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 2007  giugno 04 Lunedì calendario

PUTIN/GAZZETTA PER GIORGIO

In una conferenza stampa rilasciata ad alcuni giornali invitati dal Cremlino (uno per ogni Paese del G8, per l’Italia il Corriere della Sera), il presidente russo Valdimir Putin si è detto pronto a «puntare i missili contro l’Europa», come accadeva ai tempi della guerra fredda, se gli americani non ritireranno il progetto di installare un radar nella Repubblica Ceca e dieci testate di intercettori in Polonia come componenti dello «scudo» americano.

 la prima volta che Mosca mette in guardia così esplicitamente Washington. Ed è la prima volta che si fa balenare l’ipotesi di un intervento ”ostile” russo oltre il territorio della Federazione, in nome della sicurezza preventiva e del riequilibrio dei sistemi difensivi globali. Mosca non usava un linguaggio simile dai tempi dell’Urss di Kruscev e di Breznev. Il problema è che gli impianti che dovrebbero essere installati in Polonia e nella Repubblica Ceca secondo i russi sarebbero un elemento del sistema nucleare che protegge il territorio degli Usa, e sarebbe la prima volta nella storia che elementi di questo sistema vengono dislocati in Europa. Washington dice che la difesa serve contro i missili iraniani, Mosca ribatte che si tratta di una scusa perché non esistono missili iraniani con la gittata necessaria e che il vero bersaglio è la Russia. La verità è che l’Iran non dispone ancora di missili con una gittata così ampia, ma Teheran li sta costruendo. Ed è in una fase avanzata. A Putin però non importa che le difese vengano alzate contro quello che potrebbe essere considerato un nemico comune: l’efficacia e la credibilità dell’arsenale russo ne risulterebbero pregiudicate, e tanto basta.

La Russia non si può permettere una riedizione della guerra fredda: la sempre più condizionante interdipendenza dei mercati, il previsto bisogno di massicci investimenti esteri per ammodernare le infrastrutture energetiche, sono tutti elementi incompatibili con una rottura tra Mosca e l’Occidente. Ma il pragmatismo ha un limite: la Russia non può permettere che gli equilibri strategici vengano modificati a suo danno, non vuole perdere lo status di potenza nucleare e non tollera, nazionalista com’è, di essere posta davanti ai fatti compiuti. In realtà è difficile che gli americani possano portare a termine i loro piani. Anche l’Europa non ha alcun desiderio di tornare alla guerra fredda e, anche per questo, non desidera armarsi. Meno che mai desidera che decisioni in questo senso siano prese a Washington, che invece non l’ha nemmeno consultata quando si è messa d’accordo con Varsavia e Praga.

La Russia ha molti contrasti anche con l’Unione europea, litiga per la carne polacca, il petrolio alla Lituania, la rimozione del monumento ai caduti sovietici in Estonia, ecc.
Sul piano interno ha imposto una svolta autoritaria in campo economico, mortifica diritti civili fondamentali, ha favorito un giro di vite sulla stampa e tollera un tasso di corruzione spaventoso. Il mese scorso, a Mosca per il vertice Ue-Russia, il cancelliere tedesco Angela Merkel, presidente di turno, si è detto preoccupato perché un gruppo di oppositori guidati dall’ex campione mondiale di scacchi Gary Kasparov era stato bloccato all’aeroporto per impedirgli di manifestare. Risposta di Putin: «Non è successo di recente anche ad Amburgo dove sono state arrestate ben 140 persone? E poi che cosa è la vera democrazia? Dipende se si vuole vedere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto». Dalla repressione in Cecenia all’assassinio di Litvinenko, l’ultimo di una serie, il Cremlino sembra però aver ricominciato a impiegare gli stessi metodi dell’Urss contro l’opposizione.

L’Occidente può fare pressione sulla Russia condizionandone l’ingresso nel Wto (l’Organizzazione mondiale del commercio) ai progressi della democrazia in casa e alla distensione fuori; riducendo gli investimenti nell’industria e nella finanza russa; prendendo decisamente le parti delle ex repubbliche sovietiche in Asia ecc. Oppure può sperare che a Putin succeda qualcuno più malleabile. Nella primavera del 2008 scadrà infatti il secondo mandato presidenziale, e la Costituizione russa non ne prevede un terzo. L’opposizione liberale russa, come sua tradizione, ha già più candidati che elettori: Kasjanov, Bukovsky, Gherashenko ecc. Putin potrebbe continuare a governare da dietro le quinte, ad esempio facendo eleggere Sergei Ivanov, il suo uomo più fidato, come lui un ex del Kgb, la polizia segreta sovietica. Oppure potrebbe far eleggere un vero e proprio presidente fantoccio, tipo la governatrice di San Pietroburgo Valentina Matvienko, leale, priva di idee politiche proprie, una che recentemente ha detto che i russi hanno ”bisogno di un signore, di uno zar”. In una nuova guerra fredda, però, il cambio della guardia sarebbe un’incognita.

Poco tempo fa Putin ha detto di ritenere un mandato di quattro anni alla presidenza russa «piuttosto corto», lasciando intendere che potrebbe essere esteso a 5 o 7 anni. La crisi di questi giorni potrebbe essere stata causata a scopi elettorali: una situazione di emergenza potrebbe consentirgli di dire al Parlamento che deve restare al comando del Paese per risolverla, e di ottenere un emendamento costituzionale al riguardo. La Duma, il parlamento russo, non glielo negherebbe e il popolo non protesterebbe, anzi. In patria, Putin vanta da anni un «gradimento» attorno del settanta per cento. Grazie a lui la Russia ha riacquistato credibilità come grande potenza. Quando l’ex agente del Kgb salì al potere, il 7 maggio 2000, la Federazione Russa era descritta come ”un Alto Volta con missili nucleari, grandi atleti e silenziosi funzionari”. Un immenso buco nero assoggettato all’egemonia americana, divorato dagli oligarchi e dalla ”famiglia” Eltsin. Pochi avrebbero scommesso allora sulla rinascita della potenza russa. Invece l’economia si è ripresa, come dimostrano il tasso di crescita media del 6,8% e la drastica riduzione dell’inflazione. La conquista più significativa di Putin, tuttavia, è stata quella di ristabilire il peso mondiale della Russia. Mentre il suo predecessore Boris Eltsin faceva il buffone sullo scenario internazionale, Putin ha preferito fare il duro: ha l’appoggio della maggioranza dei russi proprio perché si presenta loro come il grande difensore della patria dai nemici esterni e interni