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 2007  giugno 01 Venerdì calendario

Una trentina di anni fa uno studioso americano, J. H. Parry, che aveva tra i numerosi suoi meriti quello di muoversi con disinvoltura in archivi di testi orientali, poco o nulla frequentati dagli storici occidentali, raccontò in un libro intitolato La scoperta del mare la storia di un´impresa marinara di epiche proporzioni e di straordinario fascino

Una trentina di anni fa uno studioso americano, J. H. Parry, che aveva tra i numerosi suoi meriti quello di muoversi con disinvoltura in archivi di testi orientali, poco o nulla frequentati dagli storici occidentali, raccontò in un libro intitolato La scoperta del mare la storia di un´impresa marinara di epiche proporzioni e di straordinario fascino. All´inizio del Quattrocento, esattamente nel 1405, una imponente flotta cinese di sessantatre navi aveva lasciato i mari della Cina e aveva raggiunto l´Africa, creando lungo l´itinerario piccole colonie e fondaci, come faranno qualche secolo più tardi gli inglesi per sostenere un impero commerciale, prima che politico. Le navi del Celeste Impero o dell´Impero di Mezzo, i nomi con cui ci si riferiva alla Cina in oriente, che si erano spinte fino a risalire il Mar Rosso, erano gigantesche giunche di centoventi metri, molto più grandi della media delle navi europee, portavano fino a nove alberi con vele di bambù, erano capaci di tenere il mare più a lungo e venivano guidate da piloti che adoperavano strumenti navali di misurazione più sofisticati di quelli in uso nelle marine occidentali e di carte nautiche molto più precise. Questa prima incursione in un´area che la Cina aveva sempre ignorato venne seguita da altre cinque o sei, della stessa imponenza della prima, scaglionate in quasi trent´anni, con centinaia di altre navi che potevano portare «decine di migliaia di uomini». Poi, nel giro di pochi mesi, quella che sembrava una gigantesca manovra strategica dell´Impero di Mezzo, attirata dal vuoto di potere ad ovest dell´Oceano Indiano, cessò quasi di colpo: con una impressionante rapidità vennero smantellate le basi, reimbarcati i soldati e le navi misero la prua verso oriente. Per non tornare mai più. Ho ritrovato la storia delle spedizioni cinesi citata brevemente in un saggio del catalogo sulla bella mostra inaugurata poco tempo fa a Bologna e aperta fino al 3 giugno al museo di palazzo Poggi: Il Viaggio. Mito e Scienza. Parry non avanzava nessuna spiegazione per la sorprendente decisione cinese, ma si era convinto che se la Cina avesse mantenuto quel ritmo iniziale e non si fosse ritirata nel suo altezzoso e rovinoso isolamento, sarebbero stati i suoi marinai e non Cristoforo Colombo a scoprire l´America. Un´ipotesi affascinante. che subito fa venire in mente le sarcastiche esercitazioni della Storia con il «se» dell´inizio de secolo, così detestate dagli storici professionisti: «Se Napoleone avesse vinto a Waterloo», «Se Byron non fosse morto a Missolungi». E dunque se io fossi stato uno dei curatori della mostra, avrei dedicato una sala ai cinesi che sbarcano in un isolotto dei Caraibi, meno tracotanti e smargiassi degli spagnoli e molto più silenziosi, che invece di piantare la croce, posano in terra una lanterna rossa e arrostiscono un serpente per cena, spaventando molto gli indios. Si potrebbe continuare con altre nazioni, tradizionalmente ignorate fino a qualche tempo fa da una cultura storica eurocentrica, perché gli europei non erano i soli marinai al mondo capaci di attraversare gli oceani. Gli arabi avevano già circumnavigato l´Africa ed erano nelle condizioni di esplorare il Pacifico se le loro eterne divisioni non avessero sconsigliato un viaggio simile, che toccava terre mussulmane tra loro nemiche. E i maori avevano data la dimostrazione di quanto straordinaria fosse la loro conoscenza della vita marina, e assolutamente precisa la loro interpretazione di segni nel mare e nel cielo che agli europei sfuggivano completamente, attraversando il Pacifico dalla Nuova Zelanda alle Hawaii. C´erano anche gli indiani d´America, non so quanto interessati alla scoperta del loro paese da parte di chiunque, ma certamente curiosi di attraversare l´Atlantico in senso inverso. Ma in quell´epoca andavano ancora a piedi - i cavalli vennero introdotti dagli spagnoli - e figurarsi le caravelle. Francamente, nonostante la sua tecnologia avanzata, come dicono gli esperti, la Cina era troppo lontana per pensare ad inoltrasi così ad ovest, oltre l´Africa: avrebbe fatto prima a dirigersi dall´altra parte del globo. Il successo clamoroso e totale degli europei venne favorito da una serie di circostanze favorevoli che non si erano potute realizzare prima e che miracolosamente, all´inizio del Quattrocento, combaciarono tra loro come pezzi di un puzzle. Ma alla base c´era un continente rinnovato, irriconoscibile rispetto a periodi precedenti, uscito dal letargo della peste nera e scampato al pericolo mongolo. Un´Europa vitale, audace e aggressiva, sospinta verso il mare da una generazione che voleva andare alla ricerca di nuovi mondi, « per la gloria e per l´oro», come dirà Ralegh, il favorito di Elisabetta I d´Inghilterra, che infatti partì alla ricerca dell´Eldorado, il grandioso e tardo mito dei descubridores. Nei porti come Siviglia o Lisbona, dove erano arrivati numerosi mercanti liguri e veneziani, i primi ad abbandonare il Mediterraneo fiutando affari migliori lungo le coste dell´Oceano Atlantico, si respirava l´aria febbrile e tesa dei grandi momenti, anche se nessuno sapeva dire quale era la direzione per andarli a cercare. E i migliori o i più fortunati riuscirono a diventare famosi come dei re, anche se pochissimi alla fine avevano messo da parte un poco di quell´oro che divenne l´ossessione di tutti. Gli storici hanno avvolto nella leggenda rudi uomini di mare come Colombo, Magellano, Vasco de Gama, trasformandoli in sciamani dell´incognito o in scienziati del mondo moderno, o tutte e due le cose. Ma Colombo non era un uomo di studi o di scienza ma di porti, di mercati, di traffici poco chiari e, di solito poco leciti, di decisioni repentine e di un´incredibile cocciutaggine nel cercare la verità come nel continuare a ripetere gli stessi errori. Se dovessimo giudicare da quello che andava dicendo nelle corti di mezza Europa, ossia che il Cipango, il Giappone, distava solo duemilaquattrocento miglia marine dalle Canarie, lo dovremmo bocciare in geografia. E se era arrivato a credere che la terra era rotonda e che si poteva buscare il levante para el ponente, il suo mappamondo si rifaceva a conoscenze medievali e il suo bagaglio culturale era infarcito di credenze fasulle e di miti sballati come quelli di tutti i marinai. Per apprezzare le sue doti non bisogna leggere quello che ha scritto, ma immaginarlo sul ponte della sua caravella mentre da ordini a una ciurma di marinai mercenari come lui, perfettamente a proprio agio in tutti quei luoghi esotici creati nell´Atlantico da un´economia di frontiera che non rifuggiva da nessun commercio a partire dai primi viaggi lungo la costa africana e dall´occupazione di isole come Madeira, Sao Tomè e l´arcipelago delle Azzorre. Si era interessato ai traffici della sua prima moglie proprietaria a Madeira di piantagioni di canna da zucchero, aveva navigato con i portoghesi fino al Golfo di Guinea. Lui stesso contribuì al finanziamento della sua spedizione americana con milletrecento ducati spagnoli prestati da un banchiere fiorentino, Juanoto Berardi, uno che aveva fatto i quattrini con la tratta degli schiavi e che rimase come associato agli affari di Colombo fino alla sua morte. L´ossessione del genovese per gli schiavi e per l´oro non erano segni distintivi di un uomo particolarmente avido. Queste erano due merci primarie di quel vasto mercato atlantico che tutti i frequentatori avevano trattato. I due paesi favoriti nella corsa erano la Spagna e il Portogallo, non solo per ragioni di latitudine. Le isole occupate avevano la funzione di sentinelle avanzate e facendo la spola tra queste e le coste dell´Africa, proprio i portoghesi avevano cominciato a rendersi conto del complesso regime dei venti che condizionava la navigazione in modo tale da impedire loro di scendere a sud del golfo di Guinea, e di creare un itinerario alternativo via mare alla via della seta. Erano stati i genovesi a capire che il crollo dell´impero mongolo aveva riportato allo stato precedente di precarietà il passaggio delle merci da oriente a occidente con un immediato rincaro dei prezzi e stavano studiando il modo per farle arrivare sui veloci battelli a vela di tipo arabo dall´Oceano Indiano. Ma furono eliminati presto non da altri mercanti, ma dai rappresentanti dello stesso Stato portoghese che già battevano le coste dell´Africa occidentale facendo apertamente la tratta degli schiavi. Abbinata ad un altro storico commercio: quello dell´oro del Ghana. L´attesa per la via delle spezie e il monopolio degli altri traffici, costarono tuttavia molto caro ai portoghesi, in danaro e in vite umane. Navigare continuava ad essere un´attività estremamente pericolosa, nonostante i miglioramenti (non eccezionali, come vuole un luogo comune) e lo scorbuto nei viaggi lunghi faceva stragi. E´ quasi certo, che, se le prove sicure non ci sono più perché i registri marini vennero manomessi per ordine dall´alto, il Portogallo abbia organizzato una spedizione disastrosa dopo l´altra, per dieci anni, per circumnavigare l´Africa. E tutte vennero sbattute lungo le coste africane da venti rabbiosi che sembravano esse stati messi a guardia come dragoni davanti al Tesoro. Poi, finalmente, una nave andata alla deriva nell´Atlantico del sud est (rispetto alle Azzorre), quando era arrivata nelle vicinanze del Brasile, venne quasi sollevata di peso da un vento in poppa - così almeno dissero i marinai - e portata per una rotta diagonale all´oceano nell´estremo sud dell´Africa. Qualcuno ha rilevato che accanendosi troppo per l´itinerario della via della seta, il Portogallo abbia perso la scommessa più importante, quella americana. In realtà fu decisivo il regime dei venti, che davanti alle Canarie, possedimento spagnolo, si apriva in una sorta di canale preferenziale per le navi in partenza verso ovest, intuito con grande abilità dal genovese. Colombo non scoprì l´America servendosi dei Trade Winds. Furono i Trade Winds a scoprire l´America servendosi di Colombo, perché se fosse partito da un´altra parte, il viaggio non sarebbe stato così sicuro. Una vicenda assolutamente straordinaria, piena di paradossi. E il più contraddittorio di questi paradossi riguarda i miti, uno degli argomenti della mostra di Bologna. L´uomo mandato in avanscoperta per cancellarli in nome della modernità trionfante, è stato quello che ne ha aggiunti molti altri alla lista, per dimostrare che lui era arrivato in Asia, terra di miracoli e non in una terra nuova come andava dicendo qualche scellerato. E il libro «scientifico» letto e riletto e annotato in ogni sua pagina che lo seguì in tutti i suoi viaggi era il Milione. Un testo che i parenti di Marco Polo, temendo che le numerose storie inverosimili contenute nel libro alla fine danneggiassero la fama dell´autore, sul suo letto di morte lo implorarono di tagliare radicalmente. E Polo rispose « Ma io non ho raccontato che una minima parte di tutte le cose meravigliose che ho visto».