Alberto Ronchey, Corriere della Sera 6/6/2007, 6 giugno 2007
L’incubo è che sabato prossimo, con la visita di George W. Bush a Roma, possano ripetersi le violenze di Rostock alla vigilia del G8
L’incubo è che sabato prossimo, con la visita di George W. Bush a Roma, possano ripetersi le violenze di Rostock alla vigilia del G8. Quella volta che Richard Nixon, a Roma, fu investito da manifestazioni di frenetica ostilità, concluse la sua visita commentando: «Un giorno da dimenticare». Correvano i tempi del Vietnam. Ora, non sappiamo come reagirà Bush contestato per la guerra in Iraq e altre brucianti vertenze internazionali. Ma ben oltre le dimostrazioni di piazza, più o meno virulente contro il texano di Washington visto da vicino, l’occasione sarebbe favorevole a un tentativo aggiornato d’intendere la personalità che dal 2000 governa la superpotenza e decreta le sue scelte strategiche. La questione implica una serie di domande. Perché Bush, dopo l’11 settembre 2001, non si limitò a reagire con l’intervento nell’Afghanistan dei talebani, che ospitavano Bin Laden e le basi del terrorismo di Al Qaeda? L’Onu aveva riconosciuto la piena legittimità di quell’intervento. Senza il conforto dell’Onu, invece, Bush decise nel 2003 la guerra in Iraq. Le informazioni pubblicizzate allora sulle armi di Saddam Hussein, come pericolo incombente, non sono state mai suffragate da prove. Ma quel conflitto, prolungato dal dopoguerra guerreggiato, ha impedito la concentrazione di forze a presidio dell’Afghanistan, tuttora fuori controllo. E il baratro iracheno, sfociato in guerra civile, ha consentito poi all’Iran d’aspirare all’egemonia incontrastata nel Golfo, con ambizioni di nazionalismo atomico. Era previsto? Dinanzi a simili domande, una spiegazione ancorché parziale può risalire alle circostanze nelle quali Bush nel 2000 potè raggiungere la Casa Bianca, prevalendo sul concorrente Al Gore non per un chiaro suffragio popolare, ma dopo il contenzioso giudiziario sugli scrutini della Florida per decisione della Corte suprema con 5 voti contro 4. «Una cappa d’illegittimità incombe sul discorso inaugurale di Bush», commentava persino lo Hindustan Times, come ricorda Mark Hertsgaard in The Eagle’s Shadow. Da quell’episodio derivò forse per Bush jr un’ansiosa ricerca di legittimazione come «presidente forte», capace dopo l’11 settembre di placare lo sgomento degli americani con la massima risolutezza, giungendo fino a Bagdad e all’eliminazione di Saddam. Sta di fatto che i rischi del dopoguerra, in quel contesto etnico e politico, furono imprevisti o sottostimati. Eppure, malgrado il corso degli eventi e la sconfitta subita nelle recenti elezioni di mid-term, Bush rimane imperturbabile. Overconfident su se stesso e i suoi giudizi, insiste: «Compito degli Stati Uniti è promuovere la democrazia nel mondo, anche nei luoghi che non sembrano troppo ospitali». Quanto poco lo fossero è forse tardi per prenderne atto. Ma ripete: «Sarebbe una sciagura se i nostri alleati, Karzai in Afghanistan e Musharraf in Pakistan, ci vedessero abbandonare l’Iraq». Agli europei, Bush dal 2003 è spesso apparso apodittico. Tuttavia ora Sarkozy sembra incline, come Frau Merkel, a giudicare che l’agenda internazionale presenta troppe controversie rischiose per trascurare i rapporti fra «carolingi e texan»: oltre all’Iraq e all’Afghanistan, le ultime vicende libanesi e israeliane, il nucleare iraniano, il difficile accordo sul global warming, lo scudo antimissili Nato che a ragione o a torto allarma Putin. Davvero troppe incognite. Fino alla scadenza del mandato di Bush, per un altro anno e mezzo si dovrà dunque trattare strenuamente con il «presidente difficile».