Giovanni Bianconi, Corriere della Sera 2/6/2007, 2 giugno 2007
CON SMENTITA DI GUERZONI E PRECISAZIONE (IL GIORNO DOPO) DI GARDNER
Inviò il telegramma pochi minuti dopo l’agguato di via Fani: «Il leader della Democrazia cristiana Aldo Moro è stato rapito stamattina a Roma da un gruppo armato. Secondo le prime notizie tutte le cinque guardie del corpo sono state uccise o ferite. Il fatto è accaduto meno di un’ora prima che Andreotti presentasse il programma del suo nuovo governo in Parlamento. Riferirò ulteriori dettagli appena ne sarò in possesso. Firmato: Gardner».
Era il 16 marzo 1978. Da quel momento l’ambasciatore degli Stati Uniti in Italia, Richard Gardner, trasmise decine di telegrammi a Washington per descrivere e commentare l’evoluzione della crisi seguita all’attacco sferrato dalle Brigate rosse contro la Dc e il suo presidente. Un occhio americano molto vigile sul caso Moro svelato dai documenti custoditi nell’archivio di un altro americano a Roma in quella stagione di piombo, il giornalista e scrittore Robert Katz, che li ha ricevuti quando già aveva pubblicato il suo libro I giorni dell’ira sul rapimento e l’omicidio del leader democristiano. A quasi trent’anni di distanza, Katz definisce quella corrispondenza una sorta di hidden agenda degli Stati Uniti sul sequestro, «l’agenda nascosta confezionata per fornire elementi utili al rifiuto di ogni trattativa con le Brigate rosse».
Al di là dei giudizi, i telegrammi sono la fotografia forse un po’ sfocata di un Paese piegato dal terrorismo e attraversato dalle tensioni politiche provocate dalla crisi più grave della sua storia repubblicana, scattata per il governo di Washington preoccupato dalle possibili conseguenze in casa dell’alleato italiano.
Le prime attenzioni sono rivolte al comportamento della sinistra dopo l’agguato di via Fani, e il 17 marzo l’ambasciatore scrive: « forse significativo che non abbia ritirato l’appoggio al nuovo governo Andreotti precedentemente negoziato, chiedendo un "gabinetto di emergenza" che includesse ad esempio dei comunisti nei ministeri... presto per dire se la reazione pubblica (all’attentato brigatista, ndr) lavorerà a favore o contro la sinistra, ma il Pci sta tentando di evitare conseguenze negative mostrandosi tra i più decisi nelle espressioni di offesa e indignazione».
Cinque giorni dopo, il governo vara un decreto legge con nuove misure antiterrorismo, ma sulla possibilità delle forze dell’ordine di liberare Moro il commento di Gardner è quasi sconfortato: «Date le circostanze, le forze di sicurezza devono affidarsi alla speranza di un colpo di fortuna».
Naturalmente il rappresentante di Washington a Roma segue con grande attenzione le reazioni del mondo politico, tanto più quelle che possono riguardare gli Stati Uniti. Così, il 25 marzo riferisce di «speculazioni su un possibile coinvolgimento della Cia nel rapimento Moro diffuse dall’ex segretario del Partito socialista Giacomo Mancini e dal membro della direzione del Partito comunista italiano Emanuele Macaluso».
Ad aumentare le preoccupazioni americane arrivano, a partire dal 29 marzo, le lettere dell’ostaggio dalla «prigione del popolo». Dopo il primo messaggio al ministro dell’Interno Francesco Cossiga, Gardner scrive: «C’è una generale depressione (nel senso di sconforto,
ndr) sul linguaggio che i suoi carcerieri lo obbligano a usare. Hanno messo Moro nell’umiliante posizione di chiedere ai suoi colleghi di valutare l’idea di scambiarlo con dei brigatisti in prigione, senza che gli stessi rapitori lo domandino direttamente. Infatti nei tre comunicati delle Br non si parla di ipotesi di scambio».
L’ambasciatore riferisce che i partiti di governo sono fermi nel respingere ogni ipotesi di trattativa coi terroristi, e garantisce che «il Vaticano (menzionato nella prima lettera di Moro,
ndr) non è intenzionato a svolgere un ruolo attivo senza una richiesta del governo italiano». Poi aggiunge: «Da fonte legata alla famiglia di Moro capiamo che la famiglia stessa si oppone all’idea di uno scambio... Essi non credono che Moro stesso vorrebbe essere scambiato in circostanze che sarebbero umilianti». Peccato che non sia vero.
Ad aprile l’ambasciatore comunica che in una nuova lettera l’ostaggio «ripete la sua richiesta di uno scambio di prigionieri in un patetico appello alle coscienze dei suoi colleghi». Ma poi rassicura: «Sebbene indubbiamente scossi e demoralizzati dalla lettera, i capi della Dc hanno emesso un comunicato per riaffermare il no al negoziato e aggiungendo che la stessa lettera di Moro dimostra chiaramente che "non è a lui moralmente attribuibile"».
In altri messaggi Gardner insiste su questo concetto, sull’unità democristiana e di tutti i partiti che appoggiano il governo intorno alla linea della fermezza. Finché a fine aprile non è costretto a comunicare la posizione differenziata del Psi guidato da Bettino Craxi. Il 4 maggio riporta le critiche democristiane all’apertura socialista verso una trattativa e riferisce: «In una conversazione con l’ambasciatore richiesta dal segretario della Dc Zaccagnini, il capo della sua segreteria politica Pisanu ha sottolineato l’unanimità della Dc e la fermezza nel rifiutare ogni concessione ai brigatisti. Pisanu ha definito la proposta di Craxi un serio errore che ha isolato politicamente il Psi, in aggiunta alla già complicata gestione del caso Moro. Per prevenire serie crepe nella maggioranza di governo la Dc ha avuto difficoltà a evitare la proposta di Craxi salvando la faccia e senza rigettarla brutalmente... Pisanu ha aggiunto che, nonostante non ci fosse bisogno di un ulteriore dibattito nel partito, è d’accordo a convocare la direzione per affrontare ogni possibile critica, come quella della famiglia Moro che ha chiesto una sessione del Consiglio nazionale».
La direzione democristiana si riunisce il 9 maggio, proprio mentre le Brigate rosse consegnano il cadavere di Moro in via Caetani. L’ambasciatore si affretta a scrivere a Washington: «Una fonte del ministro dell’Interno conferma che il corpo trovato in una macchina parcheggiata nel centro di Roma vicino alle sedi della Dc e del Pci è quello di Aldo Moro. Il corpo era avvolto da una coperta nel bagagliaio dell’auto. Per il momento non sono disponibili altri dettagli.
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«Che la famiglia Moro fosse contraria a uno scambio del presidente con chicchessia è una cosa che non è mai esistita». categorico Corrado Guerzoni, portavoce di Moro quando il leader della Dc fu rapito e tra i pochissimi ammessi, durante il sequestro, nell’appartamento romano dove la moglie Eleonora e i figli – in particolare Agnese e Giovanni, che ancora abitavano in quella casa – vissero in attesa della buona notizia che non arrivò mai.
«Evidentemente Gardner ebbe un’informazione falsa, da fonte inattendibile», continua Guerzoni, che ricorda bene l’arrivo della prima lettera di Moro, il 29 marzo 1978: «Fin da allora il presidente ipotizzò lo scambio e fin da allora la famiglia tentò di muoversi in quella direzione. Era l’unica via percorribile, e non avrebbe avuto senso ritenerla umiliante o "indecente". Quindi è impossibile che dalla famiglia sia venuta quell’indicazione».
Nelle loro ricostruzioni i parenti non hanno mai posto il problema delle condizioni per giungere alla liberazione di Moro. «Eravamo consapevoli – disse il figlio Giovanni alla commissione stragi nel marzo ’99 – che se non si fosse aperta una trattativa nei termini in cui si poteva porre, e contestualmente non si fosse trovato l’ostaggio, si era scelto di lasciarlo morire... Micidiale fu la congiunzione del rifiuto di trattare con la mancanza di efficacia nel trovarlo».
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Ennio Caretto, Corriere della Sera 3/6/2007 - dal nostro corrispondente ENNIO CARETTO
WASHINGTON – «Non mi ricordo di questa comunicazione. Che cosa è, un telegramma, un memorandum? Tutti i telegrammi dell’ambasciata a Roma portavano il mio nome, ma qualcuno era stilato dal consigliere politico o da altri. Comunque, li leggevo prima che li spedissero, e se ero assente li leggeva il mio vice Allen Holmes». Al telefono da Venezia, dove trascorre le vacanze, l’ex ambasciatore americano in Italia Richard Gardner non ricorda di avere comunicato alla Casa Bianca o al dipartimento di Stato che la famiglia Moro si opponeva a uno scambio di prigionieri, la vita dello statista in cambio della liberazione dei terroristi, cosa falsa. E smentisce che Washington avesse adottato la linea della fermezza, o che l’ambasciata gliela avesse anche solo suggerita: «Non esprimemmo opinioni, non seguimmo alcuna linea politica – afferma ”. Io insistetti che non dovevamo farci coinvolgere. Rifiutammo di prendere posizione sia contro sia pro i negoziati con le Br. Se lo avessimo fatto, qualsiasi cosa fosse poi successa, ne saremmo usciti perdenti».
Sui suoi anni a Roma, Gardner ha scritto un libro, Mission: Italy (Mondadori), in cui tratta a lungo del caso Moro. «Decidemmo semplicemente – prosegue – di riferire a Washington ciò che apprendevamo, ad esempio ciò che pensavano Craxi, o Cossiga, o Andreotti, che allora era il presidente del Consiglio, oppure quanto sentivamo in Parlamento, o scrivevano i giornali. Fare diversamente sarebbe stato sciocco: alcuni leader comunisti avevano scatenato una campagna antiamericana, di disinformazione, sostenevano che volevamo Moro morto perché preparava il compromesso storico».
Una pausa: «Non era vero. Moro e io eravamo buoni amici. Moro non intendeva portare il Pci al potere. Lo volle nella maggioranza per logorarlo, sue parole testuali, ma non gli aprì le porte del governo. Questa strategia diede frutti, il Pci regredì». Neppure la Cia intervenne nel caso? «No – risponde Gardner ”. Il suo capo a Roma era Hugh Montgomery, un uomo che meritò tutta la mia fiducia. Quando assunsi la carica, mi assicurai che la Cia non facesse nulla senza il mio permesso, e Hugh non uscì mai dal seminato. Con il suo successore Duane Claridge fu diverso, era un pazzo che più tardi fu coinvolto in uno scandalo della Cia in Honduras, ma questa è un’altra storia».
L’ambasciata invece, commenta Gardner, fornì a Washington informazioni e analisi sulle Br e il terrorismo: «Alcune le indirizzai personalmente a Zbigniew Brzezinski, il consigliere della sicurezza del presidente Carter, ma senza andare mai oltre». L’amministrazione Usa si limitò a esprimere solidarietà con il governo Andreotti, che rifiutò ogni compromesso. L’opposizione ai negoziati con le Br, sottolinea Gardner, fu forte in Italia: «Molti ci avvertirono che se la vicenda avesse portato alla liberazione di terroristi come Curcio, ci sarebbero state dimissioni in massa tra la polizia e le forze armate». L’ex ambasciatore sostiene di avere riportato tutto ciò che sapeva del caso Moro nel suo libro: «Talora, documenti esaminati fuori dal loro contesto possono suscitare degli equivoci. un segno di quanto, trenta anni dopo, l’assassinio dello statista perseguiti ancora gli italiani». come quello di Kennedy per gli americani? «Furono episodi sconvolgenti. Rammento il sequestro Moro e la sua scomparsa come i momenti più terribili della mia missione in Italia».
Nel libro, Gardner ha pubblicato alcuni dei suoi telegrammi alla Casa Bianca o al dipartimento di Stato in quei giorni di fuoco. Uno dei primi osserva che «i servizi italiani, ristrutturati di recente dal Parlamento, sono in uno stato di totale confusione», ma confuta la tesi che gli Usa debbano assumere «un ruolo attivo» nella lotta al terrorismo in Italia: «Il loro coinvolgimento in una area politicamente così delicata sarebbe un grave errore».
Il libro svela anche che Washington rifiutò inizialmente di dotare la polizia italiana di speciali attrezzature per la caccia alle Br, in base a una legge approvata dopo le interferenze della Cia in Cile e la morte di Allende. Accolse tuttavia la richiesta di mandare un esperto a Roma: «Era il sottosegretario di Stato Steve Pieczenik, uno psichiatra specializzato in sequestri, che lavorò per settimane in grande segreto con Cossiga». Pieczenik studiò i comunicati delle Br e le lettere di Moro, ma non riuscì a capire da dove provenissero. Nelle sue lettere, sottolinea il libro, Moro scrisse che Gardner si era sempre attenuto correttamente ai principi di «non interferenza e non indifferenza».
Le memorie dell’ex ambasciatore sono critiche verso i comunisti, compreso il loro segretario Berlinguer, che da una parte appoggiarono la linea della fermezza, ma che dall’altra la strumentalizzarono a danno degli Usa. E ricordano che con il passare del tempo il partito delle trattative con le Br si rafforzò. La controversia fu infiammata dalle lettere sempre più emotive di Moro, nota il libro, in cui lo statista chiedeva più impegno per la sua liberazione. A quel punto, termina Gardner, «sentii che non c’era più nulla che noi potessimo fare»: l’ambasciata aveva dato alle autorità italiane il poco aiuto pratico che poteva, mantenendosi al di fuori della politica. L’omicidio di Moro sconvolse il mondo e l’America, e il presidente Carter lo definì «un atto vile e spregevole». Secondo il libro, segnò una svolta decisiva per la democrazia italiana: alle elezioni amministrative, un mese dopo, svanì la prospettiva del compromesso storico. Ma al telefono da Venezia Gardner rammenta che molti si schierarono con la vedova di Moro, e accusarono Andreotti di non averlo salvato.