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 2007  giugno 04 Lunedì calendario

ROMA – Faranno le analisi sul sangue che hanno prelevato al feto durante l’autopsia di Barbara Cicioni, la donna di Perugia è stata uccisa che era incinta di otto mesi

ROMA – Faranno le analisi sul sangue che hanno prelevato al feto durante l’autopsia di Barbara Cicioni, la donna di Perugia è stata uccisa che era incinta di otto mesi. Incinta di quel feto di nome Viola: l’hanno trattata a tutti gli effetti come una bambina e l’hanno sepolta insieme alla sua mamma, lì nel cimitero di Morcella. Antonella Duchini, il magistrato che indaga anche sulla sua morte, ha disposto su Viola, come atto dovuto, il test del Dna. Si vuole scoprire se quella bimba mai nata era o non era figlia di Roberto Spaccino, il marito di Barbara. L’uomo che è in carcere da una settimana, accusato di questo omicidio. Un test che adesso divide gli animi e le coscienze. «Una cosa vergognosa», lo giudica senza mezzi termini Annamaria Bernardini De Pace, avvocato matrimonialista. E spiega: «Che senso ha fare quel test? Cosa stanno andando a cercare? Le ragioni del movente? E cosa importa se quella bimba era o non era figlia di un uomo che ha ucciso tutte e due senza pietà? La gelosia potrebbe forse essere un’attenuante? Ma non siamo ridicoli. Giudiziariamente è una follia. E’ come se si volessero giudicare le donne stuprate a seconda di come erano vestite. Non c’è solidarietà pietosa verso quella bambina. E dire che il pubblico ministero è una donna». Rincara la dose un altro avvocato, Maretta Scoca. Con una premessa: «Ammesso e non concesso che sia stato effettivamente il marito ad uccidere così brutalmente la moglie e quella bimba che portava in grembo». Ammesso, e non concesso, secondo l’avvocato Scoca quel test del Dna sul feto è semplicemente una «follia». Spiega: «Davanti ad un delitto così efferato voler stabilire un movente mi sembra un fatto davvero secondario. Non è certo un’esimente». Ma non solo. «Anche ammesso che il marito sapesse o abbia saputo che quella bimba non era sua figlia non potrebbe mai essere un’attenuante di nessun tipo», dice ancora Maretta Scoca. E aggiunge: «Per me dovrebbe anzi essere giudicato un’aggravante: non ci può andare di mezzo un bambina». Anche Enzo Carra, deputato teodem della Margherita, guarda con diffidenza a questo test del Dna. «Non lo faccio per moralismo», dice. E spiega: «Se serve ha un senso tirare fuori un feto o un cadavere per un esame di laboratorio. Ma in questo caso: cosa cambia nella responsabilità di un uomo di un delitto così orrendo? E poi mi chiedo: che senso ha andare a cercare il movente prima di avere tutte le prove? Io direi che dobbiamo cercare le prove a carico di un assassino prima di occuparci del movente». Non la pensa così Simonetta Matone, magistrato del tribunale dei minori. E’ decisa. «Se fossi stata il pm di quel caso lo avrei ordinato anche io il test di quel Dna», dice infatti. E poi spiega: «Capisco che visto da fuori questo esame può apparire molto brutto. Ma è sicuramente giusto. Evidentemente ci sono delle esigenze investigative dalle quali non si può prescindere». Simonetta Matone ha una sua idea: «Probabilmente quel test è stato disposto dall’accusa per cautelarsi rispetto alla linea difensiva che verrà adottata. Mi rendo conto che può apparire un oltraggio alla vita di questa poverina. Ma è un atto dovuto».