Francesca Bonazzoli, Corriere della Sera 2/6/2007, 2 giugno 2007
T utte le biografie riferiscono che Manzoni morì d’infarto; alcune testimonianze scritte affermano che l’ultima persona a rivolgergli la parola fu probabilmente Pino Pomé, l’oste che gestiva la trattoria all’Oca d’Oro di via Lentasio, a due passi dal corso di Porta Romana
T utte le biografie riferiscono che Manzoni morì d’infarto; alcune testimonianze scritte affermano che l’ultima persona a rivolgergli la parola fu probabilmente Pino Pomé, l’oste che gestiva la trattoria all’Oca d’Oro di via Lentasio, a due passi dal corso di Porta Romana. Ma le cose non andarono così. Piero Manzoni morì a 29 anni, nelle prime ore del mattino del 6 febbraio 1963, a causa di una devastante cirrosi epatica: il collasso cardiaco fu una conseguenza. A raccontarlo è Nanda Vigo, allora compagna dell’artista. Quella notte era con lui nella casa/studio di via Fiori Chiari e fu lei a chiamare il suo medico di famiglia cui non restò che redigere il certificato di morte. «Quella sera Manzoni non stava bene ed era arrabbiato per una mostra non andata in porto, quindi ero uscita a cercarlo facendo il giro dei bar e delle trattorie, ma ogni volta che arrivavo in un posto, lui ne era appena uscito. Finalmente al bar Mexico, un locale vicino al teatro Dal Verme, ho saputo che era uscito con una prostituta. Allora sono corsa in studio e l’ho trovata ancora lì che non sapeva cosa fare perché Piero stava male», ricorda Nanda Vigo. Beveva molto Manzoni, ma assieme al gruppo formato da un nucleo fisso di amici, (fra questi Uliano Lucas, Alberto Colombo, Bruno Galvani, Antonio Maschera, Enrico Castellani, Mario Arcaini, Costantino Guenzi e poi Angelo Verga e Ettore Sordini che Piero chiamava «i vitelloni») erano discussioni infinite e appassionate sull’arte, le mostre, le idee. Tutte le notti trascorrevano fra un bar e una trattoria e terminavano al mattino, con l’ultimo bicchiere alla stazione centrale dove c’era un bar che apriva alle sei. Soldi ne giravano pochi e i conti si pagavano in cambio di quadri. «Il Piero era il più intelligente di tutti e io ero affascinata dalla sua mente. Non era bello, soprattutto in ultimo si era gonfiato per l’alcol. Però aveva una testa superlativa. Ero follemente innamorata della sua capacità di uscire dagli schemi convenzionali e di cambiare il volto dell’arte». Eppure, nelle tante foto dell’epoca, Manzoni sembra tutt’altro che trasgressivo: spesso in giacca e cravatta, sorride con il viso pulito di un ragazzo di buona famiglia. «Possedeva due lati che confliggevano: da una parte l’anticonformismo totale del suo lavoro, dall’altro certi retaggi dell’educazione borghese. Per esempio guai se alzavo l’orlo delle sottane sopra il ginocchio. Non sopportava nemmeno i miei progetti di artista. Le parole esatte del Piero erano: "Non siamo la famiglia Curie: l’artista sono io, tu stai a casa"». Ma l’amore fra i due scoppia fin dal primo sguardo, al bar Giamaica. «A distanza di tempo ricordo con molto amore le battaglie che abbiamo avuto perché io insistevo a fare le mie mostre. Avevo aperto anche uno studio con un architetto e di questo Piero era seccatissimo: aveva posto come condizione per il matrimonio definitivo che lasciassi lo studio, ma per me era una richiesta tremenda». Milano, all’epoca, era il centro dell’avanguardia e lo snodo geografico cruciale per ogni contatto con gli artisti a nord delle Alpi, per esempio il gruppo Zero, fondato a Düsseldorf da Heinz Mack, Otto Piene e Gunther Uecker nel 1957, e di cui Manzoni divenne grande amico. Nello stesso anno si era avvicinato al movimento nucleare di Enrico Baj e Sergio Dangelo con i quali partecipò ad una collettiva cui si unirono anche Yves Klein e Asger Jorn. Ma nel 1959, con gli «Achromes», il suo percorso era già autonomo. «Aveva una sicurezza totale riguardo a sé e al suo lavoro. Era assolutamente serio in quello che faceva e andava diretto per la sua strada nonostante le critiche e le incomprensioni, anche da parte della famiglia. Non sopportava le ripetizioni sul lavoro ovvero trovare un sistema e seppellircisi. Il quadro bianco, per esempio, aveva avuto successo: per tutta la vita Piero sarebbe potuto andare avanti così e per un attimo gli era venuto il timore di cadere in questa pigrizia mentale. Invece no, continuò sempre la sua ricerca con una lucida determinazione sapendo esattamente dove voleva arrivare al punto che un giorno mi disse: quello che avevo da fare l’ho fatto, adesso posso anche crepare». «In pochissimi lo capivano e fra questi c’era Lucio Fontana – dice ancora Nanda Vigo ”. Ma all’epoca anche lui, che pure aveva sessant’anni, aveva i suoi problemi. Era un altro fuori dalle righe: quando si mise a fare i quadri con i buchi, il commento più gentile era: "L’ha fa’ il gruvera"». Ogni tanto qualcuno comprava, ma erano soprattutto giapponesi e tedeschi. In Danimarca un collezionista, proprietario di una fabbrica di camicie, diede a Manzoni la possibilità di lavorare a Herning dove, tra un libro giallo, un Urania e i film del dottor Mabuse di cui andava pazzo, nacque la «Base del mondo», la sua opera più geniale. Una scultura che serve da piedistallo per il pianeta stesso, opera d’arte immateriale e cosmica perché l’arte è eterna e deve essere svincolata dalla materia: il punto d’arrivo al di là del quale «c’è solo da essere, c’è solo da vivere». Parole di un genio che capì la profezia di Hegel secondo il quale nella nostra epoca il contenuto dell’arte non può ormai che essere identico a quello della filosofia.