Corriere della Sera 01/06/2007, Massimo Gaggi, 1 giugno 2007
Corriere della Sera, venerdì 1 giugno. New York. I due ”ragazzi terribili” dell’information technology faccia a faccia per la prima volta dopo 24 anni
Corriere della Sera, venerdì 1 giugno. New York. I due ”ragazzi terribili” dell’information technology faccia a faccia per la prima volta dopo 24 anni. Ma Steve Jobs e Bill Gates non sono più né ragazzi né terribili: la vecchia rivalità - che sicuramente c’è ancora - rimane sottotraccia, coperta da una patina di diplomazia mista a nervosismo: il timore di apparire ipocriti. Invece i due, pur a disagio, non sembrano bugiardi. Nemmeno quando sostengono che da un decennio filano d’amore e d’accordo: «Siamo riusciti a tenere segreto il nostro matrimonio», scherza il fondatore della Apple e spiega che dieci anni fa, quando tornò nell’azienda dalla quale era stato estromesso con un ”golpe” finanziario nel 1985, la trovò imbevuta di una cultura rancorosa e perdente: «Pensavano che la loro crisi fosse colpa del successo di Microsoft». I due imprenditori si parlarono e iniziò la grande tregua. Da allora Jobs non ha più attaccato Gates. L’ultima rasoiata è proprio nel ”97: «Auguro a Gates ogni bene. Davvero. Penso solo che ha le vedute un po’ ristrette. Sarebbe stato più aperto se da ragazzo avesse provato una volta l’Lsd o fosse andato a meditare in India». Poi solo silenzi, risposte evasive e addirittura alcuni casi in cui le due aziende hanno trovato il modo di collaborare. Fino a ”D”, la conferenza sull’economia digitale di Carlsbad in California, dove mercoledì sera Walt Mossberg, il guru tecnologico del Wall Street Journal, è riuscito a farli salire sullo stesso palcoscenico. Da anni era l’evento più atteso dagli internauti di tutto il mondo. I 90 minuti di confronto davanti a una platea di tecnofili adoranti è filato via liscio, senza brividi e senza scintille. E alla fine Jobs - solita barba grigia non tagliata, solita maglia nera, soliti jeans - ha voluto spiegare la sua mancanza di aggressività con parole dal sapore quasi crepuscolare: «Un tempo dove andavo ero sempre il più giovane, oggi sono il più vecchio. Mi capita spesso di riflettere sulle cose della vita avendo in mente i versi delle canzoni di Bob Dylan e dei Beatles». E poi, guardando Gates: «Tu ed io abbiamo ricordi più lunghi della strada che abbiamo davanti». Sono parole tratte da Two of Us, una delle canzoni di Let it Be, l’ultimo album dei Beatles. Applausi interminabili e commozione in sala. Ma davvero Jobs e Gates sono ormai dei ”vecchi saggi” pronti a lasciare le luci della ribalta a Page e Brin di Google, a Chad Hurley di YouTube o a Tom Anderson di MySpace, i nuovi ”giovani leoni” della rete? Se Bill Gates, pur ancora molto attivo come manager, sta voltando pagina, e dal prossimo anno farà il filantropo a tempo pieno, per Jobs le cose sono un po’ diverse. Umanamente il fondatore della Apple è una persona fiera ma provata. I genitori che l’hanno abbandonato appena nato, la cacciata dall’azienda creata da lui, il tumore che lo colpisce nel momento del trionfale ritorno: per Steve la vita è stata tutta una corsa ad ostacoli. Altari scintillanti, ma anche tanta polvere. Quando, però, indossa i panni dell’imprenditore, il guerriero non può permettersi di essere stanco: e, infatti, poco prima del faccia a faccia con Gates, Jobs aveva parlato con orgoglio smisurato dell’iPhone, l’ultimo prodotto uscito dal suo cappello magico. Un oggetto seducente che sarà messo in vendita tra un mese negli Usa e che sta facendo tremare tutti i produttori di telefonini. Dopo aver venduto 100 milioni di iPod, polverizzando la supremazia della Sony nel campo della ”musica portatile”, Jobs punta al bis nel campo dei cellulari: niente male per uno che ha imboccato il viale del tramonto. E, nell’unica battuta della giornata indirettamente polemica nei confronti di Gates, Steve definisce «un bicchiere d’acqua ghiacciata offerto a qualcuno che è all’inferno» il programma musicale iTunes di Apple, scaricati su oltre 300 milioni di computer che ”girano” coi sistemi di Microsoft. Per il resto solo un fair play sincero, anche se i due si sentono un po’ in imbarazzo nei panni dei vecchi compagni di strada. Gates, che ha costruito un’azienda che oggi vale quasi 300 miliardi di dollari, non fa fatica a riconoscere che «Jobs ha sempre saputo rischiare su progetti coraggiosi e azzeccati. Il suo gusto, la sua capacità di capire la gente gli hanno consentito di produrre oggetti unici, circondati da un alone di magia». E il capo della Apple, che proprio ieri ha raggiunto i 100 miliardi di dollari di capitalizzazione, non suona affatto ipocrita quando riconosce che «Bill ha costruito una software company prima che tutti noi riuscissimo a capire che cosa fosse un software». Né sembra falso quando loda Gates per le sue attività filantropiche: «Decidendo di non diventare l’uomo più ricco sepolto in un cimitero, Bill ha reso il mondo un luogo migliore». I due protagonisti sul palcoscenico, comunque, non appaiono rilassati: un certo disagio è palpabile. Gli intervistatori li stuzzicano sulla pubblicità televisiva della Apple che presenta i suoi clienti come giovani e brillanti, mentre all’utilizzatore di prodotti Microsoft è riservato il ruolo del secchione nervoso. Jobs risponde che la pubblicità ha le sue regole e Gates non polemizza. Jobs ha compiuto 52 anni a febbraio, Gates li compirà ad ottobre. Parecchi, in un’industria oggi dominata dai trentenni. I due ”vecchietti” non si sentono fuori gioco, ma forse è proprio il ”gap” generazionale con i nuovi manager a farli tornare più spesso con la mente alle loro origini. Quando, nel ”75, Gates lasciò Harvard senza aver completato gli studi per fondare la Microsoft, mentre Jobs costruì la Apple nel ”76. All’inizio, prima della rottura, le due aziende avevano collaborato. Con risultati spettacolari. Massimo Gaggi