Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  giugno 02 Sabato calendario

Che cosa sono sei anni nell’universo dell’arte? Un attimo. O un’epoca. Piero Manzoni aveva capito che la sua parabola sarebbe stata breve, brevissima

Che cosa sono sei anni nell’universo dell’arte? Un attimo. O un’epoca. Piero Manzoni aveva capito che la sua parabola sarebbe stata breve, brevissima. Lo si intuisce dalle foto, con quel viso da picchiatello e gli occhi all’apparenza stralunati. E invece pieni di consapevolezza e di disincanto. Intraprese la sua avventura nel ’56 e agli inizi del ’63, nemmeno trentenne, morì stroncato dagli eccessi. La parabola di una cometa che però fece luce, accecante, sul rapporto tra arte e pubblico, tra arte e mondo. Ogni cosa può diventare, come in una magia, opera d’arte nel momento in cui sale su un piedistallo. Anche la Terra. Ed eccolo il piedistallo del mondo, a conclusione della nutrita retrospettiva che il Museo Madre di Napoli dedica a Manzoni. In ferro, con il titolo inciso alla rovescia. Perché il punto di vista deve essere quello di chi osserva il pianeta da fuori. «Non è certo un caso – dice Germano Celant, curatore della mostra – che "La base del mondo" sia stata concepita dall’artista mentre si avviavano i progetti spaziali. Nel ’61 l’eroe sovietico Gagarin fu il primo uomo proiettato nell’ignoto, l’America di Kennedy avrebbe risposto di lì a poco con un piano per la conquista della Luna». Nello stesso tempo, arte e tecnologia osano l’inosabile. La cronologia di quegli anni, tra i ’50 e i ’60, accompagna costantemente l’esposizione delle 200 opere di Manzoni, «perché attorno a un oggetto esiste sempre una complessità di fatti e di situazioni. Il grande artista è un sismografo di questa complessità». Ci sono gli eventi della politica e della società e ci sono i protagonisti di una stagione artistica astratta, figlia del dopoguerra, i nuclearisti, gli spazialisti come Fontana, Burri, Fautrier. Intanto si affaccia Klein e in America emergono, Rothko, Rauschenberg, Jasper Johns. «Johns fu uno dei primi collezionisti americani di Manzoni: volle il suo Alfabeto serigrafato, concettualmente più avanti di quello dipinto dell’artista americano». Le prime opere di Manzoni sono miscugli di olio e catrame su tela o su cartone, poi l’artista si lancia in invenzioni e provocazioni, esplora materiali, mezzi, situazioni. Inventa gli Achrome, opere senza colore, (volutamente diverse dai monocromi degli artisti a lui contemporanei). Quello che conta è il materiale utilizzato. Di acromi ne fece in gesso, tela grinzata, pane-michetta, palle di ovatta, riquadri di cotone idrofilo, paglia, pelliccia di coniglio, carta di imballo, palline di polistirolo... «Manzoni li immergeva nel caolino liquido o nella colla – spiega Celant – e li faceva "agire" artisticamente da soli, ogni materiale aveva la sua reazione: il quadro si realizzava autonomamente, il cordone ombelicale con l’artista era reciso, tramontava l’idea romantica della vita che si proietta sulla tela». Fa un certo effetto osservare queste trasformazioni della materia nel contesto del Madre, involucro rigoroso voluto dall’architetto portoghese Alvaro Siza a contatto col ventre diroccato, fatiscente del centro di Napoli. «La S. V. è invitata per le ore 19 di giovedì 21 luglio 1960 a visitare e a collaborare direttamente alla consumazione delle opere esposte di Piero Manzoni». Così recita uno dei cartoncini esposti alla mostra. Quel linguaggio formale, da borghesia democristiana, fa comicamente a pugni con l’evento annunciato. Si trattava di mangiare delle uova segnate con l’impronta del polpastrello dell’artista. «In questa azione c’è tutto il retroterra cattolico di Manzoni – spiega Celant ”, la simbologia dell’ostia nella comunione: l’arte viene distrutta fisicamente ma trasforma lo spirito di chi la fagocita. Avviene un’unione mistica e Manzoni ne è il sacerdote». Sono gli anni in cui l’Italia ha un Pil in crescita del 6% annuo e assapora il benessere. La riflessione sul consumismo tocca il culmine nelle celebri Merde d’artista: 90 scatolette, tutte uguali, «contenuto 30 grammi, conservato al naturale», prodotte da Manzoni nel maggio del ’61. C’è qualche prodotto più di massa di questo? «Manzoni anticipa le zuppe Campbell e i detersivi Brillo di Warhol ma è certo il più radicale di tutti. Di Duchamp col suo orinatoio, di Fontana o di Pollock che attuavano ancora dei gesti sulle tele. Qui la materia vile estromessa dal corpo viene sublimata come ogni cosa legata alla carne, viva o morta». Così come le «sculture viventi», persone segnate da una firma dell’artista e dal rilascio di una ricevuta di autenticità. Che cambia a seconda dei bollini: rosso per individuo-opera d’arte completa, giallo solo per la parte firmata, verde legata esclusivamente a un gesto, viola per chi è diventato opera d’arte «a pagamento». Ironia e filosofia. Come contemplare il bello e il brutto del mondo, le sue glorie e le sue putredini, la vita e la morte? Con una linea «di lunghezza infinita». In mostra ce ne sono alcune «intermedie», arrotolate in tubi: 9,48 metri; 11,59; 15,79; 19,32... Nello sperduto paesino danese di Herning dove arrivò in «500» e lavorò in solitudine ospite di un camiciaio- mecenate, ne realizzò in fabbrica una di oltre 7 chilometri. «Il sogno era di tracciare l’intera circonferenza dell’equatore». Dove sarebbe arrivato Manzoni se fosse vissuto di più? «Aveva già capito tutto. Probabilmente sarebbe diventato un manierista di se stesso». E invece col passare del tempo la sua cometa sembra sempre più intensa.