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 2007  giugno 02 Sabato calendario

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Vera Schiavazzi, Corriere della Sera 2/6/2007 - TORINO – «Solo scelte tecniche», assicurano gli avvocati. Ma intanto, a 24 ore di distanza dalla notizia che Margherita Agnelli aveva citato in giudizio gli amministratori del patrimonio del padre Gianni, la sua azione legale assume i colori di una vera e propria guerra. Lo si comprende leggendo l’atto di citazione, che è stato notificato anche alla madre Marella (unica erede con lei, dopo la morte del fratello Edoardo) e che dunque la coinvolge direttamente nella vicenda. E lo si comprende ancora meglio leggendo le conclusioni, là dove Girolamo Abbatescianni, avvocato di Margherita, chiede che il Tribunale civile di Torino «in via pregiudiziale, ove occorra, dichiari la nullità, annullabilità o inefficacia degli accordi intercorsi in Svizzera tra la signora Margherita Agnelli de Pahlen e donna Marella Caracciolo successivamente all’apertura della successione del senatore Giovanni Agnelli». Come a dire: non riconosciamo più ciò che abbiamo sottoscritto nel 2004, specie per la rinuncia da parte di Margherita alla successiva eredità della madre, rinuncia che potrebbe compromettere anche l’interesse dei nipoti. Margherita e i suoi legali fanno sapere «che la notifica a Marella Agnelli è indispensabile in quanto co-erede», ma che l’azione deve intendersi «rivolta esclusivamente nei confronti degli amministratori». Gianni Agnelli, si legge all’inizio del testo preparato da Abbatescianni, non ha lasciato un testamento ma soltanto due legati. Si passa poi a definire il ruolo dei protagonisti: Gianluigi Gabetti, consulente di fiducia, Franzo Grande Stevens, «per il suo incarico che va al di là di quello classico dell’avvocato», incarico che «fino ad un certo momento è stato esplicitato nell’interesse di tutti gli eredi», e Siegfrid Maron, l’uomo di fiducia svizzero, del quale, a maggiore spiegazione, si allega il biglietto di condoglianze inviato a Marella e Margherita per la morte del marito e padre.
«DUE CASALINGHE» – Agli atti c’è poi una decina di lettere, scambiate nel 2004 tra la stessa Margherita e Franzo Grande Stevens. La figlia dell’Avvocato chiede i conti e lo fa in modo personale, scrivendo tra l’altro «io e mia madre Marella siamo due casalinghe, estranee alla gestione finanziaria», Grande Stevens le risponde che arriveranno e aggiunge che lui e Gabetti «interpretano» la volontà dello scomparso come l’indicazione di John Elkann alla guida del gruppo, e stanno lavorando in questo senso. In una missiva, Grande Stevens precisa di agire «nell’interesse di tutti i figli, Elkann e de Pahlen», ma in un’altra, poco dopo, dichiara di non potere più rappresentare insieme gli interessi di donna Marella e di Margherita, e di rinunciare quindi all’incarico di curatore testamentario. Cosa che lo stesso «avvocato dell’Avvocato» ha confermato ancora ieri, senza nascondere il suo disappunto: «Ho rinunciato all’incarico, e allora?».
LA BANCA AMERICANA – Il rendiconto sollecitato da Margherita infine arriva, inviato dal commercialista torinese Gianluca Ferrero, ma parla soltanto del patrimonio italiano di Gianni Agnelli: venti milioni di euro, titoli, immobili, due barche, quattro Punto e un trattore. E sempre nel 2004, la banca americana Morgan Stanley liquida alla figlia dell’Avvocato 109 milioni di euro. Lei reagisce con una lettera: «Voglio sapere chi ha disposto questo versamento». E Morgan Stanley replica: «Il titolare del conto (cioè chi amministrava l’eredità, ndr) ci consiglia di non rispondere a questa domanda». Ce n’è abbastanza per far maturare l’azione di questi giorni. Ma all’atto di citazione è allegato anche un elenco di società con base in Svizzera e alle Virgin Islands, riconducibili, secondo i legali di Margherita, al patrimonio di Gianni Agnelli. Una mossa che non è piaciuta agli amministratori citati in giudizio, che in queste ore si sono consultati intensamente con i loro legali nei diversi settori del diritto.

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Pierre de Gasquet, Corriere della Sera 2/6/2007 - L’eredità dell’Avvocato è forse stata sottovalutata dai suoi amministratori? l’interrogativo che pone il ricorso giudiziario presentato al tribunale di Torino da Margherita Agnelli De Pahlen, cinquantadue anni.
Perché ha aspettato quattro anni per contestare, oggi, l’organizzazione dell’eredità di suo padre Gianni Agnelli, deceduto nel gennaio 2003?
«In realtà, dalla scomparsa di mio padre, ho chiesto più volte di avere un’immagine coerente del suo patrimonio. L’ho fatto per iscritto e tramite i miei avvocati, senza ottenere soddisfazione. Purtroppo, nel 2004, ho rinunciato alla mia posizione di azionista dell’accomandita Giovanni Agnelli & C., perché mi è stato gentilmente chiesto di uscirne. Non ci sono divergenze con mia madre e mio figlio John Elkann. Tengo a sottolineare che non c’è alcuna divisione in famiglia. Semplicemente, ho il diritto e il dovere morale di essere tenuta al corrente dell’entità del patrimonio di mio padre. un dovere verso i miei figli e ritengo molto grave e inaccettabile che ci sia stata un’amnesia. Le uniche persone responsabili sono Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Siegfrid Maron, dal momento che la mia cara madre non ha mai gestito gli affari di mio padre».
Quale è l’obiettivo fondamentale del suo ricorso, oggi, davanti al Tribunale di Torino? Forse una parte del patrimonio familiare non è stata svelata?
«Non ho elementi per pensare che esistano parti nascoste. Difendo soltanto il diritto, come erede di mio padre e come madre di tutti i miei otto figli, di essere pienamente informata della realtà del suo patrimonio, così come era composto negli ultimi anni della sua vita fino ad oggi. una semplice richiesta di consuntivo dei conti».
Era l’avvocato di Gianni Agnelli, Franzo Grande Stevens, l’esecutore testamentario da lui espressamente designato?
«Sì. Masi è ritiratomolto presto da questo ruolo con il pretesto di un litigio fra mia madre e me che non è mai esistito. Mia madre stessa non è stata informata in maniera esauriente».
Lei contesta la ripartizione che ha avuto luogo nel 2004, quando ha rinunciato al ruolo di azionista dell’accomandita in cambio di una parte del patrimonio immobiliare?
«No, non la contesto. Non sto dicendo d’essere stata depredata. Non ho preoccupazioni o desideri particolari. Desidero solo che le cose siano chiare e trasparenti».
Quale impatto può avere la sua iniziativa sulla vita del gruppo e sulla posizione di suo figlio John Elkann, che ha assunto la presidenza dell’Ifi?
«Come le ho detto, non sono più azionista. Da quando mi è stato chiesto di uscire dall’accomandita, ho soltanto riacquistato qualche azione privilegiata dell’Ifi. Spero vivamente che il mio gesto sia capito e che si arrivi a un accordo. Ma oggi non ho la possibilità di vedere come stanno le cose. Pur avendo sempre partecipato alle riunioni con mio padre, non ho più alcun potere di controllo sulla società in accomandita e mi dispiace. Voglio bene alla mia famiglia e non desidero assolutamente nuocere alla sua coesione».
(Pierre de Gasquet)

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TORINO - come una spada di Damocle che incombe sui vertici Fiat, sulla catena di controllo del gruppo e, passaggio del tutto inatteso, sulla stessa Marella Agnelli, citata in giudizio dalla figlia insieme ai legali di famiglia. Le quindici pagine con le quali «la signora Margherita Agnelli in de Phalen nata a Losanna il 26 ottobre 1955» si rivolge al tribunale civile di Torino, sono molto di più di una semplice richiesta di chiarimenti. Le dichiarazioni concilianti delle prime ore fanno posto adesso al ruvido linguaggio delle carte ufficiali. Con il sospetto di un arcipelago di società estere che si vorrebbero depositarie del tesoro internazionale e nascosto dell´Avvocato, ipotizzando una gestione di quel patrimonio che meriterebbe di essere meglio chiarita e, soprattutto, facendo sapere che Margherita Agnelli e i suoi legali considerano potenzialmente nullo il concordato con cui la figlia e la moglie dell´Avvocato rinunciarono, nel marzo 2004, alle loro quote nella catena di controllo che comanda in Fiat.
L´attacco. questa la spada che pende sul capo di John Elkann: il punto 20 di pagina 7 in cui si legge che «le operazioni di divisione di alcuni beni fino ad oggi effettuate non esauriscono l´intero asse ereditario e le rinunce, in base al patto successorio del 2 marzo 2004, sono nulle perché contrarie a norme imperative». Se quel patto fosse nullo, infatti, si annullerebbe anche il trasferimento delle azioni a Elkann e il figlio di Margherita finirebbe per perdere quel ruolo ai vertici Fiat che il nonno aveva voluto per lui. Difficilmente Margherita intende giungere fino a questo punto. Fa anzi trasparire la volontà di dividere con la madre l´eventuale patrimonio aggiuntivo senza toccare gli accordi già raggiunti. Ma nell´atto di citazione, lascia anche trasparire che ritiene di poter lasciar cadere l´ipotetica spada sulla catena di comando della Fiat.
Le accuse ai legali di famiglia. Secondo gli avvocati di Margherita Agnelli, per evitare l´attacco alla catena di comando della Fiat, Grande Stevens, Gabetti e Maron devono fornire «un rendiconto completo» sui beni lasciati dall´Avvocato «volto a determinare l´eredità del patrimonio ereditario e a valutare l´attività dei mandanti». Dunque i punti da chiarire sarebbero due: non solo si vuole sapere se esiste un patrimonio ad oggi non noto, ma anche se chi lo ha amministrato (Grande Stevens, Gabetti e Maron) lo ha fatto con correttezza. E se quel comportamento corretto c´è stato non solo dal momento della morte di Giovanni Agnelli, nel gennaio del 2003, ma anche (punto numero 25) «per il periodo di dieci anni precedente il decesso». Come si vede, una serie di dubbi pesanti: Margherita vuole sapere in sostanza se i gestori del patrimonio di Gianni Agnelli si sono comportati lealmente anche nei confronti dell´Avvocato in un periodo che va dal ´93 al 2003. E, nel caso di violazioni, chiede che il tribunale condanni i tre legali al pagamento dei danni.
Il dramma di famiglia. Infine, per poter giungere immediatamente alla divisione con la madre dell´eventuale patrimonio nascosto, la figlia dell´Avvocato cita anche Marella in giudizio. Subito si affretta a precisare che si tratta di un atto formale e che lei, Margherita, è disponibile «fin da ora» a procedere «in via amichevole alla divisione dei beni». Resta il fatto che, a pagina 9, l´elenco delle controparti comprende anche la moglie dell´Avvocato.
I dubbi e le società. I dubbi della figlia di Agnelli si fondano su due circostanze. La prima è di non aver ottenuto risposte esaurienti. Allegate all´atto ci sono le lettere scritte da Margherita a Grande Stevens, Gabetti e Maron fin dal 26 febbraio 2003. E le risposte, definite «parziali», di Grande Stevens. Ma il vero colpo di teatro sono le richieste di chiarimento di alcune società citate nell´atto «a titolo di esempio e senza pretesa di esaustività». Come dire che accanto a quei nomi forse ce ne sono altri. Ci sono le società che fanno capo allo svizzero Maron (Sadco e Saconfint) e altre scatole finanziarie (Calamus, Fima, Cs, Sikestone, Sigma e Springrest) che non comparirebbero in un primo elenco fornito, il 16 maggio 2003, dal commercialista Gian Luca Ferrero.
Il conto. Ma c´è anche altro. Al punto 14 si fa riferimento a una dichiarazione della società di revisione Morgan Stanley. Un atto recentissimo, del 13 aprile 2007. Da quel documento si dedurrebbe che «un conto riconducibile al Senatore Agnelli è stato movimentato dopo la morte dello stesso, senza peraltro precisare chi ha impartito l´ordine e chi ha disposto che la banca non desse ulteriori informazioni». Sembra di capire che Margherita e i suoi legali abbiano cercato di saperne di più cozzando contro un muro di silenzio. Forse perché «chi ha impartito l´ordine» continua a esercitare i poteri che derivano dallo statuto di una sino a oggi sconosciuta «Fondazione Alkyone»: il documento che autorizza Grande Stevens, Gabetti e Maron «a gestire anche in assenza del Senatore». Il braccio di ferro promette di proseguire per molti mesi se non si troverà prima un accordo che sul lago di Ginevra si spera possa arrivare invece in tempi molto rapidi.