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 2007  giugno 03 Domenica calendario

I concetti e le locuzioni di successo accumulano nel tempo una ambiguità irredimibile: il loro focus si scontorna, la loro ripetuta riproposizione diventa stucchevole, la loro strumentalizzazione ne instaura una regressione di credibilità

I concetti e le locuzioni di successo accumulano nel tempo una ambiguità irredimibile: il loro focus si scontorna, la loro ripetuta riproposizione diventa stucchevole, la loro strumentalizzazione ne instaura una regressione di credibilità. Questa considerazione mi è tornata recentemente alla mente a riguardo di una locuzione da me un tempo molto coltivata e frequentata: «la società civile», un termine che mi è ormai insopportabile, per quanto è diventato ambiguo e virtuale. Certo vado controcorrente, visto che esso è imperante nella dialettica sociopolitica: il partito democratico avrà vita e significato solo se darà spazio alla società civile; la difesa della laicità dello Stato deve mobilitare tutta la società civile; il nuovo consiglio Rai deve prevedere una quota di consiglieri provenienti dalla società civile; la prospettiva neo-centrista della politica italiana non può che essere figlia dell’impegno dei leader della società civile; a Palermo non ha perso Orlando, ma la società civile; la riscossa del Sud deve coinvolgere una reazione etica della società civile; addirittura festival e settimane di ricerca economica diventano occasioni per segnalare l’alto livello di domanda politica da parte della «meglio società civile» del Paese. Posso aver dimenticato qualche episodio o dichiarazione delle ultime settimane, ma l’elenco può bastare per provare che il termine «società civile» ha raggiunto il giusto grado di retorica irrilevanza. Ma non è soltanto l’uso indiscriminato che rende ambiguo il termine, è soprattutto la sua spregiudicata strumentalizzazione. Esso è sempre più usato non per capire e far capire la realtà, ma per fare politica. Si pensa di portare in quest’ultima il vigore e la responsabilità con cui i cittadini normali vivono la quotidianità; ma sotto sotto si propone una superiorità etica di coloro che si candidano a tale trasposizione; con una conseguente diffusione di troppe «presunzioni di carisma», che non posso giudicare positivamente ma di cui conosco le capacità attrattive. Ne ho infatti subito le tentazioni quando il termine «società civile» cominciò a circolare, nella politica italiana, con un peso però reale e non virtuale. Ricordo le tante componenti sociali che dettero, da «esterni», senso alla segreteria De Mita; dettero rampantismo sociale alla avventura di Craxi; dettero ai comunisti una via di fuga dalla gabbia dei soli militanti. Poi nel tempo i sostenitori e gestori del primato della politica riebbero il sopravvento ed il termine «società civile», senza più il raccordo o il confronto duro con la politica, è rimasto a galleggiare, patrimonio mercificato di chi, volendo contare politicamente senza far politica, si dichiari portatore delle «istanze della società civile»: giornalisti impegnati o professori ambiziosi, imprenditori di pregio o politici marginali, presidenti associativi o ferventi girotondini, sindacalisti romani o neoborghesi milanesi, leader referendari o pensosi revisori costituzionali, tutti insieme appassionatamente a difendere e valorizzare un concetto di cui si son persi gli elementi costitutivi. Nessuno ci crede più tanto: chi fa società nel quotidiano non ha voglia di definirsi con esso, chi ne fa strumentalizzazione politica avverte che ormai non ha più vigore di convincimento. un concetto ormai disceso nel lessico dell’antipolitica, forse è tempo di ritirarlo dalla circolazione, per igiene mentale di tutti.