Massimo Mucchetti, Corriere della Sera 3/6/2007, 3 giugno 2007
Matera è più ricca di capitale sociale di Varese. Cagliari di Milano. Sassari di Verona e di Brescia
Matera è più ricca di capitale sociale di Varese. Cagliari di Milano. Sassari di Verona e di Brescia. Ragusa di Roma. Ma se dai confronti relativi si passa a quelli assoluti, il divario tra Nord e Sud si riconferma: la provincia più ricca di capitale sociale è Bologna, seguita da Ravenna, Parma e Mantova; le più povere sono Vibo Valentia, Enna, Napoli e Caserta. Il capitale del quale si parla non è la somma di denaro rischiata dagli azionisti per far funzionare una società a scopo di lucro. In questo caso, per capitale sociale si intende quella rete di relazioni e quei comportamenti fiduciosi che, intrecciandosi oltre la cerchia familiare e la corporazione, fanno di un certo numero di individui una comunità: un sistema a più o meno alto tasso di civicness, per dirla con il politologo americano Robert Putnam, o di senso civico, se vogliamo tralasciare gli anglicismi. Benché abbia a fondamento una tensione etica, questo capitale sociale è fortemente correlato allo sviluppo economico dei territori. Non a caso le regioni più ricche e più sociali stanno tutte a monte della linea che corre lungo i fiumi Fiora e Tronto. E tuttavia, diversamente da quello espresso in azioni, questo capitale è difficilmente misurabile. Roberto Cartocci ha comunque individuato quattro indicatori sommari: la lettura dei quotidiani, la partecipazione alle elezioni, la formazione di società sportive e la donazione del sangue. Si legge il giornale per sapere che cosa fanno gli altri. Si vota perché si intende concorrere alle decisioni della comunità compiendo un gesto che fa dell’individuo un membro del corpo elettorale. Le società sportive esistono perché qualcuno vi dedica tempo, denaro e passione. Si dà il sangue perché si avverte un dovere verso l’altro senza sapere chi sia e senza aspettarsi nulla in cambio, con ciò superando la dinamica del dono. Rielaborando i dati delle 103 province, Cartocci ha scritto un libro che non a caso si intitola Mappe del tesoro. Atlante del capitale sociale in Italia (Il Mulino, pagine 157, e 12,50). L’excursus sulle diverse concezioni di capitale sociale nel Novecento (da Hanifan a Jane Jacobs, da Loury a Bourdieu e a Coleman) serve a spiegare perché l’autore faccia propria quella di Putnam e la rielabori in termini solidaristici più che utilitaristici: «Gli individui entrano in relazioni cooperative gli uni con gli altri quando si riconoscono reciprocamente come fini e non come mezzi». Leggere i giornali, votare, fare sport in società e donare il sangue sono gesti che costruiscono istituzioni pubbliche e private, il cui insieme forma la fraternité di una nazione. Cartocci rileva che non c’è una correlazione tra le diverse dotazioni di capitale sociale e le preferenze elettorali. E constata che la sua ricerca conferma i risultati di quella di Putnam, pubblicata nel 1993 sulla base di dati assai precedenti. L’Italia profonda del capitale sociale, che viene prima della politica ma ne è, a ben vedere, la base, resta divisa. E questo può spiegare perché i partiti stiano perdendo credibilità.