Sergio Romano, Corriere della Sera 4/6/2007, 4 giugno 2007
Sono passati 12 anni da quel 4 agosto 1995 quando vennero espulsi dalla Croazia 250.000 serbi e uccisi 2
Sono passati 12 anni da quel 4 agosto 1995 quando vennero espulsi dalla Croazia 250.000 serbi e uccisi 2.500 in attacchi criminali, un triste anniversario che la comunità internazionale, troppo impegnata in altre questioni, preferisce non commemorare. Mentre per altre ricorrenze dell’ultima «guerra balcanica» si sono scritti articoli ed editoriali, per l’espulsione di questi inermi cittadini sembra che nessuno voglia ricordare. L’operazione di «pulizia etnica» compiuta dal 4 al 26 agosto 1995 non appare degna di essere menzionata neppure nelle pagine più interne dei giornali. A ricordare quei giorni rimangono solamente i protagonisti di quella tragedia compiuta nella più totale indifferenza della società civile europea. La «brillante operazione», come venne presentata allora, portò, secondo una stima minimale, all’uccisione di 1.909 serbi di cui 1.500 civili. Se è vero che la ragione non è mai da una sola parte e per esprimere un giudizio il più possibile pacato è necessario approfondire le posizioni di entrambi i contendenti, è anche vero che ancora oggi rimane una sorta di ostracismo culturale e politico nei confronti della Serbia che, è bene non dimenticarlo, vanta profondi legami storici e culturali con la nostra nazione. Solo in questi giorni il Governo croato ha ammesso «in guerra ci sono stati anche quelli che non hanno lottato per la Croazia, ma per se stessi, e che hanno distrutto anche ciò che non andava distrutto. Chi ha violato le leggi di guerra deve essere chiamato a risponderne». Ridiamo alla Serbia la sua dignità di essere una parte integrante dell’Europa, una dignità non solo che le spetta storicamente ma che sarebbe vergognoso negarle. Marco Baratto Associazione Culturale Euromediterranea Mulazzano (Lo) Caro Baratto, potrei risponderle che l’offensiva dell’agosto 1995 contro la Krajna e la Slavonia (le regioni croate abitate da forti e antichi insediamenti serbi) cominciò tre settimane dopo il massacro di Srebrenica in cui perdettero la vita poco meno di 8.000 musulmani bosniaci. La spietata pulizia etnica del generale Mladic finì per attenuare la percezione di ciò che le truppe croate avrebbero fatto, di lì a poco, alle popolazioni serbe. Ma sarebbe una risposta superficiale e ingiusta. Ciò che maggiormente mi colpì in quelle vicende e, più tardi, in quelle del Kosovo, fu il giudizio sommario della pubblica opinione occidentale. Processata «per direttissima» e condannata a furor di popolo, la Serbia divenne da quel momento il principale responsabile delle guerre balcaniche, e le sue colpe furono una sorta di attenuante per chiunque, in quegli anni, avesse dato prova della stessa brutale violenza. So che non è possibile giustificare la ferocia dell’uno con la ferocia dell’altro. Ma sarebbe stato utile ricordare le persecuzioni contro i serbi nella grande Croazia di Ante Pavelic durante la seconda guerra mondiale, e la facilità con cui i tedeschi, negli stessi anni, avevano reclutato reggimenti di Ss bosniache per la lotta contro i partigiani di Tito. Nessuno di questi eventi avrebbe potuto giustificare la ferocia dei serbo-bosniaci. Ma il loro ricordo avrebbe permesso di comprendere perché la società serba abbia rifiutato per molto tempo di credere al massacro di Srebrenica e si sia considerata ingiustamente punita da una sorta di congiura occidentale. Mentre il nostro orizzonte era interamente occupato dallo spettacolo di quanto era accaduto intorno a quella città verso la metà di luglio del 1995, i serbi avevano altri ricordi e altre cicatrici. Non capimmo che i loro uomini politici dovevano dibattersi con grande imbarazzo fra perentori ultimatum occidentali e i sentimenti di un popolo che si considerava calunniato e offeso. Avremmo dovuto dare prova di sensibilità politica e ci lasciammo invece rappresentare a Belgrado da un accigliato procuratore, Carla Del Ponte, che sembrava animato, durante le sue visite alla capitale serba, da una sorta di furia giudiziaria. In questa rappresentazione schematica delle responsabilità balcaniche finì per essere dimenticata una circostanza non priva d’interesse. Le truppe croate che scatenarono l’operazione Tempesta erano state equipaggiate e armate da società private americane con l’approvazione di Washington. Suppongo che la presidenza Clinton non avesse messo in conto la brutale pulizia etnica realizzata dai croati durante quell’operazione; un’altra prova di quanto fosse modesta la conoscenza che gli americani avevano della storia dei Balcani.