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 2007  giugno 01 Venerdì calendario

Ferreras Pipin

• (Francisco) Matanzas (Cuba) 11 gennaio 1962. Apneista • «Eroe o mostro degli abissi? Personaggio controverso, affascinante e discusso, sicuramente sì: Francisco Ferreras detto Pipìn ha saputo arrivare a 170 metri sotto il livello del mare senza respirare, ma dove davvero sia potuta scendere la sua anima nessuno può misurarlo. un impavido superuomo dal carattere tempestoso o addirittura un pazzo criminale? Una simpatica canaglia o, c’è chi accusa, un delinquente? Fino a che punto si spinge l’incoscienza di chi, sfidando la morte ogni giorno per divertimento e ossessione, ne ha una percezione tanto lontana da quella comune? La morte della terza moglie di Pipìn, l’apneista francese Audrey Mestre, durante un tentativo di record il 12 ottobre del 2002 nella Repubblica Dominicana, è ancora oggi una vicenda misteriosa. James Cameron, il regista di Titanic, voleva fare un filmone sulla storia tragica e avventurosa dell’apneista cubano, recordman di immersione No limits nel 2003. C’era già il titolo (The Dive), ma il progetto non è ancora partito perché, forse, nemmeno il cineasta canadese con la passione per il mare (suo anche The Abyss) ha ancora capito se ha tra le mani un dramma di amore e sport o un vero e proprio giallo. Pipìn ha scritto la sua versione nell’appassionato e struggente libro Nel blu profondo. Una storia di amore e ossessione, raccontando la sua burrascosa vita ma soprattutto il profondo e fiabesco legame con l’avvenente Audrey, 28 anni, mai più riemersa dal ventre del mare dominicano. La bombola che avrebbe dovuto gonfiare il palloncino necessario per riportarla in superficie era vuota: non si sa chi avrebbe dovuto riempirla e non lo fece, non si sa chi non la controllò. Audrey perse conoscenza e fu ripescata troppo tardi, dopo otto minuti e 38 secondi senza respirare. Il suo cuore cessò di battere appena trasportata a riva. Pipìn riconosce di essere stato responsabile di una organizzazione assai maldestra (a bordo non c’era un medico né un defibrillatore) e di aver insistito perché lei tentasse quei 171 metri (fin lì era giunta a 166). Le approssimative inchieste non hanno appurato colpe. Ma [...] un libro del suo ex socio e amico Carlos Serra (The last attempt [...]) [...] dà alla vicenda contorni ben diversi e lancia accuse gravissime: Serra descrive Pipìn come una specie di maniaco dedito alla magia nera, un macho megalomane senza scrupoli afflitto dai deliri di onnipotenza tipici della sindrome di narcisismo maligno (quella diagnosticata ai più sanguinari dittatori della storia, da Hitler in giù). Il detrattore sostiene che Audrey fosse tutt’altro che felice, che avesse tentato due volte il suicidio, che fosse vittima della personalità violenta (anche fisicamente) di Pipìn e che il loro rapporto fosse in crisi. La teoria di Serra è che, dunque, Pipìn avesse architettato un diabolico piano perché il record fallisse, ma fosse lui a salvare la moglie dagli abissi, assurgendo così a eroe e protagonista. Un piano che poi finì in tragedia. L’affidabilità di Serra, un affarista contraddittorio finito anch’egli sul lastrico, è tutta da verificare. Ma una verità immacolata su quella vicenda piena di ombre, che si trascina da anni tra polemiche e accuse, non è ancora delineabile. E forse non lo sarà mai. Quel che è certo è che, leggendo i due libri, colpisce quanto possano essere vicini il sublime e il miserrimo del vivere. Fino a confondersi. ”Non mi interessa leggere quel libro né tutti gli articoli che sono stati scritti contro di me”, replica Pipìn, che vive a Miami e si dedica alla pesca, alla fotografia e ai documentari subacquei: ”Non sento il bisogno di difendermi perché sono in pace con me stesso. Non ce l’ho con Serra: è quel tipo di persona che odia chiunque lo circondi e che si sente sempre in credito col mondo. E questo è il motivo per cui non ha e non avrà mai successo in nessun campo della sua vita, professionale, sentimentale, sportivo o letterario. La sua invidia nei miei confronti è più forte di lui”. Un anno dopo la morte di Audrey, Pipìn andò a stabilire in suo onore il nuovo record mondiale di 170 metri a Cabo San Lucas in Bassa California, dove si erano conosciuti [...] Quello di Cabo San Lucas è stato l’ultimo tentativo di record di Pipìn: ”Dopo la morte di Audrey il mio rapporto col mare è cambiato. L’agonismo è sparito, è rimasto solo l’aspetto spirituale. Mi immergo ogni giorno perché è l’unico modo per tornare in contatto con lei”. Dieci apneisti, tra uomini e donne, sono scesi a simili profondità. Tre sono morti, due sono rimasti paralizzati. [...] cosiddetto recordismo, una disciplina letale che le varie federazioni ormai si rifiutano di riconoscere: gli sponsor sono scappati, nessuno vuole più sovvenzionare o omologare queste imprese suicide in assetto variabile assoluto, cioè No limits. Significa scendere con una zavorra, finché i polmoni non diventano piccini come arance, e risalire attaccati a un palloncino senza prender fiato per oltre tre minuti. Dopo Pellizzari e Genoni, eredi del mitico Enzo Maiorca, non ci sono più italiani disposti a rischiare l’embolo mortale nel Grand Bleu. Un belga, Patrick Musimu [...] è arrivato a 209 metri infischiandosene che nessuno abbia voluto ratificare la sua follia. Ma Pipìn, che tra sincopi e anche un coma di tre giorni ha rischiato la pelle varie volte, difende questa vocazione che va al di là di qualsiasi comune concetto di coraggio. Nonostante, oltre Audrey, altri cinque amici e collaboratori del suo staff gli siano morti accanto (e nel libro di Serra si lanciano sospetti anche sul suo ruolo in questi episodi). Pipìn cita il trapezista Karl Wallenda: ”Camminare sul filo è vivere, tutto il resto è solo attesa. Non siamo pazzi, siamo solo grossi appassionati che credono tantissimo in quello che facciamo. La gioia che si prova dietro un’impresa del genere non la trovi da nessun’altra parte e a me manca tantissimo. la realizzazione di un sogno inseguito da sempre. Quello che a tutti può sembrare folle, per noi non lo è: sappiamo che possiamo farcela, mentalmente, fisicamente ed emotivamente. Ora non ho più quella spinta che sentivo prima, ma magari ci sarà un momento in cui mi tornerà”. ”Se vuoi imparare tutto sulla corrida, vai in Spagna. Se vuoi imparare tutto dell’apnea, vai in Italia”, dice Pipìn che, avendo sposato in seconde nozze una bolognese dalla quale ha avuto una figlia che vive in Italia, possiede anche il passaporto italiano: ”L’Italia è stato il primo paese ad aprirmi le porte e l’ho sempre nel cuore”. Nato a Matanzas, figlio di rivoluzionari e successivamente dirigenti del governo cubano, Pipìn è scappato a Miami nel ”93. ”Di Cuba mi manca tutto, soprattutto il mare. Anche mia madre, ma lei posso chiamarla mentre al mare non posso telefonare. Castro non mi ha mai cercato [...]” [...]» (Emilio Marrese, ”L’espresso” 7/6/2007).