???, la Repubblica 2/6/2007, 2 giugno 2007
Il piacere del testo. Questa, molto semplicemente (ma non facilmente), sembra essere la cometa che ha guidato Vittorio Sermonti nella sua traduzione dell´Eneide virgiliana
Il piacere del testo. Questa, molto semplicemente (ma non facilmente), sembra essere la cometa che ha guidato Vittorio Sermonti nella sua traduzione dell´Eneide virgiliana. Una fatica che lui aveva affrontato in vista della pubblica lettura che ne fece a Milano l´autunno scorso (nella chiesa di Santa Maria delle Grazie, la stessa in cui aveva già letto la Divina Commedia) e che ora Rizzoli pubblica in volume con testo a fronte (pagg. 714, euro 24). L´italiano di Sermonti è fastoso, diretto, imprevedibile: e sa trasmetterti tanto il valore di un verso quanto l´emozione di chi ha scovato quelle parole per trasportarlo a noi. Una lettura empatica, insomma: che si fa d´un fiato, senza poter mollare. E che alla fine lascia spossati di piacere, appunto. E anche curiosi di sapere cosa mai abbia spinto il traduttore a buttarsi in un´impresa simile. Lui minimizza: «Dopo la mia lettura milanese del Paradiso, sembrava che quanti mi avevano ascoltato sarebbero caduti in una catastrofica crisi di astinenza se non mi avessero rivisto. D´altra parte, la Divina Commedia era finita. Così, slittando appena da Dante, mi sono portato su Virgilio». Perché «slittando appena»? Perché Virgilio è la guida di Dante? «Per quello, ma anche per le analogie tematiche, notevolissime. E poi perché Dante è diventato la fonte postuma di Virgilio: per accostarci a Virgilio non possiamo non passare per Dante. L´Inferno è pieno di omonimie di mostri e diavolacci che spesso confondono le idee, e che rivelano come Dante si appelli all´inappellabilità di Virgilio. Poi ci sono analogie di carattere escatologico: se si pensa che nel VI del Paradiso Giustiniano racconta la storia dell´impero cristiano romano fino al 1300 partendo esattamente dalla fine dell´Eneide... ». Ma al di là degli agganci tematici, i due sono affratellati dalla circolarità delle loro opere poetiche. I loro poemi sono dei mondi, rotondi come pianeti. «Certo, c´è una totalità fruita come profezia. In ogni momento dei loro poemi è profetato tutto il resto dell´opera e della storia. Sono sistemi solari». Ma perché a questo pubblico in attesa della sua lettura lei non ha proposto una buona traduzione fra le numerose esistenti? «Perché la mia traduzione fa in larga misura la parte del commento e della parafrasi critica con cui ho introdotto le mie letture. E poi, parliamoci chiaro, ogni lettura comporta l´esercizio della traduzione. Dice con brusca esattezza Auden: leggere è come tradurre, perché l´esperienza di due persone non sarà mai la stessa. Ora, se devo trasmettere la mia esperienza dell´Eneide, non posso fare altro che esporre dettagliatamente che razza di lettore sono». Perdoni la domanda un po´ polverosa: ma la poesia, alla fine, è traducibile? «Jakobson dice che tradurre la poesia è tanto impossibile quanto inevitabile. So il latino piuttosto bene, da ragazzo prendevo voti fantastici: ma quando ruoto intorno a un´espressione di Virgilio, io penso in italiano! Poi, ovviamente, tradurre la poesia è più arrischiato, più arbitrario che tradurre un articolo di economia. Ma è anche più arbitraria la lettura che precede la traduzione». La bellezza di una traduzione di poesia è un risultato sufficiente? «Sufficiente, di certo no. Necessario, sì. Quando ci troviamo di fronte a un testo minacciosamente bello come questo e lo traduciamo con l´italiano che si usa al ginnasio, la traduzione che ne esce non solo è brutta, ma è anche sbagliata. Perché o io ho avuto percezioni opache, che sfrangiano continuamente nelle note - e l´Eneide è piena di sentieri che si biforcano - , o io rendo conto dello stupore». Bisogna però avere le parole per dirlo, questo stupore. E, dicendolo, forse si aggiunge qualcosa a Virgilio. Come ha fatto lei, che ha regalato all´Eneide la sensibilità del nostro tempo. «Ma come fa anche ogni lettore, ascoltandomi mentre la leggo o leggendosela da solo. Steiner osserva che la peculiarità dei classici è che ci leggono più di quanto noi li leggiamo. Il classico ci costringe a misurare senza falsa modestia il nostro profondo e ad accorgerci di quanto poco ci conosciamo». Cosa pensa, in fondo, di tutti questi eroi? Sono davvero grandi esseri umani o attori svuotati nel cuore, in balia dei capricci degli dei? «La presenza degli dei è la loro ricchezza, eliminarla equivarrebbe ad eliminare l´inconscio degli eroi. Quando Niso progetta con Eurialo la fatale sortita notturna, dice all´amico: "Sono gli dei a infonderci questo ardore o ognuno si fa un dio delle proprie voglie più cupe?". Ciò vuol dire che se pure gli dei dell´Eneide, rispetto a quelli dei poemi omerici, sono posseduti dall´oratoria della controversia e dalle astuzie della mondanità, nondimeno agiscono dentro agli eroi come pulsioni non controllate, che sfuggono alla loro intelligenza ma anche ai loro desideri, competenze e attività. La perplessità di Enea è quella di chi non sa bene cosa desideri e chi, dentro di lui, lo stia desiderando. Gli dei sono la falda nascosta degli eroi». Si è detto, recentemente, che l´attualità di Virgilio consiste soprattutto nel suo dar conto di un mondo multietnico, con culture diverse che si scontrano e si confrontano di continuo... «Non c´è ombra di dubbio che un certo carattere perpetuo dell´Eneide risieda nel luogo delle sue scene, quel bacino del Mediterraneo che è da sempre attraversato da profughi alla ricerca di una patria perduta, desiderata e sconosciuta. E, quasi sempre, quella patria è una patria d´altri... Di qui i patti di sangue e gli ammazzamenti da cui nascono le nazioni. Prima gli scontri, poi i coiti». Un´indiscrezione: a chi vanno, fra tanti personaggi, le sue simpatie? E le antipatie? «Grandissima simpatia va ad Enea, e alla sua pietas...». Bè, con Didone non dà prova di tanta pietà. «Ma Didone è una signora con una forte pulsione al suicidio. E lui che deve fare? Certo, non è fantastico, però è triste. Deve fondare Roma, del resto. Sennò, noi non ci saremmo». E di Turno che pensa? «Non mi è particolarmente simpatico, ma è grandioso il suo rapporto con la sorella Giuturna, che lo inganna e si lamenta per la sua inconsolabile immortalità. E poi la grandezza dell´infame Mezenzio, che parla col cavallo quando gli hanno ammazzato il figlio. E Camilla, di cui adoro l´infanzia premilitare, quando vola aggrappata alla lancia...». E il pubblico delle sue letture? Il luogo era lo stesso in cui aveva letto la Commedia. Ha notato cambiamenti, per numero dei presenti, identità dell´uditorio, qualità dell´ascolto? «Direi di no. Forse il numero: mancando Francesca, Ugolino e Ulisse, non c´erano i tifosi delle curve. Ma il pubblico c´era eccome, e ciò mi rendeva felice. La divulgazione consiste nel facilitare il testo: ecco, è proprio ciò che non faccio. Io non voglio portare Dante o Virgilio alla gente: voglio invece utilizzare Dante e Virgilio per portare le persone alla propria altezza, che è una cosa un po´ differente. Quando finisco di leggere, chi ha ascoltato mi ringrazia: che vuol dire, io credo, grazie di avermi fatto sospettare di essere molto più grande, complesso e misterioso di quanto immaginassi».