Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  giugno 02 Sabato calendario

GIUSEPPE VIDETTI

LONDRA
«ma non è morto?», esclama il fattorino, mentre consegna il plico indirizzato a Paul McCartney. «No, John Lennon è morto, George Harrison è morto. Ma Paul è vivo e vegeto. E oggi è nostro ospite», risponde impassibile il portiere del piccolo e prezioso albergo di Tottenham. «Ti sbagli, Paul è morto prima di John. L´unico vivo è Ringo. Quello che da decenni si spaccia per lui è un sosia», insiste, mentre s´infila il casco, pronto a risalire sullo scooter.
Incredibile, c´è ancora chi crede a quell´antica leggenda metropolitana. La misero in giro nel 1969, quando tutti si affannavano a trovare una spiegazione allo scioglimento dei Beatles. Dicevano che il vero Paul era morto il 9 novembre 1966, decapitato in un truce incidente stradale. All´epoca ci fu anche un attore squattrinato, certo William Campbell, che dichiarò di essere stato contattato, a causa della sua somiglianza con Paul, per rimpiazzare il Beatle defunto nel gruppo rock più famoso del mondo. La verità è assai più banale: quel giorno Paul, che era ancora fidanzato con l´attrice Jane Asher, era a casa del suo blasonato amico Tara Browne, in trip lisergico e con lo spinello in mano. Fu proprio Browne, allora ventunenne e presumibilmente sballato, a schiantarsi con la sua Lotus Elan contro un camion parcheggiato in una via del centro. Quando lesse la notizia sui giornali, Lennon scrisse di getto A day in the life, uno dei capolavori di Sgt Pepper´s Lonely Hearts Club Band, l´album dei Beatles pubblicato esattamente quarant´anni fa.
Paul McCartney è vivo e vegeto, il 18 giugno compie sessantacinque anni e pubblica domani un nuovo album, Memory almost full, il ventunesimo dallo scioglimento dei Beatles, che non è geniale e grandioso come Sgt Pepper, ma suona tutt´altro che apocrifo. Invecchiando, assomiglia più a Angela Lansbury che al paffuto studentello che, a partire dal 1963, scatenò un´isteria che non ha uguali nella storia del pop. Non è un periodo felice della sua vita. Il divorzio dalla seconda moglie Heather Mills e le dispute per l´affidamento della figlioletta Bea, di tre anni e mezzo, sono state le occupazioni principali degli ultimi mesi. Si è consolato dalla delusione di non aver trovato un´altra Linda, scegliendosi un amore meno esigente, il mandolino, che si è messo a studiare con l´entusiasmo di un musicista al primo anno di conservatorio.
Ci accoglie suonandoci una serenata napoletana. «Roma. Roma, la bella Roma», esclama in italiano. «Che ricordi! Quando suonammo con i Beatles al Teatro Adriano (27 giugno 1965), incontrammo Noel Coward nell´albergo dove gli organizzatori ci avevano sistemato, a due passi dallo zoo. Ma il free concert che ho tenuto l´11 maggio 2003 al Colosseo mi ha dato emozioni anche più forti. Vedere quella marea di gente che riempiva i Fori Imperiali è stata la sensazione più inebriante che abbia mai provato su un palcoscenico». l ascia il mandolino a riposo sul divano, e riflette sul titolo del nuovo disco: Memoria in esaurimento. «Non vuol mica dire che Paul McCartney è arrivato al capolinea. solo una frase che ho letto un giorno sul mio cellulare sovraccarico di sms, e mi è sembrato un titolo carino, in sintonia con questi tempi in cui abbiamo troppo di tutto. Ma c´è poco da fare, è così che abbiamo scelto di vivere. Mi fa incazzare la gente che dice: "Non ho tempo per questa cosa o quest´altra". Mi viene da rispondergli: "Sì che hai tempo, ne hai quanto ne vuoi, basta solo che ti organizzi". Ed è quel che faccio io. Anche quando la memoria è in esaurimento, lascio sempre un po´ di spazio per la vita vera, camminare per strada, annusare l´aria, ammirare la natura. Non cerco, in questo modo, di trovare la giusta ispirazione per scrivere nuove canzoni, grazie a Dio quelle vengono naturalmente (in questo ho una fortuna sfacciata), lo faccio per sentirmi vivo, per godermi l´essenza della vita. Io non vado pazzo per i computer, e mi vengono i brividi quando sento dire: "Sai, ieri ero al pc e ho fatto una meravigliosa passeggiata in una foresta… virtuale". No, guardi, io preferisco un bosco spelacchiato, purché sia vero. Ho bisogno di annusarla la natura, io. E poi, vogliamo parlare del sesso virtuale? Non è roba per quelli della mia generazione. Eppure un amico della mia età l´altro giorno se n´è uscito: "Sai Paul, l´ho fatto in cam, non è poi così male". "Sei fuori di testa?", gli ho detto. "Muoviti! Esci di casa e trovati una donna"».
Mezzo secolo di canzoni, la militanza nel gruppo numero una della storia del pop, la comproprietà del repertorio più prestigioso e redditizio dell´ultimo secolo di musica, un patrimonio di mille milioni di euro (che questo divorzio rischia d´intaccare per il dieci per cento); molti al posto suo si sarebbero blindati da decenni in una prigione dorata, a godersi i diritti d´autore: quelli di Yesterday per mantenere lo yacht, quelli di Michelle per la villa al mare, quelli di Let it be per sostenere le ambizioni della figlia stilista (Stella McCartney), quelli di I want to hold your hand per la piccolina, e così via. «Che idea! Non ho mai pensato di smettere, mai. Ci sono stati, è vero, momenti di grande pressione nella mia vita, ma la musica non c´entra, la musica non mi ha mai causato stress. Ora sto affrontando un divorzio, è uno strazio; quando i Beatles si separarono, fu una tragedia. Ma anche in questi frangenti, la musica rimane una buona compagna, una fonte di salvezza. Le dicevo prima che le canzoni mi vengono naturalmente, come bisogni fisiologici. Intendevo dire che non c´è stato mai un momento in cui ho stentato a trovare l´ispirazione, in cui ho pensato: chissà se domani riuscirò a scrivere un´altra strofa o un altro ritornello? Le canzoni, al contrario, mi si affollano in testa, più ne scrivo, più me ne vengono».
Ma sessantacinque anni è pur sempre un´età in cui un uomo avrebbe diritto alla pensione, l´epoca dei bilanci, delle riflessioni. In The end of the end, nell´ultimo disco, Paul fa ipotesi sull´aldilà. «Non mi considero una persona molto religiosa. Non ho un credo, ma riesco a percepire chiaramente la spinta verso una qualche forma di spiritualità insita negli esseri umani, il bisogno di credere che l´universo sia un posto più grande di quello che sembra, che ci sia una vita oltre la morte. Ma non so cosa sia né posso immaginare a cosa possa assomigliare Dio. Lo raffiguriamo come un vecchio signore con la barba, perché abbiamo bisogno di crederlo equo e rassicurante, generoso e protettivo. Ma questo, per la verità, è poco razionale. Qualcuno preferisce pensarlo al femminile, come grande madre universale, un´immagine che fa tremare i teologi. Io ho solo il sentore che il mondo è meraviglioso e che l´universo è un posto incredibile, e questo mi rende ottimista sull´aldilà. Mi aiuta a superare qualsiasi paura».
Nel 1998, quando Linda morì di cancro del seno, Paul perse la bussola. Poche settimane prima aveva convocato una conferenza stampa a Londra per la pubblicazione dell´album Fleming pie. Proprio quel giorno lei si aggravò. C´erano giornalisti arrivati dall´Australia e dalla Nuova Zelanda, stremati dal viaggio, che bivaccavano nell´auditorio. Attesero ore, Paul non arrivò. Alla fine quel posto era ridotto a un dormitorio pubblico. Due anni fa, al Bristol di Parigi, lo aspettarono una giornata intera, nella hall popolata da miliardari sauditi e dalle loro inaccessibili consorti. Quando apparve, disse a tutti: «Ho sette minuti, spero bastino». Bisbetico, intrattabile, oppure reso fragile dal dolore e dall´avanzare degli anni?
Oggi è in buona, tutto merito del mandolino. «Paura d´invecchiare? Oddio, a chi piace? Quando sono soprappensiero, continuo a immaginarmi come un bel ragazzo di venticinque anni. Poi mi guardo allo specchio, e vedo un´altra realtà. Ma non mi fanno paura le rughe, è inevitabile, un destino che ci accomuna. E, francamente, non è tutto negativo, ora guardo la vita con un occhio più rilassato. Da ragazzo ero ossessionato dalla mia apparenza, soprattutto quando sapevo che c´erano in giro fotografi. Mi preoccupavo dei capelli, del completo che indossavo. Ma il fatto che io continui a immaginarmi l´eterno ragazzo del 1965 è dovuto al fatto che quando si parla di Paul McCartney i giornali continuano a usare vecchie foto di repertorio. Eppure non sono ancora un rottame. Per questo ringrazio l´Uomo Vogue per avermi dedicato un servizio fotografico nuovo di zecca nel numero di luglio. E poi diamine, un sacco di donne, ragazze anche, sostengono che gli uomini invecchiando diventano più sexy. Io sono d´accordo con loro».
Cinquant´anni fa, d´estate, in cima ai suoi pensieri c´erano altre priorità. Il rock´n´roll aveva appena conquistato l´Inghilterra e Paul sognava il suo posto al sole. Entrare a far parte di una delle band di Liverpool sarebbe già stata un´ebbrezza sufficiente a placare l´ambizione di un adolescente di provincia. Quando in autunno tornò a scuola, la sua vita era già avviata verso il cambiamento totale. «Ho un ricordo vivido dell´anno 1957. Avevo quindici anni, il mio amico del cuore si chiamava Ivan, frequentavamo la stessa classe, ma lui era anche molto legato a un altro gruppo di ragazzi della sua zona, e non faceva che parlarmi "di un certo John che aveva diciassette anni e aveva una band...". Era il 6 di luglio, la scuola era finita. Insistette per portarmi a una fiera organizzata dalla parrocchia. Ascoltai John cantare, poi Ivan me lo presentò. Fu una giornata particolare per me. E il destino volle che diventasse memorabile. Il destino? O cos´altro? Ricordo come fosse ora il momento in cui scivolai dietro il palco e feci ascoltare a John Lennon quella canzone, Twenty flight rock, che Eddie Cochran aveva pubblicato proprio quell´anno. Mi accompagnai con la chitarra, cercando in tutti i modi di fare buona impressione. A quanto pare funzionò, due settimane più tardi mi chiese se volevo far parte dei Quarry Men. Ero eccitatissimo, felice. Non sa quante volte, in questi cinquant´anni, ho pensato: se non ci fosse stato Ivan Vaughan non sarei andato a quella festa, e se non ci fossi andato non avrei mai incontrato John, e se non avessi incontrato John non ci sarebbero stati i Beatles, e così via. La nostra vita è tutta frutto di coincidenze e piccoli incidenti di percorso». La voce si spezza, Paul accarezza il mandolino, il pensiero va a John, alla magia che insieme hanno generato.
A Ivan, nato anche lui il 18 giugno del 1942, Lennon e McCartney sono stati riconoscenti per tutta la vita. Dopo la laurea, Vaughan trovò impiego come maestro. Fu sua moglie Jan, insegnante di lingue, che aiutò i Beatles a comporre il testo francese di Michelle. Quando morì di Parkinson, nel 1994, Paul fu sconvolto. Iniziò a scrivere poesie. «Non lo facevo da quando ero bambino», dice. Ivan era parte attiva della comunità floreale dei Beatles anche quando il quartetto cominciò a scrivere Sgt Pepper. Che uscì esattamente dieci anni dopo il primo incontro di Paul con John. «Avrei bisogno di tre anni per raccontare quello che accadde dal ”57 al ”67. Tutto cambiò di colpo, diventammo molto famosi in quei dieci anni, prima molto conosciuti, poi straordinariamente popolari, infine universalmente noti. Non solo le nostre vite, ma anche le nostre menti cominciarono a espandersi in territori sconosciuti. Poco dopo, incontrai Linda, e iniziò un nuovo periodo. Così Paul McCartney cominciò ad avere a che fare con moglie e figli. Famiglia, come dite voi italiani. Che bella parola! Suona calda, generosa. Con la nuova band, i Wings, fu difficile all´inizio. Era gratificante avere l´opportunità di continuare a far musica, ma era mortificante vivere all´ombra dei Beatles, un gruppo leggendario e talmente famoso da scoraggiare qualsiasi paragone. Mi fa piacere che oggi ci sia una riscoperta dei Wings e una rinascita del rock. Qualcuno va predicando che questo è un periodo morto per la musica. Io non sono d´accordo. Ci sono giovani gruppi come Kaiser Chiefs e Snow Patrol che sanno il fatto loro. Lo sperimentalismo dei Radiohead ha prodotto frutti magnifici. I computer non sono ancora riusciti a metterci fuori uso. Il pericolo, di questi tempi, è che affidandoci anima e corpo alla tecnologia, finisce che diventiamo schiavi delle macchine. Mi pare che oggi ci sia una reazione dei giovani nei confronti della tecnologia, preferiscono la chitarra elettrica ai sintetizzatori».
Non ha fatto simpatia, né ai figli né al pubblico, che Paul, a quattro anni dalla morte di Linda, si sia risposato con Heather Mills. «La solitudine gioca brutti scherzi», dice. Ma oggi che è di nuovo un uomo libero, il pensiero corre alla donna con cui ha vissuto trent´anni. Gratitude, nel nuovo disco, è dedicata a lei. «A Linda devo essere riconoscente per essermi stata accanto fino alla morte, senza di lei non sarei sopravvissuto artisticamente alla separazione dei Beatles. Ma Gratitude è una canzone che ho scritto pensando a tutto quel che di buono ho avuto dalla provvidenza, e in cima alla piramide ci sono lei, i miei figli, poi i Beatles, gli amici, Dio. Sono un privilegiato che a un certo punto ha sentito il bisogno di dire grazie. L´altro giorno qualcuno mi ha chiesto se ho dei rimpianti. Non mi hanno preso sul serio quando ho risposto: "Ho il rimpianto di non saper pattinare". Lei sa pattinare sul ghiaccio? No? E non le dispiace? A me dispiace. Io rimpiango solo di non saper fare piccole cose, le grandi le ho avute tutte a portata di mano».
Paure? «Qualcuna. Sono in un periodo di cambiamento, che a sessantacinque anni è pur sempre un rischio. Sto divorziando, e mi chiedo se avrò ancora diritto a un briciolo di felicità. Lei è sposato? No? Beato lei che non vive nell´incubo che dopo il divorzio forse non ci sarà nessun´altra. Ma mi fa più paura la stupidità dei politici, perché adesso ho la certezza che se ne infischiano della gente». Riprende il mandolino, improvvisa un´altra serenata. Ci accompagna verso l´uscita col sussiego di un posteggiatore navigato. Il portiere lo guarda compiaciuto. Che follia pensare che sia un sosia.