Paolo Pejrone, La Stampa 2/6/2007, 2 giugno 2007
VENARIA REALE
(Torino)
Luigi XIV lasciò precise indicazioni su come visitare il suo «Giardino», quello di Versailles. Il Re Sole ne sapeva di giardini e se ne intendeva di architettura, amava la scenografia e non perdeva occasione per dare ordini. I boschetti e gli orti di Versailles divennero l’esempio palpabile di una grandissima tradizione, elaborata nel corso di un secolo e mezzo.
Esperienza nata - guarda caso - in Italia, sotto i cieli limpidi di una Toscana ricca e godereccia. Caterina de’ Medici ne fu l’ambasciatrice in terra di Francia: fontane, siepi, alberi, viali, fontanieri, giardinieri e architetti parlavano, un secolo prima di Versailles, un ottimo italiano e i loro cognomi spesso finivano in «ini» oppure in «occi». Venaria riportò al di qua delle Alpi queste conoscenze e questi concetti. I suoi giardini furono di taglio alla francese, con tagli ampi e quasi smisurati, di proporzioni esagerate e con viste sconfinate. L’Umano era giudicato miseria, il Divino raggiungibile.
E’, infatti, un po’ folle tutto il Parco di Venaria, giustamente e volutamente. Se la volontà è stupire, il successo è totale. Nulla è come dovrebbe essere. Questi giardini sono un inno al furore di un’epoca lontanissima, dove il Barocco favoriva un disordine organizzato.
La passione dissennata per la caccia è raccontata in ogni suo intimo dettaglio. E’ lei di leitmotiv della Reggia. A cominciare dal nome e finendo con ogni particolare dei suoi parterre e nei giardini. Anche quelli «nuovi», dove, forse con gusto lievemente pesante, i motivi palesi dei corni da caccia sono delineati con bianchi ciottoli, più da Carrara che da Piemonte. Ma i tempi sono questi: esistono i «concorsi» e chi li vince fa quel che gli pare.
Come tutti i giardini nuovi, quelli di Venaria hanno bisogno di tempo e di collaudo. E’ impensabile che un giardino «funzioni» al primo colpo: la complessità di una materia così delicata ed esigente ha bisogno di tempo per assestarsi. I giardini belli sono i giardini felici, quelli che, avendo avuto una corretta progettazione, con il tempo si sposano con il luogo e con le giuste architetture del luogo stesso.
Sempre affascinante è l’acqua e il grande bacino, giustamente nella parte più bassa, attira la simpatia del visitatore, forte della sua «specchiata» e un po’ «vanesia» realtà. E, invece, quanto sarà attraente il lunghissimo Viale dei Tigli, a quattro file, o le lunghe ed azzurre strisce del più bel blu delle Plumbago lungo lo stretto canale d’acqua?
Belli e piacevolissimi sono anche gli scavi archeologici che ci riportano in modo evidente le forme complesse della Fontana d’Ercole, le cui sponde, coperte di preziosa e profumata menta piperita, ci ricordano d’essere in Piemonte più ai piedi di una fontana dedicato al Dio della forza.
Anche l’ombra protettiva di una smisurata pergola di rose ci ricorda di essere in Italia: eleganti rose bianche tutte intorno nei giardini benedetti di Maggio e di Giugno suggeriscono il fresco e la neve, e il loro profumo le notti di Isfahan. I giardini sono teneri e giovani, i loro boschetti quadrati, sono ancora radi: è questione di tempo, dovranno crescere.
Luigi XIV non pensò mai di inaugurare i giardini di Versailles. Era impensabile: la crescita stessa delle piante, sia quelle ad alto fusto sia quelle rampicanti, o le stesse curiosità, come gli aranci, i limoni, i fichi, i melograni e tutte le parafernalia botaniche e vegetali, dovevano crescere con tranquillità.
Ma la parte forse più interessante del giardino stesso è quella dedicata alla dirompente proposta artistica e architettonica di Giuseppe Tenone. Grandiosa e un po’ folle, sta prendendo forma di giorno in giorno e, se la pioggia la lascerà tranquilla, sarà pronta fresca come un uovo di giornata per l’inaugurazione. Il tema è vario ed è composto da alcuni elementi di grandissimo effetto: una piccola serie di episodi, una grande fontana di piccolissime bollicine d’acqua, un analogo specchio di marmo bianco, monumentali tronchi di bronzo, boschetti d betulle, tigli bianchi, faggi rossi, mentre severe siepi di tasso contornano parti e controparti.
Il tutto è dirompente, grandioso e misterioso: ci riporta all’oggi e attraverso un felice leitmotiv botanico e architettonico ci invita a un futuro sereno. Il complesso dei giardini è affascinante e vive in felice contrappeso alla meravigliosa architettura del castello. Castellamonte e Juvarra, chiusi tra le pieghe del loro capolavoro, non sarebbero troppo delusi. I giardini, si sa, hanno bisogno di tempo per crescere e Castellamonte e Juvarra avranno pure loro tempo per riuscire a vedere che cosa hanno combinato dopo quasi 300 anni i loro posteri.