Fabrizio Rondolino, La Stampa 2/6/2007, 2 giugno 2007
Queste sono le mie proposte, e se non vanno bene me ne posso anche andare a casa. Mi dimetto e la legislatura finisce qui»: al vertice di maggioranza di venerdì scorso, dedicato al caso-Visco, al caso-Bush e al caso-Dpef, Romano Prodi si è rimesso al punto 12 del Dodecalogo, rafforzandolo addirittura con la minaccia di elezioni anticipate (che pure, come è noto, non rientrano fra le prerogative del presidente del Consiglio)
Queste sono le mie proposte, e se non vanno bene me ne posso anche andare a casa. Mi dimetto e la legislatura finisce qui»: al vertice di maggioranza di venerdì scorso, dedicato al caso-Visco, al caso-Bush e al caso-Dpef, Romano Prodi si è rimesso al punto 12 del Dodecalogo, rafforzandolo addirittura con la minaccia di elezioni anticipate (che pure, come è noto, non rientrano fra le prerogative del presidente del Consiglio). I dodici punti «prioritari e non negoziabili» erano stati sottoposti da Prodi ai suoi alleati il 5 marzo scorso, e approvati con entusiasmo. Riletto oggi, a meno di tre mesi di distanza, il Dodecalogo somiglia a quelle diete che il primo giorno ci divertono, il secondo raccontiamo con orgoglio ai colleghi, e il terzo, al cospetto di un croissant, abbiamo già allegramente dimenticato. 1. Proprio sulla politica estera il governo era (quasi) caduto tre mesi fa, ed è per questo che la politica estera campeggia al primo punto. A parte l’ultimo comma, dedicato (inutilmente) a conquistare il voto del senatore De Gregorio, non è del tutto chiaro neppure ai leader più illuminati della maggioranza come si svilupperà la nostra presenza militare in Afghanistan, per la buona ragione che la situazione di quello sventurato Paese è del tutto al di fuori del nostro controllo. Il punto 1 del dodecalogo va dunque inteso come un auspicio, che non si può non condividere. 2. Un impegno, spiegano i vocabolari, è un «obbligo», cioè un contratto: non ha senso concettualmente definirlo «forte», perché è fortissimo di per sé. La tautologia ha però un effetto propagandistico e psicologico,tonico e rassicurante. In realtà, dopo gli stanziamenti della Finanziaria, non risulta che il governo abbia fatto alcunché in questo campo. 3. Fra poco più di un mese e mezzo scadono i termini per i finanziamenti europei, e l’accordo sulla Tav sembra ancora lontanissimo, nonostante il percorso sia già stato cambiato due volte: la sinistra radicale non ha intenzione di cedere, e la riunione convocata da Di Pietro per il prossimo 13 giugno si preannuncia difficile e, forse, inutile. 4. Le «fonti rinnovabili» rassicurano Pecoraro Scanio, i rigassificatori tutti gli altri ministri. Poiché però le prime costano molto e i secondi sono considerati necessari, nessuna decisione è stata ancora assunta in merito, neanche sul rigassificatore di Brindisi contestato da Vendola e dai Verdi. 5. Con tutta la buona volontà di Pierluigi Bersani, le liberalizzazioni sembrano, se non dimenticate, ridimensionate: a sei mesi dalle prime, virulente proteste si sta ancora discutendo di tassì e tassinari, come se questo soltanto fosse il problema (e come se tutti i cittadini prendessero regolarmente il tassì), mentre di riforma, o di abolizione, degli ordini professionali non parla più nessuno. 6. L’ironia è pungente, perché l’immagine del nostro Sud nel mondo, oggi, è quella di un’immensa «Terre d’immondices» (così un titolo di «Libération»). La questione dello smaltimento dei rifiuti in Campania sta rapidamente diventando un problema di «sicurezza», come recita il punto 6, ma a rovescio: per la salute dei cittadini e per l’incolumità dei manifestanti e delle forze dell’ordine, senza che s’intraveda una soluzione. 7. Nella sua algida intervista a «Repubblica» seguita alla significativa flessione elettorale del centrosinistra, Prodi tra le altre cose ha rivendicato di aver «inventato» proprio lui la questione del «costi della politica» che oggi affascina commentatori e opinionisti. Ora si attende, per il prossimo 15 giugno, la presentazione di un disegno di legge in Consiglio dei ministri; da qui passerà alle Commissioni parlamentari competenti, poi all’aula, poi all’altra aula, proprio come si addice a un’«azione concreta e immediata». 8. Proprio ieri il segretario della Cgil, Epifani, ha sollecitato il governo a convocare una riunione formale sulla riforma delle pensioni; il ministro Damiano nelle stesse ore ha assicurato che il governo intende chiudere la questione «entro giugno»: ma, al momento, le posizioni in campo sono almeno tre: quella del Tesoro, quella del Partito democratico, quella della sinistra radicale. Prodi non si è ancora espresso (v. punto 12). 9. E’ vero che Prodi ha annunciato alla Conferenza di Firenze che il governo impiegherà i due terzi del «tesoretto» a favore della famiglia; ma è altrettanto vero che si tratta, al momento, di un semplice annuncio, peraltro contraddetto dalle dichiarazioni di numerosi altri ministri. Il punto 9 si segnala anche per ciò che non dice: i Dico, forse la sola cosa «di sinistra» che il governo sia stato capace di fare, non compaiono né qui né altrove. Ciò nonostante, un milione di persone è sceso in piazza utilizzando proprio la famiglia come randello per suonarle al governo. 10. E’ il famoso «conflitto di interessi», la cui regolazione è oggetto di una legge all’esame del Parlamento che, tuttavia, non verrà mai approvata. Il ministro Mastella ha infatti dichiarato che il suo partito al Senato si asterrà (cioè, a termini di regolamento, voterà contro). 11. Un destino beffardo ha voluto che si pubblicassero alcune foto notturne (e da ogni punto di vista insignificanti) di Silvio Sircana proprio all’indomani dell’approvazione solenne del dodecalogo, e dunque la cancellazione de facto del punto 11 non va considerata una mancanza del governo, ma una causa di forza maggiore. 12. E’ la traduzione del «qui decido io» che Prodi ama ripetere con un tono (e una credibilità) che somigliano sempre più all’indimenticato ministro di Saddam che vantava il controllo di Baghdad mentre, alle sue spalle, sfilavano i carri americani. Non passa giorno che il presidente del Consiglio non si lamenti pubblicamente dei suoi ministri e dei suoi alleati, e in generale del disordine comunicativo e politico che regna nell’affollato recinto del centrosinistra. Nel Palazzo e nelle redazioni il fenomeno è accolto con divertita attenzione, come sempre accade quando una nave va affondando.