La Stampa 04/06/2007, pag.16 Francesca Paci, 4 giugno 2007
Dove piovono i razzi. La Stampa 4 Giugno 2007. Sderot. Tra Gerusalemme e Sderot, un’ottantina di chilometri di distanza, ci sono almeno 15 gradi di differenza
Dove piovono i razzi. La Stampa 4 Giugno 2007. Sderot. Tra Gerusalemme e Sderot, un’ottantina di chilometri di distanza, ci sono almeno 15 gradi di differenza. Man mano che scendi al Sud, verso la cittadina del Neghev a pochi minuti dalla Striscia di Gaza, l’aria si fa grave. E non solo metaforicamente. Sderot è una lingua d’asfalto in mezzo al deserto con le case popolari intorno, ma le automobili non possono accendere l’aria condizionata. La radio militare, colonna sonora costante della routine quotidiana, in macchina, al supermercato, al caffé, nelle abitazioni, ripete continuamente di viaggiare con i finestrini aperti per non perdere neppure l’inizio del sibilo della sirena antimissile, «il colore rosso» come dicono qui. Anche i bambini più piccoli sanno che da quel momento hanno dai sette ai dodici secondi per trovare riparo. «Quando cadono i Qassam la mia bottega che ha il tetto rinforzato si riempie di colpo, una rarità», dice Amar David, 60 anni, emigrato dal Marocco nel 1952 e oggi titolare di un negozio d’abbigliamento sulla via principale che si chiama come l’esercito israeliano, Tzahal. Da sette anni Sderot vive con gli occhi al cielo, e non per pregare. A metà maggio, dopo sei mesi di cessate il fuoco, i miliziani di Hamas hanno ripreso a lanciare razzi: oltre 280 in meno di tre settimane, l’ultima serie ieri vicino al kibbutz Nativ Haasara, a un paio di chilometri da Erez, la porta d’accesso a Gaza. L’aria è grave e le strade spettrali. Il dottor Tami Safi, direttore del centro psicologico locale, studia sul campo «il trauma di una paura tanto prolungata» e Svetlana Levinstatt somministra rimedi naturali antistress o gocce tranquillanti di Retalin agli habitué della sua farmacia, il novanta per cento della popolazione, l’unica spesa per cui vale davvero la pena avventurarsi in strada. L’ospedale accoglie e dimette feriti; due persone sono morte. «Esco solo per comprare un po’ di pita», ammette Shulamit Romano, impiegata comunale di 45 anni. Il forno Ichut Mehadrin, nello slargo di fronte agli uffici del municipio chiusi, conta i clienti sulle dita della mano. Gli abitanti hanno fatto scorta di crackers al supermercato Peretz e preferiscono rintanarsi in casa a guardare i Qassam in tv, fingendo di non essere parte della storia. Sderot è una città fantasma. Hanno un bel dire i comunicati ufficiali che la situazione sta tornando alla normalità. Normalità qui è fare la doccia con l’orecchio incollato alla radio pronti a schizzare fuori al primo sentore di «colore rosso». Anche il popolare Film South Festival ha levato le tende: quest’anno, sesta edizione, ha tradito la storica sede per la più sicura Netivot. Chi è rimasto si sente in trincea ed esorcizza la paura con l’orgoglio di chi sta della prima linea. Guai a nominare a Moshe Murziano, pensionato e ufficiale in Sinai nel 1973, i due ragazzini morti a Gaza due giorni fa durante un raid dell’esercito israeliano. «Siamo in guerra, giusto? E allora battiamoci, no? Non fatemi parlare per carità...». Solo i muri parlano senza pudore. La rabbia della popolazione che si sente abbandonata dal governo esplode nei graffiti e negli striscioni che colorano strade e incroci. Le manifestazioni di piazza sono proibite, troppo gli rischiosi gli assembramenti umani sotto la minaccia aerea incombente. «Per un ostaggio si entra a Gaza, ma non si fa nulla per i 25 mila ostaggi di Sderot», accusa una scritta. «Fino a quando?» domanda un’altra. E una terza: «Radete al suolo Beit Hanun ora». Un anonimo Basquait di provincia ha disegnato un razzo stilizzato e ha aggiunto: «Non ci sono scuse, basta Qassam». Dozzine di riservisti di Sderot hanno inviato una lettera al primo ministro Ehud Olmert spiegando di non poter assolvere eventuali obblighi militari perché devono restare a casa a proteggere le famiglie. Parole scritte collettivamente come quelle sui muri della città muta, dove l’unico suono è la sirena antimissile. Negli anni a Sderot si è sviluppata una classe media, ha costruito le villette intorno ad Habanim street, il quartiere del ministro della Difesa Amir Peretz, venerato come un dio per il semplice fatto di esserci, vivere qui, dormire sotto i Qassam. Ma l’anima profonda della città resta operaia, popolare, figli di immigrati magrebini e ragazze dell’Est Europa. Basta fare un giro per i vialetti deserti della zona «bene» per capire che sono rimasti solo i più poveri, aiutati dai mille volontari del gruppo religioso sionista Bnei Akiva che ogni sabato vengono a dare una mano. Alla scuola elementare Gil sono tornati tra i banchi appena 49 dei 200 piccoli iscritti. Gli altri, genitori e figli, chi poteva, è scappato. Come i proprietari della casa in Oranim street che hanno lasciato un cartello «In vendita. Appena possibile». E si sono trasferiti in qualche località meno calda. «Non permetterò che Hamas occupi il mio appartamento», afferma Shimon Cohen, che ha appena investito 7000 dollari per rinnovare muri e mobili del trilocale costato trent’anni di sacrifici. La moglie Hanna in realtà farebbe volentieri i bagagli: nel 2004 il figlio Kobi, di due anni, subì un trauma per un missile caduto a 45 metri di distanza. E’ ancora in cura. Ma Hanna sa che trovare un compratore per la loro casa è un sogno: «Chi investirebbe mai quaggiù?». Così restano. Spaventati, in trincea, senza aria condizionata. Francesca Paci