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 2007  giugno 02 Sabato calendario

IRENE BIGNARDI

u no è nato in mezzo al deserto del Sahara, l´altro in un libro. Uno guarda il mondo con l´occhio dei bambini, l´altro con l´occhio degli adulti consapevoli della loro mortalità. Uno è un "piccolo" film che sembra grande, nella memoria, per il successo che ha riscosso, ma che è stato concepito e realizzato come una deriva personale alla ricerca delle fiaba perduta, l´altro è un meraviglioso, sontuoso monumento visivo denso di rimandi filosofici, mistici, culturali. Uno si svolge in un presente indeterminato ai margini della classica piccola città americana, l´altro nell´immenso sprawl, nella distesa senza fine della Los Angeles del 2019. Tutti e due hanno segnato la storia del cinema di fantascienza con tanta forza da non aver creato (o quasi) dei cloni: unici, inimitabili, definitivi. Tutti e due, E.T. e Blade Runner, si confrontano in un anniversario, compiono un quarto di secolo.
Della nascita di E.T., il piccolo extraterrestre abbandonato per errore dalla sua astronave vicino alla casa del piccolo e non tanto felice Elliott, ha raccontato molte volte Steven Spielberg. Prima i ricordi: di quando lui aveva sei anni e una notte suo padre lo svegliò alle tre per portarlo a vedere una pioggia di meteore, e lui, piccino, capì «che il cielo e le stelle lassù meritano un´osservazione molto attenta». Poi ci mette le sue esperienze con Il mago di Oz e Peter Pan, e tanto Disney e Hitchcock e Kubrick e Steinbeck e Faulkner e «tutte le esperienze che ho fatto alle elementari, alla medie, al liceo, al college per farmi spazio nella vita». E infine quando stava in mezzo al Sahara, durante le riprese di I predatori dell´Arca perduta, «tra nazisti assassini e proiettili che volavano da tutte le parti». Che ci faccio qui? si è chiesto il regista. «Devo tornare indietro, alla spiritualità di Incontri ravvicinati, al calore delle emozioni più genuine».
Detto fatto. Dopo l´arrivo sulla scena di Indiana Jones, Hollywood era pronta a concedere al suo pupillo qualsiasi capriccio. E E.T. non era un capriccio costoso, tutt´altro. Era l´incontro al massimo livello possibile tra la fantasia di Spielberg e la sua voglia di gioco, come quei giochi che i bambini riescono a fare con poco. E era, a detta sua, di nuovo un film «personale, il primo dopo Incontri ravvicinati».
«Quando incominciai E.T. ero grasso, felice e soddisfatto dei film che avevo in programma. E sentivo che non avevo nulla da perdere». Quello che produsse grazie anche all´ingegnosa e poetica creatura di Carlo Rambaldi (che nella realtà della lavorazione furono tre, in un progressivo livello di sofisticazione e di ingombro) è un personaggio che si aggiunge al Pantheon degli eroi fantastici, a Mickey Mouse (come auspicava e annunciava il regista) e, andando indietro nel tempo delle favole, a Peter Pan, a Pollicino, agli archetipi dei bambini indipendenti e ribelli.
Qui veramente i bambini sono due, stranamente assortiti: il bambino/vecchio, E.T., ormai l´extraterrestre per antonomasia, rugoso come una tartaruga e tenero come un pupazzo, e Elliott, il bambino/bambino che con E.T. cresce e diventa consapevole del suo essere umano. La singolare e strana coppia, bambino e extraterrestre, che si ritrova e si vuol bene, si riconosce e sperimenta la solidarietà dei piccoli, mossa dalla regia a altezza di bambino di Spielberg (chi non ricorda quegli adulti cattivi ripresi dalla vita in giù, quel tintinnare aggressivo di chiavi portate da uno sconosciuto di cui non si vede il volto e che, si favoleggia, era forse Harrison Ford?), ha prodotto il miracolo di un cartone animato umanizzato, della meraviglia eretta a sistema (e con poco, come insiste il regista, con mezzi umani e moderatamente tecnologici, e ogni tanto l´intervento di un nanetto, Pat Bilon, nella pelle rugosa di E.T.).
Quando, in occasione di un altro anniversario (il ventesimo) E.T. uscì in quella che veniva presentata come una nuova versione (in realtà limitata a tre minuti in più di girato), l´unica vera differenza rispetto alla versione del 1982 era che Spielberg aveva deciso di eliminare tutte le pistole dal film. Effetto 11 settembre, si disse. In realtà Spielberg aveva dichiarato da tempi insospettabili che c´erano due cose di cui si pentiva, nel film: gli adulti con la pistola che minacciano i bambini nella loro fuga in bicicletta verso la grande luna bianca, e la presenza nel film di armi.
L´unico punto che collega E.T. al suo coetaneo Blade Runner - piccolo uno, gigantesco l´altro; provinciale il primo, megalopolitano il secondo; fiaba per bambini l´uno, incubo per adulti l´altro - è che in ambedue i film gli alieni sono umani, più che umani, che la definizione di umanità viene messa in discussione dalla natura della strana alienità degli altri.
Se E.T. è nato dal desiderio di fiaba esploso nella fantasia di Spielberg in pieno Sahara, Blade Runner nasce dalle letture eccentriche di Ridley Scott: eccentriche perché Philip K. Dick non era in quegli anni assurto alla posizione di scrittore di culto che gli è riconosciuta oggi. Ma accanto a Dick, autore del racconto su cui si basa con molte varianti il film (Do Androids Dream of Electric Sheep? Gli androidi sognano pecore elettriche?), servirebbe un intero scaffale, se non di più, per contenere le fonti letterarie e filosofiche di un film che fortunatamente parla anche e semplicemente per la sua potenza visiva ed emotiva.
Perché se Blade Runner parla di alieni molto umani, parla in effetti della condizione umana, della vita a prestito e a termine che tutti viviamo e che nei "replicanti" del film (i perfettissimi robot costruiti sul modello degli uomini per lavorare nello "spazio esterno") è limitata a quattro anni, con "data di ritiro" prestabilita e fissa. E se nel romanzo di Dick, secondo lo stesso Dick, «i replicanti sono odiosi, crudeli, freddi e senza cuore», nel film di Ridley Scott, sempre secondo Dick, sono «superuomini senza ali». Ridley Scott li mescola e confonde con un´umanità molto meno buona e sensibile di loro, più consapevoli degli uomini della loro fragile condizione di creature a termine, più umani degli umani. Di più: i replicanti (definiti da una parola che in questi venticinque anni si è radicata con un´accezione ironica e denigratoria nel linguaggio comune, almeno come paparazzi e vitelloni) con la loro stessa esistenza non solo costringono gli esseri umani a confrontarsi con l´essenza mortale, ma preannunciano tutto il dibattito attuale sulla clonazione e sull´ingegneria genetica.
Eppure, come tutti i film diventati in qualche misura un universo mitico, anche di Blade Runner è difficile stabilire la preminenza, in termini di fascinazione, di un elemento sull´altro. La storia? Forse. Gli interpreti? Sicuramente (ma, poveretti, a parte Harrison Ford, il cacciatore di replicanti, talmente segnati dalla loro presenza nel film da avere poi una carriera altalenante, vedi la bellissima Sean Young, che apparirà e scomparirà come un fiume carsico, o Rutger Hauer, che non riapparirà fino a Lady Hawke e a La leggenda del santo bevitore in film di qualche riguardo). La emozionante, emotiva, "maledetta" musica di Vangelis? Anche. Ma io voto per il paesaggio, anzi, il cityscape. Blade Runner è il prototipo, il modello, l´invenzione, il canone del paesaggio urbano e magalopolitano prossimo venturo - o anche presente, a giudicare da certi skyline e certe strade e certi vicoli e gli onnipresenti schermi giganti sui grattacieli delle metropoli asiatiche. Ridley Scott, con Syd Mead, già designer dei Concorde, inventa sulle strutture della Los Angeles reale e su migliaia di modellini un paesaggio urbano metà vero e metà fantastico, fatto di grandi architetture tra rétro e postmoderno, miscellanea di stili e di moduli, lo invecchia e lo fa decadere, lo percorre con le sue inquadrature dall´alto al basso (simmetriche e diverse da quelle di E.T.) per stupirci con l´abisso di quei canyon urbani. E in definitiva sancisce e stabilisce quella che sarà la città futura della distopia architettonica.
Appuntamento per un controllo al 2019? Abbiamo già superato senza danni particolari il 1984 (il Grande fratello per ora è solo quello televisivo, di guasti ne fa ma non così spaventosi…). E forse, se ha ragione Al Gore, la grande perenne pioggia quasi dantesca di Ridley Scott non ci sarà. Ma di E.T. e di Blade Runner resterà la poesia: la nuova fantascienza di un quarto di secolo fa lascia alle spalle, assieme ai baccelloni e ai dischi volanti, quello che Scott chiama «l´estetismo Nasa» e ci saluta con le immagini umane, molto umane, di un bambino e di un piccolo extraterrestre che si stagliano con la loro bicicletta contro la luna, e di un replicante che muore salutato da una colomba bianca.