Federico Rampini, la Repubblica 1/6/2007, 1 giugno 2007
FEDERICO RAMPINI
Il governo cinese ha tenuto diverse riunioni d´emergenza. Il premier Wen Jiabao è intervenuto più volte ai tg nazionali per rassicurare i cittadini, ma al tempo stesso ha dovuto ammettere che «la stabilità del paese è minacciata». Fonti autorevoli evocano ormai la necessità di misure estreme: «Attingere alle riserve nazionali». Di porco, s´intende. La crisi di cui tutti parlano in Cina è l´inflazione da maiale. Un problema serio, visto che i prezzi sono saliti in media del 43 per cento dall´inizio dell´anno. Il maiale è la carne favorita dei cinesi. Il consumo medio l´anno scorso è stato di 22 chili pro capite, e con la crescita del tenore di vita gli esperti stimano che i cinesi sorpasseranno presto gli austriaci, a lungo i campioni mondiali della salsiccia suina. Ma ora la fiammata dei prezzi rischia di rendere questo consumo inavvicinabile per centinaia di milioni di cinesi dal reddito medio-basso. Per quanto autoritario, il regime non può permettersi di sottovalutare le implicazioni sociali e perfino politiche dell´emergenza-maiale: Wen Jiabao oltre a presiedere il "gabinetto di crisi" si è recato in visita ufficiale a fattorie e mercati nella regione dello Shaanxi, debitamente ripreso da tutte le televisioni.
L´ultima causa che ha fatto esplodere il caro-maiale è un´epidemia di "orecchia blu", malattia suina che ha costretto diversi allevamenti ad abbattere e distruggere importanti quantità di bestiame. Ma prima ancora dell´"orecchia blu", un´evoluzione di lungo periodo stava comunque facendo lievitare i prezzi. La causa di fondo è il boom dei bio-carburanti, la cui produzione viene incentivata dai governi del mondo intero come alternativa al petrolio, per ridurre le emissioni carboniche e il surriscaldamento climatico. La stessa Cina, che quest´anno si avvia a superare gli Stati Uniti come primo "produttore" di anidride carbonica del pianeta, ha fissato nel suo Piano Quinquennale l´obiettivo di alimentare almeno il 15% dei consumi di carburante per trasporti con bioetanolo e biodiesel.
Il maiale sembra lontano da tutto questo, ma non lo è. Gli allevatori infatti alimentano i suini con gli stessi cereali che possono essere trasformati in bioetanolo, in particolare granoturco e avena. Dall´inizio dell´anno in Cina le quotazioni del granoturco sono schizzate al rialzo del 40%, quelle dell´avena del 20%. Luo Yunbo, capo del dipartimento di scienze dell´alimentazione alla Università Agronomica di Pechino, conferma la spiegazione strutturale: «Il mais, l´avena e altri cereali sono sempre più richiesti non per scopi agricoli ma industriali».
Il boom dei prezzi dei cereali e di altre derrate agricole suscettibili di uso duale (alimentazione o biocarburanti) non è solo un problema cinese. Negli Stati Uniti il Midwest è inondato da una nuova ricchezza: accanto ai grandi terreni coltivabili spuntano raffinerie di bioetanolo generosamente sovvenzionate da Washington, nelle regioni agricole arriva un´ondata di benessere e di industrializzazione. L´Unione europea sta concedendo ampie deroghe agli agricoltori per rimettere in uso le terre che dovevano essere "dismesse" per contrastare la sovrapproduzione: contrordine, adesso quelle terre servono al biodiesel. La commissaria europea all´Agricoltura, Mariann Fischer Boel, di recente ha previsto che in Europa i prezzi del grano potranno salire fino al 6%, e quelle dei semi oleaginosi fino al 18%, per effetto del boom di domanda dei biocarburanti. Perfino i grandi produttori di birra tedeschi, olandesi e danesi, soffrono l´inflazione sui cereali che sono la loro materia prima. Ma l´impatto di questi aumenti può essere assorbito in modo diverso a seconda del potere d´acquisto dei consumatori.
Per le famiglie europee al momento il danno è limitato. Più i paesi sono poveri, più il rincaro dei generi alimentari è difficile da sostenere. Il World Food Program delle Nazioni Unite, che distribuisce aiuti alimentari a 90 milioni di persone sotto la soglia della povertà nei paesi dell´emisfero Sud, ha lanciato un allarme: di questo passo le nostre automobili contenderanno ai diseredati del pianeta le risorse alimentari.
La Cina, anche se non è più un paese del Terzo mondo, è tuttavia il luogo dove questo dilemma esplode in modo evidente. Con un miliardo e 300 milioni di abitanti, la nazione più popolosa del pianeta soffre già da tempo di una cronica carenza di superficie coltivabile. Le terre arabili sono state ridotte dall´avanzata dell´industrializzazione, dall´inquinamento, dalla desertificazione. Ora si aggiunge un nuovo problema: con il boom della motorizzazione privata, e la necessità di ridurre la dipendenza dal petrolio, milioni di automobili cinesi contendono agli esseri umani i raccolti dei campi. Perciò il premier Wen Jiabao non ha esitato a dichiarare che «i prezzi alimentari alle stelle sono una minaccia per la stabilità del paese», e il governo si prepara ad attingere alle «riserve strategiche» di carne suina, surgelata nei magazzini dello Stato e dell´Esercito di Liberazione Popolare.
Quelle riserve furono create come uno speciale cuscinetto anti-crisi. La memoria storica insegna ai dirigenti di Pechino che molte dinastie imperiali furono rovesciate dalle rivolte contadine scatenate da problemi di approvvigionamento alimentare. Più di recente, il movimento di Piazza Tienanmen (1989) trovò un terreno fertile nel malcontento sociale suscitato dalle tensioni inflazionistiche sul finire degli anni Ottanta. E dire che questo, per i cinesi, era iniziato come l´Anno del Maiale: fortunato e di buon auspicio secondo il calendario lunare, al punto che molte giovani coppie hanno programmato per quest´anno le gravidanze. Ma occhio al prezzo del latte, adesso, se anche l´alimentazione delle mucche dovrà far posto ai nuovi "campi di benzina verde".