Piero Ostellino, Corriere della Sera 2/6/2007, 2 giugno 2007
L a «questione settentrionale» – dopo il successo del centrodestra nelle elezioni amministrative in tutto il Nord, con la sola, risicata, eccezione di Genova – è diventata «questione fiscale» e il voto una forma di «rivolta del contribuente»
L a «questione settentrionale» – dopo il successo del centrodestra nelle elezioni amministrative in tutto il Nord, con la sola, risicata, eccezione di Genova – è diventata «questione fiscale» e il voto una forma di «rivolta del contribuente». Finora, la «questione settentrionale» era l’espressione della protesta del mondo imprenditoriale del Nord-Est per la carenza di infrastrutture – strade, ferrovie, porti, aeroporti – e per un burocrazia e una regolamentazione ipertrofiche che penalizzano la produzione. Adesso, la «questione settentrionale» non è più circoscritta al solo mondo dell’ impresa ma si è estesa all’intera popolazione. Il centrodestra vince al Nord, dove la piena occupazione fa da serbatoio alla pressione fiscale. Ma la piena occupazione, estendendo la pressione fiscale a pressoché la totalità degli elettori, produce due effetti. Primo: una più diffusa sensibilità alla «questione fiscale». Secondo: una maggiore propensione alla «rivolta fiscale» da parte dell’elettore. Il centrosinistra tiene relativamente nelle zone meno progredite del Sud, dove la forte disoccupazione fa da bacino sociale a una classe politica statalista e clientelare. Qui, la situazione è specularmente opposta a quella del Nord. Primo: i disoccupati, e quelli che lavorano in nero, non sono contribuenti e, quindi, non hanno alcuna sensibilità alla «questione fiscale». Secondo: il principio no taxation without representation è capovolto in representation without taxation; voto di scambio, domanda di intervento pubblico da parte degli elettori, offerta di assistenzialismo da parte dei politici. Il giorno in cui anche al Sud salisse l’occupazione e, con essa, la pressione fiscale, anche il Sud voterebbe a destra. A certi politici – non solo di sinistra – non conviene lo sviluppo economico e sociale del Meridione, così come non conviene a quella parte della burocrazia che sulla spesa pubblica campa e fonda il proprio potere di interdizione nei confronti della già scarsa vocazione riformista del mondo della politica. I caporioni della nomenklatura dei partiti, che parlano di crisi della politica per non parlare della propria inadeguatezza; quelli della nomenklatura economico-finanziaria, che fanno loro il verso, mescolando descrizione (la realtà) e prescrizione (il dover essere), in perfetto politichese; i media, perennemente in bilico fra la funzione loro propria di testimoni e l’irragionevole ambizione di suggeritori di disegni politici; tutti costoro possono sognarsi quanto vogliono il «governo dei migliori», versione neo-autoritaria o neo-totalitaria del governo dei filosofi nella «Repubblica» di Platone. La democrazia finisce sempre col prevalere con la forza delle ragioni semplici: gli interessi della gente, quella che lavora, paga le tasse. E vota. Forse, non è superfluo ricordare che i parlamenti delle moderne democrazie liberali sono nati dalla rivolta dei contribuenti contro le spese incontrollate del sovrano e allo scopo di esercitare su di esse un vincolo costituzionale. Ma chi controlla, oggi, il nuovo sovrano, il Parlamento? Vale la pena di rifletterci. E’ ora che questo governo se ne vada. Il centrosinistra si è rivelato inadatto – unfit, direbbe l’Economist – a governare il Paese perché nel suo Dna non ci sono neppure i postulati culturali, prima ancora che politici, di una moderna democrazia liberale e industriale. La deregolamentazione, la modernizzazione della pubblica amministrazione, la riduzione della spesa e delle tasse. postellino@corriere.it