Paola Pollo, Corriere della Sera 2/6/2007, 2 giugno 2007
MILANO
Eravamo quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo... Destinati a qualcosa in più che a una donna e a un impiego in banca. Uno se n’è andato a Montecarlo (Jacopo Godani, coreografo), uno a Milano (Carlo Andreotti, giornalista), uno in Brasile (William Naraine, cantante) e uno a New York (Italo Zucchelli, stilista)! Ora potrebbe essere che uno dei quattro, l’«amico» americano, arrivi oltre. Italo Zucchelli da San Terenzo, La Spezia, creatore dal 2004 della linea uomo di Calvin Klein (giro d’affari di 4,5 miliardi di dollari!), è in nomination (assegnazione domani sera alla Public Library di Battery Park) come miglior designer menswear
degli States, lui un italiano, unico. E non sono esattamente noccioline!
Per il mercato, che è fra più importanti al mondo. Per l’avversario «N˚1» da battere, che è quel Ralph Lauren che è parte (l’altra l’ha scritta il Calvin Klein in carne ed ossa) della storia della moda a stelle e strisce. Poi l’outsider, il duo Steven Cox e Daniel Silver del marchio cult in Usa Duckie Brown. E tutto sembra di una facilità e semplicità disarmante: ma di favole così, poche al mondo.
Lui, Zucchelli, adesso ci crede perché comunque sono già passati tre anni dallo shock più grande, quando gli dissero «brutalmente»: «Lei prende il posto di Calvin Klein e fra tre settimane esce in passerella». «Io uscii ma ero terrorizzato – dice ”. Sì certo il signor Calvin aveva venduto e si capiva che voleva ritirarsi, ma qualche volta veniva ancora. Un uomo eccezionale, perché vero e semplice. Una volta divertito gli raccontai di quel collaboratore che si era messo a urlare che non voleva che spruzzassi in atelier il "cK" perché non gli piaceva, lui mi guardò e mi disse "anch’io odio i profumi"». Eppure con quel profumo lui rivoluzionò il mercato! «Insomma era sincero, leale, onesto. La droga? Sul lavoro non è mai entrata, non lo ho mai condizionato. Ma quando annunciò al mondo che sarebbe entrato in clinica per disintossicarsi, non mi stupii. Volle essere sincero, con tutti, ancora una volta. Era – ed è – una leggenda, umana. Non come certi personaggi che fingono di essere quello che non sono. Io ne conosco, tanti. Sono patetici. Si vendono "super sex-symbol" e magari sai benissimo che sono gay».
Zucchelli, assicura, di non aver mai finto: «Elementari e medie a San Terenzo. Un paese piccolo, provinciale. Essere diversi allora era veramente una sfida. La gente ti prendeva in giro. A me piaceva disegnare, giocare con la Barbie e con il Big Jim. Anche dopo, al liceo, a Sarzana, io mi vestivo di nero e mi tingevo i capelli di bianco. Avevo le scarpe a punta... Insomma mi si notava. Ma con me c’erano sempre i miei amici: Jacopo, Carlo, William. Sognavamo di uscire da quell’ambiente che ci stava stretto, volevamo fare qualcosa di grande, fuori. Non sapevamo bene cosa. Sicuramente nessuno di noi volevamo finire in comune o in un cantiere. Ci siamo sempre dati una mano per superare i momenti di tristezza, sconforto, le prese in giro. Ce l’abbiamo fatta, tutti e quattro».
E la famiglia? «Fantastica. I miei genitori e mia nonna, una donna eccezionale dalla quale ho ereditato tutta la serenità e la carica positiva che mi ha portato dove sono ». In alto, molto in alto. «Adesso dico che allora non avrei mai immaginato... La moda è entrata nella mia vita a 18 anni, dopo il liceo. Lessi che a Firenze avrebbe aperto Polimoda, l’università del designer. Tardò e m’iscrissi alla facoltà di architettura. Andavo bene, media del 28. Dopo due anni Polimoda aprì. Superai i test e nell’88 mi laureai». Due anni in un ufficio di consulenze stilistica e poi un ripensamento: «Tornai a casa. C’erano dei problemi e volevo esserci. Ma in un certo senso fuggivo anche da un mondo che scoprii falso e non mi piaceva.
Due anni per prendere le misure e rientrare. Un’amica mi offrì di seguire la sua boutique a Forte dei Marmi. Imparai cosa realmente la gente cerca in un vestito. Era la mia strada».
Milano allora, ed era il ’94. Ma guai chiedere l’età, è l’unica bugia – comunque sincera – dello stilista: «A 40 ho smesso di contare». Un buco dove dormire, i colloqui sino all’incontro con Romeo Gigli e un curriculum che cominciava a scriversi.
La responsabilità della linea sport e le attenzione di Jil Sander: «Una donna stimolante, un progetto stimolante. Altri due anni più che formativi. Coincidenza volle che quando alla Calvin Klein mi chiamarono, lei mollò tutto e io non dovetti scegliere». Da Klein è la storia più recente e più grande: «Tre anni in sintonia con il signor Calvin e una New York da scoprire. All’inizio difficile, ora non potrei più farne a meno». Il suo segno «sogno» nella moda: «Che non si dica che "noia" davanti a un uomo in completo!». Ricco? «Abbastanza da permettermi una meravigliosa casa a Fire Island, un’isola dove non ci sono auto! Lavoro il giusto perché ho imparato ad organizzarmi e New York è una città veloce. Da quattro ho un compagno con il quale convivo e sono felice». Un «dico», insomma? «E cos’è?». San Terenzo è proprio lontana, dall’altra parte della luna: «Però l’adoro».
Paola Pollo
A scuola vestivo di nero e mi tingevo i capelli di bianco.
Avevo le scarpe a punta...
Insomma mi si notava
Da quattro anni ho un compagno con il quale convivo a New York e sono felice. I Dico? E cosa sono?