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 2007  giugno 03 Domenica calendario

Papa Giovanni Paolo II è senz’altro il pontefice più amato e acclamato tra quelli che siano mai saliti al trono di Pietro: questo per ragioni umane, ecclesiastiche e diplomatiche, prima fra tutte la spallata vincente al comunismo

Papa Giovanni Paolo II è senz’altro il pontefice più amato e acclamato tra quelli che siano mai saliti al trono di Pietro: questo per ragioni umane, ecclesiastiche e diplomatiche, prima fra tutte la spallata vincente al comunismo. Un altro grande Papa, che la gente ricorda con piacere, è Giovanni XXIII, l’ormai famoso Papa buono, un uomo di Dio, che parlava la lingua del popolo come fosse ancora un semplice sacerdote di Sotto il Monte. Non tutti però sanno o ricordano che monsignor Angelo Roncalli era un buon diplomatico, che passò vent’anni in Oriente tra Bulgaria, Grecia e Turchia, vivendo in prima persona la vicinanza con l’Urss. Forse proprio per questo motivo lavorò per iniziare un colloquio con l’Est (favorito anche dalla destalinizzazione), facendo nascere nuovi rapporti con questi Paesi. Durante la crisi dei missili a Cuba Giovanni XXIII inviò a Kruscev una lettera da amico, pubblicata dalla Pravda, incui lo pregava di mostrare al mondo quanto per l’Urss fosse importante la pace mondiale, come del resto lo era per gli altri. Nel 1963 il Politburo liberò Giuseppe Slipyi, il metropolita di Leopoli da 18 anni in carcere, segnando un grande punto per distendere i rapporti tra Città del Vaticano e Mosca. quindi a mio avviso giusto ricordare Giovanni XXIII non solo con l’aggettivo «buono», ma anche come diplomatico. Martino Salomoni martinosalomoni@tiscali.it Caro Salomoni, il papato di Giovanni XXIII fu breve. Il Patriarca di Venezia venne eletto il 28 ottobre 1958 e morì il 3 giugno 1963. Ma in meno di cinque anni fece almeno quattro cose che ebbero un’influenza determinante sulla Chiesa e sulla situazione internazionale. Convocò un Concilio Vaticano che non fu meno importante, per molti aspetti, di quello organizzato a Trento nel 1544 per il rinnovamento del cattolicesimo. Aggiornò con l’enciclica «Mater Magistra» la dottrina sociale della Chiesa. Definì con un’altra enciclica («Pacem in terris») una nuova concezione della società internazionale. Rivide e corresse l’atteggiamento della Santa Sede verso il comunismo. La lunga esperienza diplomatica in Oriente e a Parigi gli fu certamente di grande aiuto. Mentre Pacelli rimase sempre fedele, anche dopo la morte di Stalin, agli schemi della fase più aspra della guerra fredda, papa Roncalli capì, durante il suo pontificato, che alcuni grandi avvenimenti stavano cambiando il quadro della situazione internazionale. La crisi di Suez nel 1956 e l’indipendenza algerina nel 1962 dimostravano che l’era del colonialismo era definitivamente tramontata. L’insurrezione ungherese e la repressione sovietica dimostravano che i due blocchi non avrebbero interferito nelle rispettive sfere d’influenza. L’incontro fra Kennedy e Kruscev a Vienna nel giugno 1961 dimostrava che le due maggiori potenze erano disposte ad accettare almeno in parte le regole della convivenza pacifica. E la crisi dei missili cubani, un anno dopo, dimostrava che anche la situazione più pericolosa poteva essere affrontata e risolta con le armi della diplomazia. In una situazione ormai alquanto diversa da quella dell’immediato dopoguerra, la Chiesa, secondo Roncalli, avrebbe svolto la sua missione nel mondo soltanto se avesse saputo adattarsi alle nuove circostanze. Alla condanna esplicita e incondizionata del comunismo, subentrò così un atteggiamento più sfumato e pragmatico. Nella «Pacem in terris» Roncalli scrisse che occorreva distinguere gli insegnamenti filosofici dai movimenti politici e sociali che ne derivavano. Mentre gli insegnamenti rimangono immutati, i movimenti sono condizionati dalle vicende storiche e possono subire cambiamenti di natura profonda. Non è tutto. Roncalli si spinse sino ad affermare che tali movimenti, quando interpretano le legittime aspirazioni della natura umana, possono contenere elementi positivi, degni di approvazione. Il senso delle sue parole era chiaro: una cosa è il marxismo-leninismo, un’altra, del tutto diversa, l’Unione Sovietica. Mentre la teoria è fondamentalmente sbagliata, il Paese è una complessa realtà storica composta da uomini che non sono mai né completamente buoni, né completamente cattivi. Perché il dialogo cominciasse occorreva tuttavia che l’«altro» dimostrasse di condividere questa impostazione. Il segnale venne quando il direttore delle Izvestija, il giornale del governo sovietico, richiese un’udienza papale. Si chiamava Aleksej Agiubei, era il genero di Kruscev e venne ricevuto con sua moglie. Mentre papa Pacelli aveva scomunicato gli elettori comunisti con una decisione che aveva fortemente diviso il cattolicesimo italiano, papa Roncalli non esitava ad accettare un messaggero del successore di Stalin. Questa fu certamente, caro Salomoni, una importante operazione diplomatica. Ma i diplomatici sono generalmente più prudenti e sospettosi di quanto Giovanni XXIII sia stato, soprattutto nell’ultima fase della sua vita. Nel modo in cui Roncalli fece in breve tempo la sua Ostpolitik vi furono entusiasmo, audacia, persino temerarietà: qualità rare nei diplomatici, ma spesso presenti in uomini di grande fede e forte carattere.