Autori vari Corriere della Sera 5/6/2007, 5 giugno 2007
Alla vigilia della riunione del G8, è lecito porsi due domande: è ancora adatta, questa struttura, a un mondo economico che da trent’anni è stato trasformato dalla crescita e dalla globalizzazione? E quali risultati ci si può aspettare da un gruppo sprovvisto di qualsiasi potere di decisione? Quando abbiamo fondato nel 1975 il Gruppo dei 7 (la Russia si è aggiunta successivamente), puntavamo a un obiettivo preciso: permettere ai dirigenti dei grandi Paesi industrializzati di portare avanti una discussione franca sui problemi economici del momento
Alla vigilia della riunione del G8, è lecito porsi due domande: è ancora adatta, questa struttura, a un mondo economico che da trent’anni è stato trasformato dalla crescita e dalla globalizzazione? E quali risultati ci si può aspettare da un gruppo sprovvisto di qualsiasi potere di decisione? Quando abbiamo fondato nel 1975 il Gruppo dei 7 (la Russia si è aggiunta successivamente), puntavamo a un obiettivo preciso: permettere ai dirigenti dei grandi Paesi industrializzati di portare avanti una discussione franca sui problemi economici del momento. Per evitare tentazioni burocratiche, ogni delegazione era ridotta a tre persone. Quando leggo che a Heiligendamm i capi di Stato e di governo saranno accompagnati da duemila persone, consiglieri e non solo, mi dico che sarà difficile per loro trovare l’intimità e la possibilità di esprimersi con franchezza, che sono le condizioni utili in questo tipo di riunioni. La Cancelliera tedesca, Angela Merkel, che con molta competenza ha assicurato la preparazione della riunione, ha avuto una buona idea: limitare, in futuro, la partecipazione diretta o indiretta di ogni Stato a una cifra fissa, 10 o 15 persone al massimo. Ma il G8 è ancora rappresentativo? Probabilmente sì, poiché il peso economico dei suoi membri rappresenta il 63 per cento del Gnp mondiale e circa il 50 per cento del commercio internazionale di merci. Esso fornisce più o meno i tre quarti degli aiuti allo sviluppo. Ma è chiaro che fra i suoi membri non figurano i grandi Paesi a forte tasso di crescita, come Cina, India e Brasile. probabile che non servirebbe a niente aggiungere al Gruppo nuovi membri perché la natura stessa delle sue decisioni ne sarebbe travisata, ma è un argomento in più per farlo tornare alla sua vocazione originale: offrire ai capi di Stato e di governo un terreno di discussione che permetta di approfondire la reciproca conoscenza e la possibilità di azioni comuni. Allora, cosa ci si può aspettare dalla riunione di Heiligendamm? Nessuna decisione, perché il Gruppo degli 8 non è investito di alcun potere, ma possiamo sperare di ottenere orientamenti su tre temi. Innanzitutto, l’atteggiamento verso le mutazioni climatiche. Questo è un argomento di discussione tipico del G8, che richiede una spiegazione franca. Qual è la gamma di misure nazionali che ogni Stato partecipante ha la volontà politica di adottare? E quale potrebbe essere l’approccio comune nei confronti dei grandi Paesi a forte crescita, e a potenziale elevato d’inquinamento, che si tengono a distanza dal protocollo di Kyoto? In seguito: i disequilibri economici mondiali, come quelli commerciali, e i cambiamenti introdotti dalla globalizzazione finanziaria. Accettano, i responsabili del G8, di allontanarsi definitivamente dal sistema disposto all’indomani del secondo conflitto mondiale, che mirava a ottenere una certa stabilità dei tassi di cambio, e di controllare gli eccessivi disequilibri? In tal caso, con quale sistema hanno intenzione di sostituirlo? Gli effetti e i rischi della globalizzazione finanziaria e dell’aumento massiccio dei movimenti di capitali meritano d’essere esaminati seriamente? Infine, il terzo tema: lo sviluppo del continente africano. L’ammontare del costo dei programmi futuri sarà negoziato nelle sedi appropriate, ma si pongono questioni di principio: bisogna continuare a finanziare un modello di sviluppo di tipo occidentale, che mal si adatta alla cultura e alle specificità africane, o bisogna farlo evolvere in direzione di un aiuto all’occupazione, addirittura a un complemento di reddito? E quali sono le misure energiche da prendere per sradicare il malcostume del dirottamento degli aiuti finanziari? Ciò presuppone, evidentemente, che le grandi istituzioni finanziarie diano l’esempio del rigore! Ecco importanti argomenti da trattare a tu per tu, fra dirigenti responsabili, senza cercare effetti mediatici. Per questo sarebbe saggio permettere ad Angela Merkel di presentare le conclusioni del «gruppo», evitando di dare troppa importanza alle dichiarazioni nazionali, che mirano a gonfiare il ruolo degli Stati partecipanti, e persino delle personalità presenti. Nel separarsi, i membri del gruppo potranno interrogarsi sull’avvenire dell’istituzione. Quanto tempo ancora durerà? Probabilmente uno o due decenni. Ma quando il Pil della Cina e quello dell’ India avranno superato i livelli d tutti i membri del G8, eccetto quelli di Stati Uniti e forse del Giappone, sarà bene cercare una forma più adatta per governare l’economia mondiale. © Global Viewpoint, distribuito da Tribune Media Services Traduzione di Daniela Maggioni *** Q uindici anni fa, al Summit sulla Terra di Rio de Janeiro, furono firmati due accordi internazionali: la Convenzione sulla diversità biologica e la Convenzione sul cambiamento climatico. Pur essendosi evoluti in modo del tutto indipendente, essi sono intimamente collegati. La biodiversità e il clima sono interconnessi nel produrre problemi per l’ambiente e vanno considerati assieme nel cercare soluzioni. La distruzione delle economie di ambito locale, sostenibili e basate sulla biodiversità, è al cuore del caos climatico. Quando queste economie sono soppiantate da economie globali basate sui carburanti fossili, le emissioni di gas a effetto serra aumentano, accelerando i cambiamenti climatici indotti dall’uomo. Le economie basate sulla biodiversità sono multifunzionali. La biodiversità fornisce cibo, foraggio, combustibile, fibre e medicine. La biodiversità crea cultura, la diversità culturale e quella biologica vanno mano nella mano. La biodiversità è il vero capitale delle comunità tribali indigene e delle società contadine. Le economie basate sulla biodiversità forniscono tutti i beni essenziali, dalle scope con cui pulire le case alle medicine che salvano la vita, ai semi che danno il cibo. Conservare la biodiversità è dunque essenziale in un programma contro la povertà. La povertà è la negazione di bisogni fondamentali, che la biodiversità può soddisfare. Perciò proteggere e rafforzarla riduce la povertà, se ricchezza e povertà sono misurate in termini reali, non con le cifre fittizie della crescita e del Pil. Oltre a essere la base della ricchezza reale, la biodiversità è anche una fonte di produttività. Le aziende agricole organiche diversificate producono il doppio – in termini di beni e di profitto per gli agricoltori – delle monocolture chimiche. La biodiversità rigenera la fertilità del suolo ed elimina i concimi chimici, tiene a bada i parassiti e rende così superfluo l’uso di insetticidi chimici. L’eliminazione dei concimi chimici dall’agricoltura toglie di mezzo uno dei gas a effetto serra più nocivi. Navdanya è una cooperativa agricola organica impegnata a rivitalizzare le conoscenze della cultura indigena, a rendere consapevoli dei pericoli dell’ingegneria genetica, a difendere la gente dalla pirateria biologica e a tutelare il diritto al cibo e all’acqua, a fronte degli effetti della globalizzazione. La nostra ricerca a Navdanya ha mostrato che le aziende agricole organiche e biodiversificate aumentano l’assorbimento di anidride carbonica di oltre il 50% e la conservazione dell’umidità del suolo del 10-20%. Questo tipo di agricoltura attenua i cambiamenti climatici. Conservare la biodiversità significa, alla lettera, avere la torta e poterla mangiare. Possiamo avere più cibo, di miglior qualità e a costi minori, usando meno energia. Oltre a ridurre l’influenza negativa sul clima, la biodiversità aumenta la capacità di adattamento climatico. I sistemi biodiversificati diffusi sono più adattabili ai cambiamenti del clima dei sistemi che impiegano monocolture centralizzate. Per resistere a cicloni e uragani occorrono semi resistenti al sale; per resistere alla siccità occorrono semi adatti, così per resistere alle inondazioni. E questi semi devono essere messi a disposizione degli agricoltori. per questo che a Navdanya abbiamo cominciato a creare banche di semi per affrontare il cambiamento climatico. La biodiversità offre uno strumento importante per l’adattamento al caos climatico, ma non è stata inserita nella discussione su di esso (che sarà uno dei temi al prossimo G8), che si concentra su pseudo soluzioni come i biocarburanti industriali e il mercato delle quote di emissioni di anidride carbonica. I biocarburanti stanno distruggendo la biodiversità e contribuiscono al caos climatico. In Indonesia la popolazione locale viene scacciata per estendere le piantagioni di palma da olio, da usare come biocarburante. L’uso del mais per i carburanti biologici negli Stati Uniti ha raddoppiato il prezzo del mais in Messico. Questo è un disastro per il clima, per la biodiversità e per la società. Dobbiamo mettere la biodiversità al centro delle soluzioni per i problemi del clima. La sua conservazione protegge le diverse specie e conserva il tessuto vitale del pianeta; allontana la povertà e riduce i rischi del cambiamento climatico. Ecologista, dirige il Research Foundation for Science, Technology and Natural Resource Policy. 5 Ips Traduzione di Maria Sepa