Fabrizio Ravelli, la Repubblica 2/6/2007, 2 giugno 2007
FABRIZIO RAVELLI
PIEVE DI SOLIGO
dice che ogni tanto scrive degli «epigrammini», e uno degli ultimi è questo: «In questo progresso scorsoio/ non so se vengo ingoiato/ o se ingoio».
Andrea Zanzotto alza gli occhi, che dietro le lenti brillano di una luce metà disperata e metà ironica. Succedono cose, nel mondo là fuori, dentro l´orizzonte dove è germinata da sempre la sua poesia, e sono cose che sgomentano. Bisognerebbe fidarsi dei poeti, in generale, e tanto più di uno come Zanzotto, vertiginoso e profondo, trasparente e ulcerato, quando ti dice che là fuori, in mezzo al paesaggio che sta intorno alla sua villetta, si vede benissimo come il mondo stia andando a gambe all´aria. La dolce cantilena veneta stavolta non smussa gli spigoli: «Ormai ho un´età in cui ci voleva proprio la catastrofe climatica per scuotermi. Visto che ormai alle vicissitudini si è più o meno abituati, a una certa età, è capitato qualcosa che è assolutamente indigeribile».
Il clima che cambia, e il mondo che rotola verso il disastro. Ne discutono gli scienziati, e non passa giorno senza che una nuova profezia provi a illuminare il futuro. Si sottoscrivono protocolli fra stati. Gli ambientalisti rinnovano allarmi. Ma un poeta, che cosa vede in fondo a questa china? Lui, Andrea Zanzotto, classe 1921, è una vita che ci parla dal fondo di un paesaggio: Dietro il paesaggio è il titolo della sua opera prima, 1951. Una vita intera, a misurare e rispecchiare fioriture e marcescenze, richiami della natura e ferite dell´anima. Qualche mese fa l´abbiamo visto nel film che gli hanno dedicato Marco Paolini e Carlo Mazzacurati (per la collana Ritratti, Fandango Libri). Zanzotto e il suo paesaggio. Il poeta e le sue «passeggiatine». Ogni giorno, con la sciarpa stretta al collo e la baréta ben calcata in testa, l´indispensabile vagolare fra Pieve e Solighetto, «perché devo visitare l´erba nel tal posto, i ranuncoli dell´altro, insomma tutti i miei ascoltatori».
Zanzotto coi ranuncoli, e i topinambùr, e i papaveri, e gli alberi, e i marotéi di fieno, ci parla. Recita i suoi versi agli «ascoltatori». Ascolta quel che hanno da dire, scruta e fruga, perché la sua poesia è un eterno «raspar su». C´è anche qui un prima e un dopo. Prima gli toccava lottare solo con il vento, «un vento che, come un fiato, proviene direttamente dalle steppe lontanissime della Balcania, o forse anche dell´Asia centrale». Il dopo è adesso. Dopo che una caduta gli ha fratturato il femore, dopo che le "passeggiatine" si sono fatte più brevi e faticose. Dopo che il suo trauma gli è sembrato rispecchiare i traumi che la natura, là fuori, patisce, il deperire veloce verso una fine del tempo, l´ultima «vicissitudine» senza possibile recupero.
C´è un libretto uscito da poco (edizioni Nottetempo) che registra una sua conversazione con Laura Barile e Ginevra Bompiani. Ha un titolo meraviglioso, Eterna riabilitazione da un trauma di cui si ignora la natura, e condensa l´ultimo rimuginare di Zanzotto. Il trauma è la caduta, come un´idea laica di peccato originale («Caduta e colpa tante volte si identificano»).
Riabilitazione è (anche) l´eterno lavoro della poesia. Ma poi, se questi impedimenti si riflettono nelle bizzarrie della natura impazzita, i pensieri vanno verso una fine di tutto, che non ha riabilitazione. Zanzotto è uno che di scienza si è sempre interessato, e riassume: «Adesso discutono, e mentre prima, fino a qualche tempo fa, c´era chi metteva dei dubbi, adesso sono tutti d´accordo nell´accettare. Tutti gli ultimi congressi sono quasi all´unanimità, per dire che qualcosa di catastrofico sta avvenendo». E sarà naturale, questo andazzo? «C´è sempre anche una parte che viene dalla Natura, che è ladra, assassina, disfattista, creativa, le fa tutte insieme contemporaneamente, in maniera da lasciarti lì a bocca aperta, o infuriato». Ma questo salto non è casuale, non è uno scatto di quelli che possano «riabilitare l´idea di evoluzione come nonsenso».
No, in questo «progresso scorsoio», dice, «parlando del clima, salta fuori sempre la questione se questi fatti siano già avvenuti, per esempio il riscaldamento del globo. Si è certi, invece, che questo riscaldamento è avvenuto solo per opera umana. E una delle poche cose di cui non si dubiti, salvo una minoranza che assume gli argomenti del presidente degli Stati Uniti. Ormai la conclusione di tutti i congressi è questa, pressappoco: chi dice entro cinquanta, chi entro sessanta, chi entro settanta anni, poi consummatum est, salta tutto, qualsiasi tipo di ordine».
Qui sta il «trauma grosso», nel non saper pensare un tempo che finisce: «Io credo che una delle cose più terribili che, vorrei dire, scusano quasi l´imbecillità umana, è che l´uomo di adesso, industriale e scientifico, non abbia ancora ingoiato il trauma del cambiamento del tipo di tempo».
Zanzotto rilegge l´abate Giacomo Zanella, suo conterraneo, un poeta che gli piace molto e che «dovrebbe tornare ad esser letto nelle scuole». «Zanella, un prete, descrive: "Riposi marmorea, dell´onde già figlia, ritorta conchiglia". Siamo negli anni Sessanta-Settanta dell´Ottocento. Zanella non accettò mai che anche l´uomo facesse parte del processo evolutivo. Ma con quello che stava dicendo, parlava in realtà del processo evolutivo. Che fino a quando riguardava cambiamenti geologici puri, o animali, poteva essere accettato».
Ma oggi, adesso, «il trauma grosso, che non è stato affatto ancora digerito, e viene rimosso in continuazione, è quello di agire come se si dovesse andare avanti a millenni. Guai se dici a uno che osserva l´andamento del Pil da un anno all´altro: questa roba qua fra settant´anni non avrà più senso. Il vecchio mito sbagliato, e rimosso nel profondo, è proprio quello che autorizza l´euforia del capitalismo». Oggi, dice Zanzotto tamburellando le dita sul tavolo ingombro di carte, «abbiamo davanti un tempo che strapiomba».
Ma addirittura «che il tempo sia più corto non ha neanche più un senso, perché la stessa scienza che promette verità promette anche dubbi sempre nuovi. E il tentativo di fare umano qualcosa che è disumano. Qualcosa che cozza contro un dato di fatto: che l´homo sapiens vive poco, ha solo creato una catena di pensierini che si tramandano da una generazione all´altra. E anche quelli che sanno che le cose andranno a male fingono di non sentire, anzi si crea una specie di insensibilità friabilissima, senza la quale non si potrebbe neanche programmare dall´oggi al domani. Una forma di anestesia, di cui si sa che è anestesia. E altro è saperlo teoricamente, altro è batterci il naso contro, insomma».
doloroso, per un uomo che ha sempre cercato da rabdomante il corso della natura, frugando nelle «faglie», scavando un senso per la vita, scoprire che il tempo finisce, che dietro non c´è niente: «Insomma, adesso siamo in piena discontinuità, e io inciampo facilmente nella discontinuità. Essendo già vecchio, e avendo il cervello pieno di tarli». Un poeta che ha sempre cercato il buono del mondo: «Lo sento ancora questo impulso, perché c´è pur sempre un abisso fra il fatto che il mondo ci sia e il fatto che non ci sia. Perché c´è, invece che non esserci? Perché c´è tutta ”sta roba, che potrebbe anche apparire senza senso? Invece che, semplicemente, non esserci?».
Una poesia che è un voler credere, o una forma religiosa: «Siamo presi in una tagliola che è suicidio puro, e allora di fronte a questo la spinta religiosa si fa strada, perché uno magari pensa di avere avuto una rivelazione. Nella poesia, anche in quella che sembra più lontana, c´è sempre qualcosa, un impeto, qualcosa di affettivo, per cui si sente che almeno un certo momento di senso viene assunto dalla realtà, proprio perché se no si oscilla dentro il niente. Perché noi, che stiamo qui a chiacchierare, perché ci siamo?. Sembra che, a questo punto, possa affiorare una divinità burlona. Penso a Per un Iddio che ride come un bimbo, che è di Ungaretti. Una bella definizione. Perché se si prendesse tutto come una burla, anche quello potrebbe portare un momento di tregua, ecco. Ridiamoci sopra. E teniamo sempre l´atteggiamento di umiltà».
«Io credo che la poesia nasca comunque», dice. «La vedo come una delle forze elementari». Certo, è dura se poi là fuori «è tutto talmente orrido». «Insomma, per quanto in fondo si possa andare, non si va giù mai quanto la realtà balorda che la testa umana produce per guadagnare. Oggi dietro il paesaggio non c´è più niente, è il paesaggio stesso che sta scomparendo». Gli hanno dato del don Chisciotte, pensando fosse un insulto, quando ha battagliato contro la cementificazione: «Il destino ha voluto che l´ultimo prato golenale del Soligo, che è molto esteso, venisse preso di mira dai fabbricanti per il Palazzetto dello sport. Ho messo in piedi una specie di causa, spero che abbiano capito che non si può distruggere quel prato, è un addio che è per sempre».
Gli occhi di Zanzotto brillano, la curiosità non si spegne, anche se dice di avere «il cervello pieno di tarli», qui «davanti a un tempo che strapiomba». La poesia nasce ancora, «sia dal paesaggio devastato sia dai pensieri sconquassati e incerti». «Magari come deprecazione, o rimpianto. La nostalgia non mi piace particolarmente, perché penso che noi siamo costretti ad essere in un eterno presente, in realtà. Quando diciamo passato, è in realtà strapassato. Guai a soffermarsi. Salvo quando la realtà ti travolge, come un carrarmato, con le ruote dentate dell´economia, e allora non resta che farsi da parte».