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 2007  giugno 01 Venerdì calendario

Roma. Margherita Agnelli ha intentato un’azione legale contro Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Siegfried Maron, da lei indicati come mandatari e gestori del patrimonio personale di suo padre Giovanni Agnelli

Roma. Margherita Agnelli ha intentato un’azione legale contro Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Siegfried Maron, da lei indicati come mandatari e gestori del patrimonio personale di suo padre Giovanni Agnelli. Margherita Agnelli chiede – spiega una nota dei suoi legali – ”un chiaro e completo rendiconto di tutti i beni che compongono l’asse ereditario e sono oggetto di successione”. La notizia è stata diffusa ieri dal Wall Street Journal, con un articolo di Gabriel Khan, che ha aperto la prima pagina con questo titolo: ”Casa Agnelli divisa”. La decisione della figlia dell’uomo che ha guidato gli Agnelli-Nasi per quasi sessant’anni è arrivata di sorpresa – anche se alcuni esponenti della famiglia informalmente spiegano che un po’ se l’aspettavano. Nel 2004, Margherita stipulò un concordato, cosiddetto tombale, in virtù del quale usciva dalla catena di controllo della Fiat e riceveva una certa quantità di denaro e beni mobili e immobili, che rientravano nel patrimonio personale di suo padre. Un patrimonio di cui nessuno conosce l’esatto ammontare e una quantità di spettanza a sua figlia che non fu resa nota, ma che deve essere interessante. Già nel 2004, infatti, Margherita Agnelli che risiede in Svizzera entrò nella classifica dei primi 300 contribuenti di quel paese, nella fascia patrimoniale compresa tra i 20 e i 300 milioni di franchi, cioè tra i 30 e i 450 milioni di euro. L’azione legale di Margherita non convince i vertici della società accomandita Giovanni Agnelli & C., la cassaforte famigliare, che sta in cima alla catena di comando della Fiat. Come spiegano fonti vicine alla famiglia, Gabetti non si è mai occupato del patrimonio personale di Agnelli e Grande Stevens rinunciò subito alla funzione di esecutore testamentario. John Elkann ha detto: ”Sono molto addolorato come figlio e stupito per questa vicenda privata che era stata risolta nel 2004 con il consenso e l’accordo di tutti”. Ma quali possono essere le ragioni dell’azione plateale di Margherita Agnelli? I componenti della famiglia se lo chiedono. Suo cugino Lupo Rattazzi spiega la questione così in un breve colloquio con il Foglio: ”Sono legato affettivamente a Margherita – dice – ma sta di fatto che all’apice della crisi del nostro gruppo, mentre tutti i suoi parenti tiravano fuori un totale di 250 milioni per concorrere al salvataggio della Fiat, lei faceva un’operazione di segno esattamente contrario, non solo chiamandosi fuori dall’operazione Fiat, ma addirittura estraendo soldi dalla sua famiglia e dichiarando di farlo per ”evitare di essere coinvolta in una nuova Parmalat’, di fatto scommettendo contro il rilancio del gruppo. Adesso, stizzita perché clamorosamente smentita dagli sviluppi della situazione, fa questa uscita. Temo che assuma solo le sembianze antipatiche dei guastafeste e di quelli che non sanno perdere”. La storia a cui si riferisce Rattazzi è più o meno questa. Nel gennaio del 2003 muore Gianni Agnelli. Per una simbolica coincidenza, il giorno della sua morte la società accomandita Giovanni Agnelli & C. vara un aumento di capitale a cascata che servirà a dimostrare ai mercati che anche gli Agnelli, azionisti di riferimento, contribuiscono direttamente al risanamento della Fiat. E’ un tentativo abbastanza disperato. Umberto Agnelli convince i suoi parenti a provarci. La famiglia aderisce per l’85 per cento all’aumento di capitale, perché in qualche modo comprende che la sua stessa identità dipende dalla Fiat: gli Agnelli-Nasi esistono in un certo senso perché esiste la Fiat. Qualcuno afferma di aver sottoscritto l’aumento di capitale perché la scomparsa del capofamiglia, Gianni Agnelli, segna una discontinuità. Per una complicata catena di circostanze, accade l’imprevedibile. La famiglia vara l’aumento di capitale, si avvia un piano di risanamento, muore all’improvviso anche Umberto, arriva alla presidenza della Fiat un vecchio amico di famiglia, Luca di Montezemolo, capo della Ferrari, e alla guida operativa della Fiat un manager che nessuno conosce. Si chiama Sergio Marchionne, è un italo-canadese trapiantato in Svizzera. August von Finlk socio degli Agnelli in una società partecipata dalla Ifil, la Sgs, lo consiglia a Umberto e a Gabetti. L’italo-canadese tratta con gli americani di General Motors, bluffa e si porta a casa un miliardo e mezzo di euro. Poi tratta con le banche, le fa entrare nel capitale della Fiat, mentre parallelamente la famiglia si riporta al 30 per cento del capitale Fiat con un’azione sul filo delle regole, l’equity swap. Intanto la Fiat lancia la Grande Punto e ricominia a vendere auto. Il titolo passa dalla grande depressione dei momenti bui, 6-7 euro (ma è stato anche sotto i 5), supera i 15, e poi i 20 (oggi vale 21,3 euro). Dunque il patto sottoscritto da Margherita Agnelli tre anni fa, visto con gli occhi di oggi è un cattivo affare. D’altra parte secondo le ricostruzioni famigliari da un certo momento in poi lei non volle essere coinvolta nella partita, cioè nella condivisione della quota di controllo dell’accomandita, una porzione del 34 per cento circa (valore attuale intorno al miliardo di euro) che sta nella pancia della Dicembre, una società fiduciaria dei tre fratelli Elkann, John, Lapo e Ginevra, figli di Margherita e Alain Elkann. L’ipotesi che era stata allora prospettata a Margherita Agnelli è che John Elkann avrebbe comunque avuto la maggioranza della Dicembre. Qualcuno dice che la sua contrarietà era dovuta al fatto che avrebbe voluto essere lei il dominus della società fiduciaria al posto del figlio (ma fonti interne alla famiglia notano che non era equipaggiata per farlo). Altri dicono che lei avrebbe voluto semplicemente che la guida della Dicembre non fosse pregiudicata ai cinque figli nati dal suo secondo matrimonio con Serge De Pahlen. In realtà è difficile ricostruire con esattezza le trattative tra il 2003 e il 2004. Che cosa può succedere adesso? Per il momento i legali di Margherita Agnelli fanno sapere che l’azione di rendiconto serve solo a ricostruire l’esatta consistenza del patrimonio ereditario. La ricostruzione di ieri del Wall Street Journal ipotizzava ricadute sulla catena di comando della Fiat, ricadute che però, per il momento, non ci sono state. La divisione di queste ultime ore riguarda solo un gruppo famigliare, gli Elkann-De Pahlen, ma una delle due componenti è fuori dalla catena di controllo della Fiat. (mar.fer.) *** Gianni e Marella hanno avuto due figli. Edoardo, di cui diremo più avanti, nato nel 1954, e Margherita, nata l’anno dopo. Margherita De Pahlen, già Elkann, è una personalità di non facile interpretazione. Amata dal padre, lo ricambiava. Sempre piuttosto in disparte, rivelò il suo piglio combattivo in uno scontro con la madre e i figli Elkann a causa delle disposizioni testamentarie di Gianni che escludevano gli altri suoi cinque figli avuti dal matrimonio con Serge De Pahlen, conte e finanziere di origini russe. La rivendicazione era rivolta più che altro all’entourage paterno. La questione si ricompose con il trasferimento ai De Pahlen del patrimonio immobiliare e con la divisione – vantaggiosa per il lato russo della sua famiglia – di altre partecipazioni finanziarie personali di Gianni Agnelli. La sua vocazione alla maternità è oggetto di discussione tra chi la conosce: ci si chiede se sia originata da un deficit di calore famigliare, oppure da una specie di vitalismo comunitario. ”Sono più convinto da questa seconda ipotesi” racconta un amico. ”Ci fu la fase, per esempio, in cui in una casa nella campagna francese tutti i bambini potevano andare in giro nudi.” Lei stessa riconosce nella prolificità un elemento di amore per la vita. Pensava che la vita fosse meravigliosa e che fosse giusto farvi partecipare il maggior numero di persone. Ecco perché ha voluto otto figli. Esiste in lei un côté mistico, religioso: dopo il matrimonio De Pahlen si è russizzata. Viene descritta come calorosa, generosa, abbastanza semplice. Sarebbe potuta appartenere anche a un’altra famiglia. Le piace dipingere, ma non si prende troppo sul serio, lo considera un tentativo goffo – dice – di esprimere la propria sensibilità. (segue dalla prima pagina) *** John Elkann, detto Jaki, 31 anni, è il vicepresidente in carica della Fiat. Gianluigi Gabetti, attuale presidente dell’Ifil, la principale finanziaria della famiglia, ha detto che tra due anni gli lascerà il posto. E’ stato appena nominato presidente dell’Ifi, la finanziaria che controlla Ifil. Nell’accomandita Giovanni Agnelli & C., in testa alla catena di controllo della Fiat, è il fiduciario di una quota superiore al 30 per cento, custodita da una società di nome Dicembre le cui quote sono divise con i fratelli, Lapo e Ginevra. Della Dicembre John controlla più del 50 per cento, il che significa che, da un punto di vista aritmetico, occupa una posizione identica a quella di suo nonno. La maggioranza della Dicembre gli permette di disporre del 34 per cento dell’accomandita Giovanni Agnelli & C. e dunque di essere l’arbitro unico riguardo alle decisioni della cassaforte famigliare, che a sua volta controlla – attraverso Ifi e Ifil – il 30 per cento della Fiat. In teoria gli basterebbe allearsi per esempio con la sua prozia Maria Sole, secondo socio dell’accomandita con il 12 per cento, e con un altro socio al 4 per cento per escludere tutti gli altri. In realtà questo non accadrà, perché ha un atteggiamento inclusivo. Tende a coinvolgere il maggior numero di persone in una gestione maggioritaria del sistema famigliare. Nel ramo Campello-Teodorani ha una buona intesa con Eduardo Teodorani, nel ramo Rattazzi con Lupo, nel ramo Brandolini con Ruy, che guida le attività internazionali, nel ramo Nasi con il giovane Alessandro. Per cercare di tenere a bada le spinte centrifughe, utilizza anche le tecniche imparate da suo nonno. Per esempio, quando è uscito il libro che raccoglieva i discorsi di Gianni, ne ha mandato una copia a tutti i nipoti di quinta generazione, alcuni dei quali sono ancora bambini. Sa che la buona educazione può essere uno strumento di esercizio del potere. Per esempio, ha sviluppato quel tipo di memoria gentile nei confronti degli altri che si palesa in una dimostrazione di interesse, di attenzione, a partire da una qualunque semplice domanda: ”Come stanno i suoi figli?”. Riguardo al rapporto con il nonno, la questione è complicata. John gli deve molto, ma a qualcuno sembra che con gli anni cominci a cogliere – come sempre capita in simili casi – i limiti della lunga leadership di Agnelli. Questo processo è rigorosamente intimo. Parla del nonno con sobrietà, e si comporta in modo da evitare in ogni modo di confrontarsi col mito, sin dalle cose più banali, per scoraggiare paragoni anche solo di tipo estetico. Quanto al fatto di essere l’erede di Gianni, non lo enfatizza. Dice che per il nonno era stata una scelta obbligata: Edoardo, suo zio, aveva mostrato una predisposizione insufficiente e lui era il nipote più anziano di otto tra fratelli e sorelle. In effetti, in un certo senso, notano gli amici di Agnelli, Elkann è stato quasi una costruzione astratta per suo nonno. Spiega Nicola Caracciolo: ”Gianni da un lato aveva il senso del mondo che finiva, dall’altro voleva che continuasse”. Al momento è l’unico esponente dell’intera famiglia Agnelli-Nasi a potersi personalmente considerare in possesso di una robusta ricchezza. La quota in accomandita riconducibile direttamente a lui vale intorno ai 400 milioni di euro. A ciò bisogna aggiungere le entrate, gli emolumenti Fiat pari a circa 0,5 milioni di euro all’anno, e i dividendi percepiti dell’accomandita, poco meno di 4 milioni annui. Prima di trasferirsi alla villa Frescot, residenza dei nonni Agnelli, dove ha stabilito il domicilio matrimoniale, ha vissuto a Moncalieri in una casa di proprietà della famiglia di sua nonna paterna, Carla Ovazza, ottocentesca, non lussuosa, ma con un bel giardino. Lì abitavano suo padre Alain, lo zio Giorgio Barba Navaretti, economista, fratello di Alain (figlio del secondo matrimonio di Carla) e all’ultimo piano lui, Lapo e Ginevra. Quanto conta la parte Elkann nell’erede di Gianni Agnelli? Il padre di Alain, Jean-Paul Elkann, ashkenazita, per quasi trent’anni è stato a capo della comunità ebraica di Parigi, la più numerosa in Francia, 800 mila anime. Governò la transizione nel momento del passaggio dalla maggioranza ashkenazita a quella sefardita. Veniva da una famiglia di acciaieri. Era il prototipo del severo uomo d’affari ebreo francese. Si occupò di industria e finanza, fondò la Caron, società di cosmetici più tardi venduta agli americani, presiedette Givenchy. Conobbe sua moglie, Carla Ovazza, a New York dove si erano rifugiati in seguito alle leggi razziali promulgate in Francia e in Italia. La madre di Carla, Olga Fubini Ovazza, diceva che gli anni migliori della sua vita erano stati quelli trascorsi a New York, dove per vivere confezionava maglioni destinati ai grandi magazzini Sacks (la storia del periodo newyorkese è raccontata da Alain Elkann nel romanzo ”I soldi devono restare in famiglia”). Carla veniva da una famiglia sefardita di banchieri torinesi. Suo zio Ettore Ovazza aveva aderito al fascismo e diretto ”La nostra bandiera”, un giornale ebraico, fascista e antisionista. Contribuì ad allontanare suo fratello, con moglie e figli, dall’Italia. Finì tragicamente, ucciso dai nazisti. (Elkann racconta la storia di suo zio in uno dei primi romanzi, ”Piazza Carignano”.) Donna forte di carattere, negli anni Settanta Carla fu vittima di un clamoroso rapimento, il primo femminile in Italia. E’ sepolta accanto a Primo Levi, al quale, quando erano bambini, insegnò a pattinare. Al suo funerale – raccontano i presenti – Alain ha fatto a braccio un bel discorso sulla borghesia torinese. Ai figli ha trasmesso anche le sue radici ebraiche. John è il prodotto di questo miscuglio di componenti, ha sviluppato un lato Caracciolo, ma anche il lato Jean-Paul Elkann, che si avverte sin dall’aspetto. Alcuni ingredienti di questa miscela sono: il senso della famiglia, per esempio, o la tendenza all’internazionalismo. Poi bisogna considerare indole e carattere. Al contrario di Lapo, per esempio, è sospettoso. Questo dipende anche dal ruolo, dalla pressione cui è sottoposto sin da quando era un ragazzino. E’ ligio alle regole; quando arrivò a Torino per studiare al Politecnico si stabilì dai salesiani, al Collegio universitario San Giuseppe, e tornava presto a casa. E’ attento e studioso. Per il momento, però, una parte del mondo degli affari non sa che giudizio dare di lui. E’ troppo presto. Del resto, ”non è uno sfrontato” dice una vecchia amica, ed è abbastanza abile a non esporsi. E’ una persona tenace, come mostra un episodio raccontato da un signore che lo conosce da quando era bambino. Una volta a Parigi subì il furto di un giaccone, fece di tutto per ritornarne in possesso, e alla fine riuscì a recuperarlo nella periferia della città. Un’altra volta, passò il mese di luglio a Torino a studiare per l’esame di diritto pubblico, senza cedere alla tentazione di mandare tutto al diavolo, di andarsene al mare e rimandare l’esame all’autunno. Capisce le situazioni e le persone, sa entrare in relazione affettiva con gli altri. E’ l’unico tra i figli di Margherita a essere presente nel libro di foto di Priscilla Rattazzi. Si tratta di un’immagine scattata a New York nel 1977: ha poco più di un anno, è seduto sul vasino, ha un bavaglino, i capelli biondi scarmigliati, i piedi nudi, accanto un cagnolino, un gioco sonoro e una confezione di talco della Johnson & Johnson. E’ un timido e non lo nasconde, il che è un buon segno. Quelli che non lo amano ritengono che la sua aria distaccata sia il frutto non tanto di timidezza, quanto della considerazione del proprio ruolo. Nel periodo in cui Umberto fu a capo della famiglia, John si trovò, com’era inevitabile, in posizione più appartata. Decisivo è stato negli ultimi anni il rapporto con Gabetti. Quest’ultimo, primo consigliere e garante della stabilità famigliare, lo ha allevato con fermezza. Oggi ritiene che cominci a poter decidere in autonomia, così sempre più spesso dice ai suoi: ”Di questo parlatene con John”. Sembra che Elkann sia più coriaceo di come appare. Non vuole fare la fine dei Rockefeller negli Stati Uniti, non vuole che la sua famiglia diventi un’istituzione ricca e tuttavia marginale. Ha sposato Lavinia Borromeo Arese Taverna. Insieme alle sue sorelle fu individuata da Franca Sozzani, direttrice di Vogue Italia, come idealtipo di bellezza aristocratica. Poiché decisamente racé, è molto amata da Marella. Lavinia ha due sorelle, Isabella e Matilde, nate dal matrimonio tra suo padre Carlo e sua madre, Marion Zota, tedesca, ex modella, educatrice molto rigida. Altri due fratelli, Carlo e Beatrice (la ragazza scelta da Michele Santoro per ”Annozero”), sono figli di suo padre e di Paola Marzotto, a sua volta figlia di Umberto e Marta. Carlo e Beatrice sono stati suoi testimoni di nozze all’Isola Bella, la principale delle Isole Borromee di proprietà della sua famiglia, 700 invitati, compreso Silvio Berlusconi che ha cantato. Tempo fa Lavinia rilasciò un’intervista a Claudio Sabelli Fioretti in cui alla domanda ”Ha amici poveri?” rispose: «Poveri poveri no”. Lui: ”E come mai non ha amici poveri?”. Lei: ”Dipende da che cosa si intende per povertà. Parliamo di persone che devono lavorare per mantenersi?”. Uno scambio di battute che riscosse molta fortuna tra i blogger. Ha disegnato una borsa, La Vie, per Trussardi, idea di Beatrice Trussardi, sua amica. L’estate scorsa lei e John hanno avuto il loro primo figlio. Non ha un nome Elkann, né Agnelli, né Borromeo. Si chiama Leone, volevano dargli un nome che non appartenesse alle tradizioni famigliari. *** Dicono che anche al tempo dell’innocenza, Lapo Elkann si comportasse sempre come uno che, prima o poi, avrebbe aperto la giacca per far vedere che era una giacca di suo nonno. ”Non lo faceva, ovviamente” racconta un’amica ”ma prima o poi quel messaggio arrivava.” Chi prova a interpretarne il carattere sostiene che i suoi comportamenti si spiegano sempre partendo dalla pressione psicologica: ”Vuole sentirsi all’altezza, e la mediatizzazione dell’esistenza è una modalità che gli viene istintiva” racconta un testimone. ”Si lascia andare.” Si è abituato a considerare la popolarità una misura di sé, perché ritiene di essere l’artefice del prodotto che porta sul mercato: Lapo. Quando viene intervistato parla per ore (del resto si considera ossessivo). I media lo cercano. Viene inseguito dai programmi televisivi italiani, ha un imitatore, è popolare negli Stati Uniti in quanto nipote di suo nonno, e l’anno scorso Vanity Fair edizione americana gli ha dedicato un ritratto di tredici pagine. Già da ragazzino, sentiva di voler partecipare a quell’incantesimo che è la vita delle persone molto ammirate. Ciò non dipendeva solo dall’essere il nipote di Gianni, ma dal senso di appartenenza a una famiglia che ha esercitato una forma di stregoneria sociale sui suoi stessi membri. La storia di Lapo è fatta di un prima e di un dopo. In mezzo c’è la notte fra il 9 e il 10 ottobre 2005, quando viene ricoverato all’ospedale Mauriziano di Torino in coma farmacologico provocato dall’assunzione di cocaina. A chiamare il 118 è stato un travestito di origini pugliesi con cui aveva trascorso la notte. Di questa storia di eccessi giovanili sono state date molte interpretazioni, di ogni genere. Fra le tesi complottistiche, la prevalente è che la mancata protezione della privacy di Lapo vada attribuita a un regolamento di conti all’interno del traballante sistema di potere degli Agnelli, nel momento culminante della crisi dinastica. Qualcuno lasciò intendere che lui in quella circostanza pagò il conto per aver attaccato Antonio Giraudo e Luciano Moggi, i vertici della Juventus guardati con sospetto perché non particolarmente simpatici e perché arrivati alla Juve per decisione di Umberto Agnelli. (Sebbene la gestione della società calcistica non costasse soldi alla famiglia, Lapo disse che la Juve aveva bisogno di avere un’immagine più sorridente e meno truce.) Lapo accredita questa ipotesi in un’intervista rilasciata nel febbraio 2007 al New York Times: tira in ballo Moggi e si chiede come mai quella notte ad attenderlo in ospedale c’era già un fotografo. Moggi ha negato ogni coinvolgimento. E l’uscita di Lapo ha sorpreso molti osservatori, famigliari, collaboratori del sistema aziendale per l’ingenuità della formulazione. Qualunque cosa sia avvenuta, il clamore dell’incidente occorso a Lapo è un’assoluta novità nella storia della famiglia e del sistema Fiat. A parte l’infortunio di Edoardo a Malindi, non era mai accaduto che una disavventura Agnelli fosse resa pubblica. Persino nel caso dell’incidente automobilistico di Gianni nel 1952, o di qualche episodio scabroso capitato a uomini di vertice del gruppo, le informazioni erano state filtrate dal potente sistema aziendale. L’episodio più emblematico risale al 1965, quando in occasione della morte di Giorgio Agnelli comparve un necrologio sulla Stampa, nient’altro. Il resto fu silenzio. Nel caso di Lapo è successo addirittura che le notizie boccaccesche sulla vicenda siano state rivelate proprio dal giornale di famiglia. La Stampa le ha pubblicate prima degli altri quotidiani. Dunque, la vicenda di Lapo – essenzialmente la storia privata di una persona molto in vista, in quel momento la più popolare dell’intera famiglia – diventava il segno tangibile della fine del controllo territoriale degli Agnelli sulla città di Torino, dopo la morte di Gianni e Umberto. Quanto era accaduto in un piccolo appartamento della semiperiferia torinese non era stato intercettato per tempo dalle protettive antenne del sistema. Nel versante privato, quella notte evoca i fantasmi del kennedysmo di famiglia. L’eccentricità di Lapo si affaccia sul baratro dell’eccesso dinastico. La linea kennediana degli Agnelli è fatta di incidenti, stranezze, è fatta di personalità bizzarre, come Virginia, Edoardo e soprattutto Giorgio, la cui vita e il cui ricordo sono stati completamente rimossi dalla memoria famigliare: gli Agnelli sono a disagio con il disagio. Prima di allora, Lapo era stato un fenomeno mediatico per via dell’istintivo talento per il marketing. Aveva inventato le felpe Fiat in un momento in cui la Fiat era ai minimi storici, veniva data per morta, e ci si chiedeva soltanto in che modo sarebbe stato meglio chiuderla. (Oggi le felpe sono un affermato strumento di promozione dei marchi.) Andava in giro con una Alfa Romeo 147 con la bandiera italiana sul tetto, perché così aveva fatto la Mini con la Union Jack. Si era fidanzato con Martina Stella (lei ne prenderà le distanze dopo l’incidente), che prima di lui aveva avuto una storia con l’italiano più talentuoso dai tempi di Guglielmo Marconi, Valentino Rossi. Aveva dimostrato – anche ingenuamente e rumorosamente – che era possibile reagire e che non c’era da vergognarsi all’idea di rimboccarsi le maniche. Così, anche oggi, alcuni dei suoi cugini, pur ritenendo che egli conduca un’esistenza troppo esposta, sono dispiaciuti perché pensano che, nel momento in cui la crisi sembrava irreversibile, Lapo ce l’aveva messa tutta. Al momento non c’è la Fiat nel suo futuro. Ha lavorato per qualche mese al progetto di lancio della nuova Cinquecento, suggerendo idee per il sito Internet. Poi nel dicembre 2006 in un’intervista a Paolo Madron, Sergio Marchionne, amministratore delegato della Fiat, ha detto: ”Io voglio bene a Lapo, ma sono convinto che parte della sua crescita come leader passi attraverso esperienze esterne alla Fiat”. E, qualche giorno dopo, Lapo ha annunciato il lancio del marchio I-I, Italia Independent, che produce occhiali (1007 euro il pezzo) e altri gadget, orologi, gioielli, biciclette, skateboard e oggetti per viaggiatori. Questo significa che, seduto su un asset di un certo valore, il suo stesso nome, deve dimostrare se il successo ai tempi delle felpe dipendeva più da lui o più dal marchio. *** Ginevra Elkann ha 27 anni, vive tra Londra e Torino. Ha frequentato una scuola di cinema, ha girato il suo primo cortometraggio, presentato a Venezia due anni fa. Ha lavorato con Bernardo Bertolucci e Anthony Minghella, e il suo prozio Nicola Caracciolo l’ha coinvolta nell’intervista-documentario a Gianni Agnelli del 1999. Si occupa della pinacoteca intitolata ai nonni materni. E’ ancora più riservata di John. Un’amica spiega che Ginevra ha delle incertezze sul modo di vivere in Italia, ”come se qui si sentisse troppo osservata”. Nell’ultimo romanzo di suo padre, ”L’invidia” – una storia a chiave, in cui sono riconoscibili i modelli che sono serviti per costruire i personaggi: sua moglie Rosi Greco, Lucien Freud, Vittorio Sgarbi, Peter Glidewell, Robert Hughes – ci sono molte tracce di Ginevra: ”E’ una ragazza di venticinque anni, molto bella, ha occhi castani, terribilmente espressivi. Dallo sguardo si capisce subito il suo stato d’animo. … Non è una persona semplice da capire e i suoi umori sono variabili. Essere accettati da lei è difficilissimo. Fin da bambina ha sempre cercato di rimuovere i dolori e i pensieri. Ama la sua famiglia, ma ne vive lontana perché tocca troppo da vicino le sue emozioni. E’ una donna che va aiutata a vivere, ma con rispetto. Bisogna lasciarle i suoi spazi, incoraggiarla e ascoltarla quando vuole lei. Del resto, con i figli adulti bisogna imparare ad avere un certo di stacco, non soffrire se non la pensano come noi”. *** Margherita ha avuto altri cinque figli con Serge De Pahlen: Maria, 23 anni, studia pianoforte a Mosca e ha appena avuto una figlia, Anastasia Maevskiy; Pietro, 20 anni, vive a Mosca pure lui. Anna e Sofia, gemelle, 17 anni, vivono e studiano a Parigi; Tatiana, 16 anni, anche. La più scatenata è Maria. In seguito all’accordo successorio dopo la morte di Gianni Agnelli, sono fuori dall’accomandita. da ”Casa Agnelli - Storie e personaggi dell’ultima dinastia italiana” di Marco Ferrante (Mondadori, 252 pagine, euro 17,50)