Pascal Acot, la Repubblica 1/6/2007, 1 giugno 2007
trascorso qualche anno da quando, in una torrida mattina di fine luglio del 2003, trovai mio padre, come assopito, sulla sua poltrona
trascorso qualche anno da quando, in una torrida mattina di fine luglio del 2003, trovai mio padre, come assopito, sulla sua poltrona. Aveva 89 anni. avvenuto a Mont-de-Marsan, nel Sud-ove-st della Francia, dove ero andato a fargli visita. Non si parlava ancora della canicola e ancor meno delle morti "eccedenti", ma da alcuni giorni le temperature superavano i 36°C, e la siccità, insieme alla calura, imperversava da numerose settimane. Era il 23 luglio. Una data per me importante, in un primo tempo per motivi esclusivamente personali. In seguito, però, mi fece sorgere numerose domande, in particolar modo dopo la grande ondata di caldo dell´agosto 2003 e le inondazioni del dicembre dello stesso anno nel Sud-est della Francia. Durante le esequie ebbi un breve scambio di parole con un addetto delle pompe funebri. Gli chiesi qualcosa a proposito delle morti eccedenti, problema che, qualche settimana dopo, sarebbe stato per molto tempo al centro della scena mediatica. Avevo appena scritto un libro sulla natura e l´importanza dei mutamenti climatici nella storia della Terra e delle società umane: conoscevo i rischi sanitari di canicole o inverni troppo rigidi. Quell´uomo mi rispose – riporto le sue testuali parole di cui conservo ancora oggi un vivo ricordo: «In questo periodo, ci sono più morti del solito a Mont-de-Marsan». Sul momento, sicuramente a causa delle circostanze, non prestai particolare attenzione a quella frase, che mi tornò però in mente dopo che scoppiò il dramma dell´agosto 2003, con la sequela di esitazioni e menzogne da parte delle autorità pubbliche, mentre negli ospedali e negli enti sanitari i medici del pronto soccorso, le infermiere e il personale ausiliario, oberati, sfiniti e privi di mezzi, non riuscivano a evitare i circa 15.000 morti in più rispetto ai periodi considerati «normali». Ripensando quindi a quel 23 luglio, mi sono chiesto se fosse possibile che l´allora ministro della Salute fosse ancora all´oscuro, quando l´11 agosto intervenne al telegiornale delle 20 su Tf1, di ciò che qualunque impiegato delle pompe funebri sapeva da più di tre settimane. quanto lasciano pensare le sue rassicuranti dichiarazioni di quel giorno. Ad ogni modo, a partire dalla fine di agosto e dopo quella ecatombe, i francesi cominciarono a interessarsi con maggiore attenzione ai mutamenti climatici. Le due tempeste che avevano devastato la Francia il 26 e il 28 dicembre 1999 avevano iniziato a preoccuparli. Ma la catastrofe dell´agosto 2003, e in seguito le inondazioni nel dipartimento del Gard a dicembre, scatenarono interrogazioni molto serie e persistenti riguardo all´evoluzione del clima sul nostro pianeta. Le discussioni radiofoniche e televisive, le conferenze, i dibattiti, gli interventi nelle scuole e gli scambi con i colleghi hanno fatto emergere una serie di domande ricorrenti. Innanzitutto, ed è tra l´altro spesso la prima che mi viene posta, la gente si chiede se «tutto ciò ricomincerà», se ci si può aspettare, in un prossimo futuro, che aumenti la frequenza di periodi di canicola, di tempeste, e più in generale di "catastrofi" climatiche. Parallelamente, ci si interroga sulle relazioni che potrebbero esistere fra le tempeste del 1999, le catastrofi del 2003 (canicole e inondazioni in Europa), gli uragani del 2004 (Ivan e Jane) e del 2005 (Katrina) nel Golfo del Messico e il riscaldamento climatico. Nonostante le apparenze, si tratta di una questione controversa persino nei più importanti ambienti scientifici. Molti si chiedono se era possibile prevedere la canicola del 2003 o limitarne gli effetti. Gli incendi delle foreste preoccupano in ugual misura le popolazioni minacciate, principalmente quelle del Sud dell´Europa: esiste un nesso con il mutamento climatico? Quesiti che ne fanno sorgere altri, più complessi. Com´è possibile prevedere un riscaldamento massimo fra circa settantamila anni quando le previsioni del tempo non sono veramente affidabili oltre i cinque giorni? Entriamo qui in complicate questioni scientifiche che è tuttavia possibile formulare più semplicemente: perché i climi cambiano? Come funzionano i meccanismi climatici? Abbiamo compreso appieno la circolazione generale dell´atmosfera e quella degli oceani? Durante le mie ricerche ho scoperto con stupore alcune zone d´ombra piuttosto preoccupanti per quanto riguarda l´informazione della gente sui mutamenti climatici. Su un sito internet di Météo-France dedicato all´argomento, si può leggere la classica affermazione seguente: «Tutte le stazioni meteorologiche del mondo hanno registrato dall´inizio del XX secolo un lento aumento della temperatura (da +0,5° a +0,7° a partire dal 1860). Contemporaneamente, si assiste al regresso e in alcuni casi alla scomparsa dei ghiacciai dei Pirenei e delle Alpi». Sarebbe stato interessante segnalare che, fino al 2000, le medie annuali delle temperature massime giornaliere registrate nel nostro paese per tutto il XX secolo indicavano invece un raffreddamento generale di 1,2°C! Una serie di correzioni ha successivamente portato a quei dati che indicano adesso il riscaldamento in questione… Ciò non cambia nulla alla realtà, ma le informazioni sono state date in modo piuttosto maldestro! Tanto più che non si tratta affatto di un segreto, e che il lavoro di revisione dei dati è stato effettuato alla luce del sole, su basi statistiche. Tuttavia il pubblico, di qualunque tipo esso sia e indipendentemente dal mezzo di comunicazione, ha diritto a essere informato dal servizio scelto. Anche ammesso che in cinquant´anni l´ambiente delle stazioni meteorologiche sia cambiato, e che l´urbanizzazione o la distruzione delle siepi vive per la ricomposizione fondiaria abbiano modificato le condizioni iniziali, fornendo ormai parametri non più paragonabili in valore assoluto a quelli dei decenni precedenti. Tuttavia, nel caso in oggetto, si tratta davvero di una spettacolare inversione! Perché non parlarne tranquillamente? Il tema dell´influenza delle attività umane sull´attuale riscaldamento climatico pone dunque oggi importanti problemi scientifici e suscita numerose controversie. Contrariamente a un´idea diffusa da molti climatologi, non è stata ancora raggiunta una piena unanimità scientifica sull´argomento. Sarebbe meglio non eludere questa difficoltà, facendo il punto sulla questione dell´«effetto serra» e dell´eventuale ruolo delle società umane sulla sua intensificazione durante l´ultimo secolo. Tutte queste domande portano a interrogarsi sulla pertinenza dell´idea di "catastrofe climatica": e se il riscaldamento del pianeta, annunciato dai climatologi come un evento gravissimo e ineluttabile, fosse prima di tutto una catastrofe sociale e politica? L´uragano Katrina e i suoi effetti devastanti sono significativi a tale proposito: la forza della perturbazione non spiega l´essenza del problema. Non spiega, per esempio, la mancanza di solidità degli edifici, delle infrastrutture urbane e di alcune dighe nel Sud-est degli Stati Uniti, dopo tanti allarmi, tanti cicloni, tante inondazioni, tante distruzioni e tante morti, avvenute ogni anno, o quasi, nel corso degli ultimi due secoli. Non spiega perché i cittadini di colore, poveri, così numerosi nel paese più ricco del mondo, siano stati di gran lunga i più colpiti; così come non spiega i saccheggi e le violenze delle bande armate nel paese modello del "liberismo" economico tanto decantato dagli editorialisti delle emittenti radiofoniche europee. Da questo punto di vista, facendo un paragone, la dignità e la solidarietà delle popolazioni nel Sud-est asiatico colpite dallo tsunami ci danno una lezione sulla quale dovremmo riflettere. Scopo del libro è capire perché le catastrofi climatiche sono prima di tutto disastri sociali, e per quale ragione esse sono anche – come tutte le catastrofi «naturali» – spietati indici dell´indifferenza di quelle che i giornalisti chiamano ironicamente le "élites".