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 2007  giugno 02 Sabato calendario

Il dittatore ereditario siriano Bashar Al Assad è stato rieletto con il 97,62% dei voti. Suppongo che il restante 2,38% sia ricercato dalla polizia segreta

Il dittatore ereditario siriano Bashar Al Assad è stato rieletto con il 97,62% dei voti. Suppongo che il restante 2,38% sia ricercato dalla polizia segreta. Nei giorni scorsi, in alcuni suoi articoli, lei aveva tracciato un quadro sostanzialmente positivo della Siria, sottolineandone il carattere «laico», che lasciava alquanto perplessi. Non può essere l’eventuale tasso di laicità presente in Siria a migliorarne l’immagine. La Germania nazista o l’Unione Sovietica erano laicissime, se è per questo. La Siria resta un cupo Paese sotto il tallone feroce di una banda di aguzzini. Sarebbe interessante qualche sua ulteriore considerazione. Dante D’Alessandro boldanit@hotmail.com Caro D’Alessandro, se «laico», quando la parola è usata a proposito di un sistema politico, significa che lo Stato non ha una connotazione confessionale e permette la pluralità dei culti religiosi sul proprio territorio, il confronto con il Terzo Reich e con l’Urss è improprio. Il regime nazista perseguitò molte sette protestanti e avrebbe trattato cattolici e luterani con lo stesso rigore se non avesse avuto il timore di perdere il consenso di una larga parte della società tedesca. Ma avrebbe certamente instaurato nel Paese, se avesse vinto la guerra, un paganesimo statale di cui si cominciarono a intravedere le caratteristiche in certe liturgie di regime. Quanto all’Urss, è impossibile definire laico un regime che sterminò gran parte del clero ortodosso, costrinse i fedeli a condurre una esistenza catacombale, distrusse migliaia di chiese (fra cui quella di Cristo Salvatore, costruita a Mosca con le piccole offerte volontarie di parecchi milioni di fedeli per celebrare la vittoria contro Napoleone) e restituì qualche brandello di libertà alla Chiesa ortodossa soltanto quando ne ebbe bisogno per unificare la nazione contro la Germania nel 1941. La Siria, invece, è certamente laica. Ne chieda conferma alle gerarchie delle chiese cristiane presenti sul suo territorio, a cominciare dal nunzio della Santa Sede a Damasco. Resta naturalmente il problema delle libertà politiche. Quando Bashar Al Assad, nel 2000, assunse la guida del partito Baath e la presidenza dello Stato, le sue dichiarazioni dettero l’impressione che il giovane medico londinese, richiamato in patria dalla morte del fratello maggiore e del padre, avrebbe cercato di allentare i rigori della vigilanza poliziesca e promuovere una maggiore partecipazione popolare alla vita politica. La speranza fu di breve durata. possibile che il giovane Assad si sia scontrato con le resistenze dei servizi, degli apparati di partito e di tutti coloro che vedevano nel riformismo del giovane leader una minaccia ai loro interessi. Ma occorre altresì ricordare che la Siria divenne presto, agli occhi della presidenza americana, uno «Stato canaglia», colpevole di collusioni con l’Iran, con gli Hezbollah in Libano, con Hamas in Palestina, e bersaglio di continui ammonimenti. Quando Bush, nel dicembre del 2003, adottò un certo numero di sanzioni firmando il «Syrian Acountability and Lebanese Sovereignty Act», fu chiaro che gli Stati Uniti avevano un obiettivo, il cambiamento del regime a Damasco, e che l’avrebbero perseguito, secondo una loro antica consuetudine, finanziando i movimenti di opposizione. La prima reazione di un regime autoritario, quando una grande potenza ostile ricorre a questi mezzi, è quella di rafforzare i controlli polizieschi, ridurre drasticamente le libertà dell’opposizione, trattare ogni dissidente come un potenziale agente nemico. ciò che ha fatto Putin quando gli avvenimenti ucraini del dicembre 2004 gli dettero la sensazione che gli Stati Uniti, utilizzando alcune organizzazioni non governative, stessero pesantemente interferendo nelle vicende politiche di un Paese che la Russia considera parte della propria storia e una delicata marca di frontiera. Altri avvenimenti, negli anni seguenti, hanno complicato ulteriormente il quadro dei rapporti della Siria con gli Stati Uniti e l’Unione europea: l’assassinio dell’ex premier libanese Rafik Hariri, le grandi dimostrazioni popolari contro la presenza militare della Siria in Libano, il ritiro delle forze siriane dalla valle della Bekaa, dove si erano precedentemente raggruppate. certamente possibile che i servizi siriani siano stati coinvolti nel caso Hariri. Ma non credo che le grandi dimostrazioni antisiriane di Beirut fossero espressione di una matura democrazia libanese e che il ritiro dei siriani, a giudicare da ciò che è accaduto negli scorsi mesi, abbia giovato alla stabilità del Paese. A questo quadro aggiungo, caro D’Alessandro, tre considerazioni. Osservo in primo luogo che la brusca interruzione delle riforme politiche non ha impedito la continuazione di quelle economiche, e che la Siria sta quindi seguendo un percorso simile a quello della Cina. Osservo poi che il governo israeliano sembra essersi reso conto, finalmente, dell’utilità di negoziare direttamente con la Siria la fine del conflitto. E osservo infine che la Siria è tutto fuorché un «cupo Paese». Un dissidente di Damasco mi ha parlato in termini negativi del modo in cui gli oligarchi del regime «fanno i loro affari», ma ha aggiunto che vi sono nella società siriana larghi margini di libertà personale di cui non sarebbe giusto trascurare l’importanza.