuni anni) sono quelle non fatte a bruciarci di più. Per esempio: in un breve lasso di tempo ci disturberà maggiormente un cattivo investimento; col passare del tempo, il ricordo di un investimento mancato. Ma ci sono molti altri modi tanto subdoli quanto insensati (ma non per questo meno condizionanti) in cui proviamo rimpianto. Lo sapevate che si dichiarano mediamente più soddisfatti gli atleti che vincono la medaglia di bronzo di quelli che vincono quella d’argento? Essere arrivati terzi ed avere conquistato una medaglia è ragione sufficiente per essere molto soddisfatti; essere stati così vicini all’oro, e averlo mancato, invece fa crescere i rimpianti. Essere secondi è oggettivamente meglio che essere terzi, ma soggettivamente proviamo minor dispiacere a esserci classificati peggio. Dopotutto, il secondo non è che il primo degli sconfitti, il terzo no. In questi casi, a rafforzare il nostro senso di frustrazione è la vicinanza palpabile a un «mondo possibile», che avvertiamo essere stato a portata di mano sebbene non si sia realizzato. Ma torniamo alla quotidianità per vedere un ultimo caso: Bianchi è in fila alla cassa del supermercato. Quando arriva il suo turno, la cassiera lo informa che è il fortunato centomillesimo cliente e che come tale vince un buono da 100 euro. Anche Rossi è in coda in un altro supermercato. La persona che lo precede è il fortunato milionesimo cliente e come tale vince un buono da 1.000 euro. Rossi, in fila appena dietro di lui, vince comunque un buono da 150 euro. Secondo voi chi è più felice? Ovvero preferireste trovarvi al posto di Bianchi o di Rossi? Incredibilmente, secondo gli esperimenti condotti dall’economista comportamentale di Chicago Richard Thaler, la maggior parte delle persone si calerebbe più volentieri nei panni di Bianchi, preferendo 100 euro a 150. E cinquanta euro è esattamente il prezzo che siamo disposti a pagare per non provare il rimpianto di averne potuti vincere mille! Se ci pensate bene, noi paghiamo quotidianamente per non provare rimpianto. Per esempio quando teniamo i soldi sul conto in banca invece di investirli, ovvero tutte le volte che – nel timore di potercene pentire in seguito – rimandiamo una decisione, ci lasciamo paralizzare dall’incertezza e manteniamo inalterato lo stato delle cose pur potendolo cambiare. Senza renderci conto che decidere di non decidere è a sua volta una decisione. Matteo Motterlini