Michele Ainis, La Stampa 2/6/2007, 2 giugno 2007
La nostra Repubblica ha appena celebrato un mesto compleanno. Nonostante gli appelli all’ unità del Capo dello Stato, s’approfondisce il solco fra maggioranza e opposizione
La nostra Repubblica ha appena celebrato un mesto compleanno. Nonostante gli appelli all’ unità del Capo dello Stato, s’approfondisce il solco fra maggioranza e opposizione. Anzi la crisi politica - dopo il caso Visco - traligna in crisi istituzionale. Infine la crisi chiama in causa lo stesso Capo dello Stato, da cui il centro-destra reclama un intervento correttivo, per salvaguardare l’autonomia della Guardia di Finanza dalle lunghe mani del governo. Potrebbe farlo il nostro Presidente? Potrebbe restituire il bastone del comando al generale Speciale, sacrificato alla ragion di Stato? Certo che no: l’inquilino del Quirinale non può sovvertire in un istante il proprio ruolo, quale si è configurato in sessant’anni. Ma soprattutto non può farlo senza una rete di protezione e di consenso da parte delle forze politiche di destra e di sinistra. Qui viene in campo però tutt’altra questione, ben più generale e rilevante della vicenda che ha dato la stura al caso Visco. Sta di fatto che gli italiani hanno ormai divorziato dal Palazzo: sicché non vanno più a votare (quasi un elettore su 2 alle ultime provinciali) oppure votano regolarmente contro chi siede sui banchi del governo (accade a Prodi com’era già accaduto a Berlusconi). Un bipolarismo nevrotico Questo bipolarismo nevrotico è l’opposto del bipolarismo inglese o americano, dove Blair e Bush (e in precedenza Clinton e la Thatcher) hanno ottenuto il secondo mandato. Da quelle parti c’è però una guida politica sicura, nonché un sistema capace di produrre decisioni; viceversa in Italia l’inefficienza è il primo capo d’imputazione che pende sulla testa dei politici. Da qui - s’osserva - la necessità delle riforme, tuttavia paralizzate dalla stessa inefficienza del sistema. Da qui la cifra di disperazione che coglie anche gli addetti ai lavori: proprio ieri Sartori proponeva di vietare la rielezione dei parlamentari, castigando così i capaci insieme con gli incapaci. Ma non è vero che l’impasse è senza vie d’uscita. Il rimedio c’è, ed è sotto il nostro naso, come nella Lettera rubata di Allan Poe. Basta riprendere in mano la Costituzione, e rileggerla con occhi vergini, depurandola dall’azione corrosiva (e in senso lato eversiva) della prassi che vi si è depositata sopra. Posso dirlo senza incorrere nel reato di bestemmia? Non serve il presidenzialismo agognato dai ri-costituenti: non serve perché ce l’abbiamo già, solo che fin qui è rimasto sulla carta. La popolarità del Quirinale Il nostro Presidente non è affatto un notaio, bensì partecipa - con un ruolo di garanzia ma anche d’indirizzo - alla funzione legislativa, a quella esecutiva, a quella giurisdizionale. Decide lo scioglimento delle Camere. Nomina i governi. Ha poteri sulle relazioni internazionali dello Stato, fino al caso estremo della guerra. In ultimo comanda le forze armate, e ciò comporta l’autorità d’impartire ordini alle truppe. Fu questa, d’altronde, la lettura dei poteri presidenziali avanzata dai costituzionalisti degli anni Cinquanta, da Calamandrei a Barile, da Maranini a Crosa. Poi, però, la storia ha posto un veto, essenzialmente a causa d’un partito-Stato (la Democrazia cristiana) che non tollerava altri poteri né contropoteri. Ma la Dc è morta, e alla prova dei fatti lo svuotamento del ruolo presidenziale non ha restituito smalto alle altre istituzioni. Inoltre il caso del potere di grazia dimostra che la Costituzione scritta può sempre ottenere una rivincita su quella deformata dalla prassi. Infine la popolarità di cui gode il Quirinale - con un consenso triplo rispetto a governo e Parlamento - prova che gli italiani non sarebbero contrari. Se le forze politiche ne prenderanno atto, potrà farlo anche il Presidente. micheleainis@tin.it Stampa Articolo