Articoli Vari, 1/6/2007, 1 giugno 2007
IL PEZZO FATTO DA MARCO FERRANTE PER IL FOGLIO E’ IN UN’ALTRA SCHEDA
Vera Schiavazzi, Corriere della Sera, 1/6/2007 - TORINO – L’atto di citazione, dodici pagine scritte al computer con ampi margini, si è abbattuto come un fulmine sulla fragile pace ritrovata a casa Agnelli. Margherita, figlia secondogenita di Giovanni e Marella Caracciolo, chiede a quelli che ritiene i responsabili della gestione della fortuna personale di suo padre, prima e dopo la morte, un rendiconto del patrimonio ereditario. «E’ un’ azione volta all’unico scopo – si legge nella nota ufficiale – di tutelare gli eredi di Giovanni Agnelli, compresi i nipoti e i bisnipoti». Cioè i figli del primo matrimonio di Margherita con Alain Elkann, ma soprattutto i cinque avuti successivamente col marito russo Serge de Pahlen. I destinatari sono tre: Franzo Grande Stevens, per decenni «avvocato dell’Avvocato», oggi tra l’altro presidente della Compagnia di San Paolo, Gianluigi Gabetti, presidente dell’accomandita Giovanni Agnelli, la cassaforte di famiglia, e dell’Ifil, e lo svizzero Siegfrid Maron, responsabile del «family office», ovvero della gestione finanziaria all’estero dei patrimoni personali di alcuni esponenti della dinastia.
Se ne discuterà nel gennaio 2008 davanti al Tribunale civile di Torino: fissare la data tocca a Margherita Agnelli, che deve concedere però alle controparti i tempi previsti dalla legge italiana e svizzera. «Non sono i conti delle società, che sono pubblici, ad essere messi in discussione, né l’assetto dell’accomandita, dell’Ifil o della Fiat – spiega l’avvocato Girolamo Abbatescianni, legale di Margherita ”. Il patrimonio dell’Avvocato era costituito da due filoni: la Fiat e il resto. su questa seconda parte che chiediamo trasparenza, perché solo questo può consentire di comprendere se le divisioni effettuate fin qui sono state davvero eque».
Già all’indomani della morte del padre, il 24 gennaio del 2003, Margherita Agnelli, rimasta con la madre Marella l’unica erede dopo la scomparsa del fratello Edoardo, aveva avviato un’azione per entrare in possesso della metà del patrimonio. La trattativa, mai approdata in Tribunale, si era conclusa con una divisione. A Margherita era toccato il 50% dei beni personali del padre, un pacchetto molto cospicuo, anche se mai reso pubblico, tra i quali la dimora storica sulla collina torinese, Villa Frescot, e quelle di Calvi (Corsica), Roma e Parigi. E nel settembre 2004 la figlia dell’Avvocato aveva potuto partecipare senza ombre, accompagnata dai suoi figli, compresi i cinque avuti dal secondo marito Serge de Pahlen, al matrimonio di John Elkann con Lavinia Borromeo: «La famiglia è pienamente unita», aveva detto.
A distanza di tre anni, il quadro appare diverso e sorprendente. Sorprendente, perché in questi mesi i rapporti tra Margherita, la madre e i figli Elkann, John, Lapo e Ginevra, sono apparsi distesi. Diverso, perché è inevitabile pensare che nuovi elementi siano intervenuti per spingere Margherita e il suo nuovo legale a intraprendere un’azione sull’asse ereditario paterno. Prima di morire, l’Avvocato si era limitato ad esprimere la volontà che alcuni immobili fossero destinati alla moglie e alla figlia, senza una destinazione dettagliata dell’intero patrimonio.
E ora? «Noi non accusiamo nessuno né adombriamo alcuna scorrettezza – precisa Abbatescianni ”. Ma il rendiconto è stato più volte chiesto ai consulenti del padre, e non ci è mai giunto. Il nostro auspicio è che, tra oggi e la prima udienza, il rendiconto richiesto arrivi e che su quella base si possa giungere, se necessario, ad un’ulteriore divisione su base amichevole. E’ una vicenda che può essere risolta in cinque minuti...».
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ettore boffano e paolo griseri, la Repubblica 1/6/2007 - LA MATTINA del 24 febbraio 2003 e, alle 10.45, la signora Marella Agnelli, agli atti definita «benestante», varca la porta dell´ufficio del notaio Ettore Morone. In mano ha una busta con dentro quattro fogli ed è accompagnata da due testimoni: il verbale notarile li definirà poi come «dirigenti». Sono giorni terribili: Gianni Agnelli si è spento esattamente un mese prima, il 24 gennaio 2003, la Fiat vive la sua crisi più nera: adesso la vedova consegna al notaio l´estratto dell´atto di morte del Comune di Torino e poi i tre successivi testamenti olografi dell´Avvocato. Il primo è del 12 dicembre 1983 e assegna alla moglie l´usufrutto della società «Gapi S.p.a», il secondo è stato scritto il 14 gennaio 1985 e designa come proprio esecutore testamentario Franzo Grande Stevens, l´avvocato civilista della famiglia, il terzo infine distribuisce, il 20 aprile 1999, un gruppo di immobili (tra i quali Villa Frescot di Torino e la grande casa di Villar Perosa) tra i due figli Margherita ed Edoardo, lasciando ancora una volta l´usufrutto alla signora Marella. Ma Edoardo Agnelli non può più ereditare nulla. Il suo cadavere era stato trovato il 15 novembre 2000 ai piedi di un viadotto dell´autostrada Torino-Savona: l´epilogo di un´esistenza tormentata e difficile.
A quel punto, codice civile alla mano, la successione di uno degli uomini più ricchi del mondo sembra chiara e definita: l´Avvocato, infatti, non ha differenziato le quote dell´eredità che spetta dunque in parti uguali alla vedova e alla figlia Margherita.
Soprattutto, non ha scritto nulla riguardo al pacchetto di controllo della società «Dicembre» che gli assicura il primato nell´accomandita di famiglia, la «Giovanni Agnelli Sapaz», e attraverso di essa via via nell´Ifil, nell´Ifi e nel Gruppo Fiat. Tutto questo, dunque, sarà diviso al 50 per cento tra la madre e la figlia. Un patrimonio immenso, che mette assieme quello personale, mai calcolato, e poi quello gestito dall´accomandita che oggi è valutato attorno ai tre miliardi di euro. «Gli stessi familiari- racconta chi partecipa alle riunioni di quei giorni - si stupirono della quantità di ricchezza che avevano trovato». Ma da quel momento, in realtà, comincia una lite, a volte strisciante e a volte resa nota da contrasti più manifesti, che sta all´origine della clamorosa iniziativa giudiziaria di queste ore avviata da Margherita Agnelli.
Infatti, esiste già da tempo un altro «erede» dell´Avvocato nella guida del gruppo: è il giovane ingegnere John Elkann, nato dal primo matrimonio di Margherita, che il nonno ha designato dopo la morte del nipote Giovannino (il figlio di Umberto Agnelli stroncato dal cancro) a succedergli nel possesso del controllo della «cassaforte» societaria della famiglia. A lungo, Gianni Agnelli ha posseduto il 96 per cento della società «Dicembre» mentre la moglie Marella, la figlia Margherita, Grande Stevens e il finanziere Gianluigi Gabetti possiedono un´azione a testa. Poi, poco prima di morire, Agnelli ha ceduto a John una quota consistente delle sue azioni.
La scomparsa dell´Avvocato e la pratica di successione sconvolgono l´assetto che fa da sfondo alla difficile trattativa che Margherita ingaggia con la famiglia: sa di essere la madre del futuro «signor Fiat», ma ricorda ogni volta di avere altri due figli avuti da Alain Elkann, Lapo e Ginevra, e altri cinque nati dal secondo matrimonio con Serge De Pahlen, un russo che è stato dirigente Fiat in Francia e nel suo paese. A sottolineare i contrasti, filtrano le indiscrezioni soprattutto sulle assenze di Margherita a cerimonie o riunioni di famiglia. Sino a quel 28 maggio 2004, quando anche Umberto scompare, dopo poco più di un anno di «regno». La morte dello zio, la drammatica situazione economica della Fiat, soprattutto la necessità di ricapitalizzare l´azienda e difendersi dalle scalate e dal «convertendo» delle banche, danno la spinta finale per l´accordo. Nell´estate del 2004, Margherita Agnelli vende la propria quota della «Dicembre» in cambio di denaro e immobili e accetta di firmare un «concordato tombale» che dà a tutta la famiglia e al mondo finanziario un messaggio chiaro: Margherita Agnelli, l´ultima discendente dell´Avvocato a portare quel cognome, esce definitivamente dal gruppo. Il segnale della pace, giunge a settembre, quando nelle Isole Borromee partecipa al matrimonio del figlio John con Lavinia. Da quel momento, tutto sembra placarsi.
Ma è solo una tregua. La famiglia si riunisce nuovamente il 12 maggio scorso a Roma, per l´80esimo compleanno di Marella. Partecipa anche Margherita. Nulla trapela quel giorno che possa far pensare al riaprirsi del dissidio. E certamente nessuno ne riferisce all´anziana vedova dell´Avvocato. Che infatti, anche di recente, descrive ai conoscenti la situazione di una famiglia che ha ritrovato finalmente la serenità. Ma qualcosa accade nel giardino di palazzo Pallavicini Rospigliosi, tra i fiori che Marella ha sempre amato. Qualcosa che sfugge ai più, coperto dal chiacchiericcio del centinaio di invitati giunti da tutto il mondo. Qualcosa che induce Margherita a rivolgersi a un legale chiedendogli di citare in giudizio coloro che considera i tre curatori del patrimonio del padre.
l´atto che riapre la vecchia ferita. E colpisce innanzitutto John. Il giovane Elkann, ieri all´assemblea di Bankitalia, rilascia la sua addolorata dichiarazione e trascorre la giornata in compagnia di Gianluigi Gabetti. Lo colpisce l´azione della madre perché finisce per mettere in dubbio la correttezza della trasmissione ereditaria di cui lui, John, è indubbiamente il principale beneficiario. Lo colpisce che la madre abbia deciso di lasciarlo solo a gestire la crisi della Fiat e torni oggi a pretendere un´altra fetta di eredità quando le cose vanno decisamente meglio.
Non è solo John a tornare nell´occhio del ciclone. Finiscono sulla graticola anche Gabetti e Grande Stevens, che ancora non si sono ripresi dal duro colpo per il coinvolgimento nell´indagine sull´equity swap. Gabetti si sfoga con i suoi collaboratori: «Sono vicende che fanno male anche a chi ha lavorato per tanti anni con l´Avvocato». E si stupisce di comparire nell´atto di citazione di Margherita che «non è più una mia azionista da quando è uscita dall´accomandita». A Torino rimane di stucco anche Franzo Grande Stevens, non disposto ad assumersi responsabilità in una questione che riguarda la gestione del patrimonio privato degli eredi.
In realtà quel patrimonio lo ha sempre gestito soprattutto l´avvocato svizzero Siegfrid Maron, uomo conosciuto solo agli intimi di Giovanni Agnelli. Solo ieri Maron è diventato improvvisamente noto al grande pubblico. La stessa scelta di coinvolgerlo ufficialmente potrebbe essere un segnale preciso che la figlia dell´Avvocato ha voluto lanciare agli altri eredi. Per far sapere che un´altra partita è cominciata e che questa volta lei, Margherita, non si accontenterà, come tre anni fa, di mettersi da parte.
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Alberto Mattioli, La Stampa 1/6/2007 - La notizia è così clamorosa che il Wall Street Journal l’ha sparata in prima pagina, sicuro che interessasse anche i lettori dell’altra sponda dell’Atlantico. E figuriamoci i lettori di questa. Margherita Agnelli de Pahlen, figlia di Gianni, ha citato in giudizio Franzo Grande Stevens, l’avvocato dell’Avvocato, Gianluigi Gabetti, presidente dell’accomandita Giovanni Agnelli & C. Sapaz e Siegfried Maron, «in qualità di mandatari e gestori del patrimonio personale dell’Avvocato». In pratica, gli uomini di fiducia di suo padre. Un’azione legale, recita una nota dello studio Abbatescianni, «intentata con l’unico fine di ottenere un chiaro e completo rendiconto di tutti i beni che compongono l’asse ereditario e sono oggetto di successione». Rendiconto che «è stato più volte richiesto anche per iscritto, ma che è sempre stato negato». Ma, dall’altra parte della barricata legale, la Sapaz ricorda che «Margherita Agnelli de Pahlen aveva scelto di uscire in maniera definitiva dall’azionariato della società nel 2004», mentre tutti i soci dell’accomandita confermano «piena fiducia ai vertici del gruppo e massimo sostegno al loro operato».
Che cosa sia un’azione di rendiconto lo spiega ai non giurisperiti l’avvocato Girolamo Abbatescianni: « la tipica azione dell’erede, prevista dal diritto italiano, al fine di ottenere da chi abbia amministrato i beni, sia prima che dopo il decesso, le informazioni indispensabili a ricostruire l’esatta consistenza del patrimonio ereditario». All’unico scopo «di tutelare tutti gli eredi dell’Avvocato, ovvero tutti i nipoti e bisnipoti Elkann e de Pahlen beneficiari ultimi del patrimonio del senatore Agnelli». Traducendo dall’avvocatese, la parola decisiva sembra essere quel «tutti». Margherita, secondogenita dell’Avvocato, classe ”55, ha otto figli. Tre sono nati dal primo matrimonio con Alain Elkann: John, vicepresidente della Fiat, Lapo e Ginevra. Gli altri cinque dalle seconde nozze con Serge de Pahlen, nobiluomo francese di origini russe: Pietro, Sofia, Maria, Anna e Tatiana. Di dissidi sull’eredità dell’Avvocato si già era parlato. Aveva colpito l’assenza del nome di Margherita sulle partecipazioni di nozze del figlio John con Lavinia Borromeo. «Ma non è mai scoppiata una guerra, né ci sono state liti in famiglia. Si è trattato di incomprensioni, anche profonde, che però sono state definite e risolte in un anno di lavoro dei miei legali», spiegò Margherita a Vanity Fair nel settembre 2004. E lo stesso giorno del matrimonio di John, la madre annunciò che l’accordo era fatto. Si trattava, si è appreso poi, di un concordato definito con il lugubre ma appropriato aggettivo di «tombale», anche perché è irrevocabile, con il quale a Margherita veniva liquidata la sua quota nell’accomandita. Lei stessa spiegò alla Stampa di aver ritenuto l’accordo soddisfacente: «Gli avvocati hanno trovato soluzioni eque nell’interesse della famiglia e di tutti i figli, nel rispetto della volontà di mio padre». Certamente, a tre anni di distanza da quella firma, le proprietà cedute da Margherita (quote della Sapaz, che controlla l’Ifi, quindi l’Ifil e, alla fine della catena, la Fiat) hanno un valore di gran lunga superiore, dopo che la cura Marchionne ha rilanciato un gruppo che nel 2004 sembrava condannato.
All’assemblea di Bankitalia, John Elkann non si sottrae ai giornalisti, commenta la notizia e sembra sulla stessa lunghezza d’onda dei consiglieri del nonno: «Sono molto addolorato come figlio e stupito per questa vicenda privata che era stata risolta nel 2004 con il consenso e l’accordo di tutti». Ancora più laconico il fratello Lapo: «Condivido al cento per cento le parole di mio fratello John». L’ultima parola, allora, spetta a Marco Ferrante, che sulla saga della prima famiglia d’Italia ha pubblicato di recente un libro, Casa Agnelli: «Nel 2003, dopo la morte di Gianni, gli eredi decidono una ricapitalizzazione, ma non tutti accettano: tra questi, Margherita, che evidentemente non ha più fiducia nei destini dell’azienda. Ma, come quasi mai accade, l’impresa riprende invece a tirare. Questa può essere una ragione» per la storia che ha avuto la prima del Wall Street Journal.
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Giacomo Ferrari, Corriere della Sera, 1/6/2007 - MILANO – Tre anni fa aveva firmato un concordato (tecnicamente definito «tombale», cioè irrevocabile) in base al quale non avrebbe potuto avanzare ulteriori successive richieste. Oggi invece, Margherita Agnelli, figlia primogenita dell’Avvocato, non ci sta più. Quell’intesa (le attività industriali a John, Lapo e Ginevra Elkann, a lei gli immobili e una congrua somma di denaro), annunciata dalla stessa Margherita alla vigilia del matrimonio del figlio John con Lavinia Borromeo, il 4 settembre 2004, torna in discussione.
Che cosa è successo nel frattempo di tanto grave da far saltare un accordo sottoscritto con piena soddisfazione da tutti gli eredi di Giovanni Agnelli? La motivazione dell’azione legale nei confronti di Gianluigi Gabetti, Franzo Grande-Stevens e Siegfrid Maron, i professionisti che hanno curato l’esecuzione testamentaria, parla della «impossibilità di determinare la consistenza complessiva del patrimonio personale dell’Avvocato e il modo in cui è stato amministrato». Naturalmente i dettagli non sono noti. Ma una risposta al quesito su cosa sia cambiato in questi ultimi tre anni c’è. E riguarda proprio la parte di eredità cui Margherita ha rinunciato, vale a dire le attività industriali (compresa quindi la Fiat) che fanno capo alla società in accomandita Giovanni Agnelli & C.
Ebbene, questa parte dell’eredità, all’epoca dell’apertura del testamento (modificato per due volte dall’Avvocato dopo la stesura originale) aveva un valore enormemente inferiore a quello di oggi. Tanto per avere un termine di paragone, le azioni della Fiat nel settembre 2004 si potevano comprare in Borsa a meno di 6 euro, mentre oggi ne valgono più di 21. L’azienda di famiglia, insomma, ha più che quadruplicato il proprio valore. Alla morte di Giovanni Agnelli la componente industriale dell’impero stava vivendo un momento di profonda crisi. Tanto da costringere gli eredi a varare una ricapitalizzazione, operazione alla quale Margherita preferì non aderire. Pochi avrebbero scommesso, allora, su una ripresa così spettacolare, frutto della «cura» applicata con coraggio da un manager come Sergio Marchionne.
Insomma, se si rifacessero oggi i conti, probabilmente la suddivisione dei beni dell’Avvocato potrebbe essere diversa. Tre anni fa, invece, tenuto conto delle volontà testamentarie e delle disposizioni di legge, oltre che del valore dei beni in quel momento, venne trovato l’accordo oggi contestato da Margherita. A parte l’usufrutto vitalizio spettante su tutto alla vedova Marella, le attività industriali, a cominciare dalla Fiat, che fanno capo all’accomandita e, scendendo nella catena di controllo, alle casseforti Ifi e Ifil (quotate in Borsa) vennero assegnate ai nipoti John, Lapo e Ginevra, nati dal primo matrimonio di Margherita con Alain Elkann. Tutto il resto, vale a dire le proprietà immobiliari e le opere d’arte, alla figlia Margherita, unica superstite dopo il suicidio di Edoardo, nel novembre del 2000.
Probabilmente l’Avvocato aveva voluto questa ripartizione dopo aver indicato John come suo successore alla guida dell’attività imprenditoriale. Mentre Margherita, che ha altri interessi, sarebbe stata «risarcita» con la «nuda proprietà» degli altri beni. In particolare Villa Frescot e il parco circostante, sulla collina torinese, poi la residenza romana di via XXIV maggio, a due passi dal Quirinale, e altri immobili minori. Beni che all’epoca vennero valutati complessivamente circa 40 milioni di euro.
Proprio su queste basi poggiava l’intesa raggiunta nel 2004, con l’integrazione, però, di un assegno da 109 milioni di euro assegnato a Margherita, la quale aveva contestato la ripartizione iniziale, sostenendo i diritti degli altri cinque figli nati nel secondo matrimonio, quello con Serge de Pahlen, francese di origini russe. Adesso la battaglia legale si riapre. E con essa una ferita in famiglia destinata a lasciare il segno.
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la Repubblica, 1/6/2007 - TORINO - Margherita Agnelli cita in giudizio Franzo Grande Stevens, Gianluigi Gabetti e Siegfrid Maron «in qualità di mandatari e gestori del patrimonio personale» del padre, Giovanni Agnelli. L´anticipazione del Wall Street Journal di ieri è confermata in mattinata da una nota ufficiale di Girolamo Abbatescianni, il legale che cura gli interessi della figlia dell´Avvocato. Un´azione che avrebbe «l´unico fine di ottenere un chiaro e completo rendiconto di tutti i beni che compongono l´asse ereditario» di Gianni Agnelli.
Nell´atto di citazione, consegnato il 30 maggio al tribunale di civile di Torino, ci sarebbero gli elementi che hanno fatto ritenere a Margherita di non avere il quadro completo della fortuna che suo padre ha lasciato in eredità. Un chiarimento che la figlia dell´Avvocato avrebbe chiesto più volte e inutilmente a Grande Stevens, il civilista della Famiglia, Gabetti, l´uomo cui sono affidate le proprietà finanziarie degli Agnelli, e allo svizzero Maron, da lungo tempo il gestore del patrimonio personale dell´Avvocato. Il legale di Margherita Agnelli precisa che «questa azione non incide per nulla sulla compagine azionaria che controlla il gruppo Fiat».
Ma la notizia dell´azione legale fa il giro del mondo e rischia di avere pesanti ripercussioni sui titoli del Lingotto. In poco tempo la Giovanni Agnelli e c., l´accomandita che racchiude le azioni dei discendenti Agnelli, risponde con un secco comunicato «a tutela della propria reputazione, della compattezza dell´azionariato familiare, degli interessi degli stakeholders delle società del gruppo e della trasparenza nei confronti del mercato». Un comunicato in cui tutti i rami della Famiglia fanno quadrato contro Margherita e «unanimemente confermano piena fiducia nei vertici del gruppo» ricordando che «Margherita de Pahlen aveva scelto di uscire in maniera definitiva dall´azionariato della società nel 2004». C´è qualcosa di duro nella scelta dei parenti di chiamare la figlia dell´Avvocato con il cognome del secondo marito, quasi a metterla ancora di più nell´angolo.
Sentimento difficile per il figlio John Elkann che lascia la sala dell´assemblea di Bankitalia per dichiarare di fronte alle telecamere di essere «molto addolorato come figlio e stupito per questa vicenda privata che era stata risolta nel 2004 con il consenso e l´accordo di tutti». Sulla stessa linea si schiera il secondogenito di Margherita, Lapo: «Condivido al cento per cento le parole di mio fratello John». La presa di posizione della famiglia rassicura le borse. In giornata, anzi, il titolo salirà. Lo scampato pericolo, almeno per ora, è nelle parole del presidente della Fiat, Luca di Montezemolo: « una cosa che mi dispiace molto per la famiglia ma che non riguarda né direttamente né indirettamente la Fiat e non ha alcuna conseguenza sull´azienda».
I prossimi mesi saranno comunque di battaglia legale. L´avvocato Abbatescianni ha proposto al tribunale che la causa civile venga discussa il 9 gennaio 2008. Ma c´è da attendersi che Grande Stevens, Gabetti e Maron presenteranno prima le loro controdeduzioni.
(p.g.)
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la Repubblica, 1/6/2007 - TORINO - Al suo avvocato, Girolamo Abbatescianni, con studio in Milano, ha ripetuto una frase che forse la dice lunga su quel rapporto con un padre così ingombrante: «Non voglio andare contro nessuno e, meno che mai, mettere in discussione l´assetto societario della Fiat. Voglio, invece, solo regolare con chiarezza i miei diritti ereditari. E non lo faccio per me, ma per i miei figli: tutti. Perché quando anche io dovrò decidere come distribuire la mia successione, voglio farlo in modo diverso da mio padre: e voglio sapere che cosa sto lasciando».
Di lei, la secondogenita dell´Avvocato nata nel 1955, tutti citano quel viso con i tratti degli Agnelli e i capelli rossi. «Simpatica, estroversa, già da bambina: quasi una peste - dice chi la ricorda scolara nell´istituto delle suore domenicane di via Magenta -. No, non era tormentata come Edoardo, non aveva il complesso del padre. Era semmai stravagante, ma quadrata, tosta, non spaventata dalla vita».
Adesso, da anni, vive tra Ginevra e Mosca, scrive libri che hanno titoli biblici, "La storia di Giona", e dipinge quadri anch´essi con reminiscenze ebraiche, quasi alla Chagall. «Svagata, un po´ fuori dal mondo», spiega ancora chi ha in mente le sue foto vestita da "figlia dei fiori" negli Usa, quando la famiglia la mandò via da Torino negli Anni 70, ai tempi dell´Anonima Sequestri. Eppure, di essere tosta e sicura, Margherita Agnelli deve esserselo ricordato soprattutto quando ha chiesto al suo legale di agire: «Pretende soltanto che si indichi l´intero asse ereditario di suo padre. Non vuole contestare l´accordo raggiunto nel 2004, ma poiché ricorda che l´Avvocato aveva un patrimonio personale e che ne parlava, vuole conoscerne la consistenza e se esso fu ricompreso in quell´intesa. Gabetti, Grande Stevens e Maron erano incaricati di gestire quei beni, ma sollecitati tantissime volte, non hanno mai risposto».
E attorno a quell´eredità, la figlia dell´Avvocato deve aver rievocato spesso il suo rapporto con i genitori e quello con il fratello Edoardo, il "debole" della famiglia. «Con l´Avvocato, fino a quando è stata ragazza, andava molto d´accordo. Più conflittuali, invece, i sentimenti che la legavano alla mamma - spiegano gli amici di anni ormai quasi dimenticati a Torino - Poi lei andò all´estero e il padre si occupava della Fiat e di tante altre cose».
Sotto la Mole Margherita torna nel 1975 per sposarsi, con Alain Elkann, figlio di un ricco banchiere ebreo di Parigi e di Carla Ovazza, discendente di una delle grandi famiglie israelite subalpine sterminate dai nazisti. Nascono prima John, futuro erede del nonno Gianni, poi Lapo e Ginevra. Margherita si identifica in quel matrimonio e si appassiona all´ebraismo, così come al cristianesimo ortodosso quando incontra il secondo marito: il russo "bianco" Serge de Pahlen che farà poi carriera in Fiat a Parigi e a Mosca e gli darà altri cinque figli. Un giorno, durante una vacanza in dacia, la figlia dell´Avvocato si getta in un incendio che sta divorando l´edificio e salva da sola tutti i bambini. E anche durante il primo matrimonio la sfiora la tragedia: quando un clan rapisce Carla Ovazza, chiedendo un riscatto per liberare "la consuocera di Agnelli".
Infine gli anni della lontananza, i grandi lutti di famiglia, il suicidio di quel fratello che nessuno sapeva aiutare, l´assurgere del primo figlio che le pareva mettere in ombra tutti gli altri, la freddezza con la madre e l´uscita dalla Fiat quando i destini di Mirafiori sembravano segnati. E adesso questo ritorno in scena forte e "tosto" come i suoi anni giovanili. «La signora vuole solo accertare se ci sono altri beni - chiude il legale - Se poi non fosse così, almeno avremo avuto trasparenza. Se invece si troverà qualcosa, lo dividerà con la madre, in modo amichevole. Lei però non pensa ad ammanchi, capitali all´estero, evasioni fiscali. Sa che non è nello stile Agnelli».
(e.bof. e p.g.)
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Raffaella Polato, Corriere della Sera, 1/6/2007 - MILANO – Colazione. E Wall Street Journal subito, più presto del solito. Forse non se l’aspettava così «sparata», John Elkann, la storia della madre che ha cambiato idea sull’eredità. Ma ha sufficienti frequentazioni di stampa (intesa pure come giornale di famiglia) da riconoscere gli scoop. Insomma lo sapeva, che sarebbe stata prima pagina planetaria. Per cui anche la smorfia alla lettura – di «amarezza e delusione», così la definiscono: understatement
torinese – non era smorfia da editore. Veniva in fondo anche dopo il suo ruolo di presidente Ifi e vicepresidente Fiat. La smorfia, era quella del figlio.
Allo stesso modo del giorno prima, quando dello scoop Elkann ha saputo, devono essergli tornate in mente le parole della madre il giorno in cui si è sposato: «La famiglia è salda e unita. Auguro a Jaki e Lavinia ogni bene». Aveva appena chiuso, Margherita Agnelli, il contenzioso sull’eredità del padre Giovanni con un accordo da lei stessa considerato «tombale». Definitivo. Ieri l’ha riaperto. Con quella di cui a Torino parlano come di un’abile scelta mediatica: la «prima» del Wsj è ovviamente subito rimbalzata in tutto il mondo, non ha fatto rumore solo in Italia. E con parole che al suo primogenito, il ragazzo che ha passato quattro degli ultimi sei anni a sudare sull’orlo del baratro Fiat, sono suonate minimo beffarde: «L’unico scopo è tutelare gli eredi dell’Avvocato, ovvero tutti i nipoti e bisnipoti Elkann e de Pahlen». «Tutti»?, dev’essersi chiesto. Anche lui, John? E in questo modo, ributtandolo nella centrifuga di un vecchio copione, risse ereditarie, madri-contro-figli, fratelli-contro-fratelli, e tre anni dopo che tutto era stato (o era sembrato) appianato?
Fosse poi stato appena questo. Solo una bega familiare. Lo è. Ma il
Wall Street, nel titolo, avvertiva: «Le ricadute potrebbero colpire la Fiat». Non è così, l’ha precisato lo stesso legale di Margherita Agnelli de Pahlen, Girolamo Abbatescianni: la Giovanni Agnelli & C., la cassaforte che custodisce il controllo dell’intero gruppo e di cui Elkann è di fatto primo azionista insieme ai fratelli Lapo e Ginevra, è «fuori dal discorso, non sono messi in discussione nè la gestione nè gli assetti azionari». Però, insomma, qualche dubbio alla Borsa poteva anche venire. Qualche turbolenza non era da escludere.
Risultato. Ieri mattina, Elkann aveva un aereo per Roma: Relazione del Governatore. Il giorno prima qualcuno gliel’ha chiesto: «Sei sicuro? Avrai tutta la stampa addosso ». «Ma io non ho niente di cui vergognarmi». Letto il pezzo, a maggior ragione si è presentato a Caselle. Per poi archiviare, con i cronisti, la questione nel cassetto «personale»: «Sono molto addolorato come figlio. E molto stupito per questa vicenda privata che era stata risolta nel 2004 con il consenso e l’accordo di tutti». Stop. Da «figlio». Non da vicepresidente della Giovanni Agnelli & C.: insieme al presidente Gianluigi Gabetti – alzata di spalle genere «ne ho viste tante», e un solo concetto da ribadire: « una faccenda privata» – ha anche un gruppo, da tener fuori dalle beghe. Per cui già in volo preparano il comunicato destinato alle Borse: «A tutela della propria reputazione, della compattezza dell’azionariato familiare, degli interessi di tutti gli stake holders
delle società del gruppo e della trasparenza nei confronti del mercato, i soci della Giovanni Agnelli & C. unanimamente confermano piena fiducia nei vertici e massimo sostegno per il loro operato».
C’è anche una sottolineatura pungente per Margherita, chiamata con il solo cognome de Pahlen: «L’accomandita ricorda che aveva scelto di uscire in maniera definitiva dall’azionariato nel 2004». Ma quel che conta sono tre parole: «I soci unanimamente confermano». Vale a dire: non solo gli Elkann (Lapo per primo: «Sono al 100% con mio fratello»), ma evidentemente anche le sorelle dell’Avvocato, i Nasi, i Camerana, i Ferrero, gli infiniti rami della dynasty sono compatti attorno a John. Loro, che alla morte dell’Avvocato avevano per la prima volta messo mano al portafoglio per sostenere una Fiat sull’orlo del fallimento, nei due anni immediatamente successivi forse hanno avuto più di una volta dubbi sul futuro. Ma adesso? Nel 2005 le Fiat erano precipitate sotto i 5 euro. Oggi ne valgono più di 21. Gli onori a Sergio Marchionne, l’artefice, hanno preso la forma di ovazioni anche due settimane fa, all’ultima assemblea di famiglia. Dove non dimenticano nemmeno chi l’ha scovato, il top in pullover blu. Gabetti, esatto. Con Elkann. Appunto.
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Gianluca Paolucci, La Stampa 1/6/2007 - «E’ una cosa che mi dispiace molto per la famiglia ma che non riguarda né direttamente né indirettamente la Fiat e non ha alcuna conseguenza sull’azienda». Le parole del presidente di Fiat Luca Montezemolo marcano la distanza tra l’azienda e le vicende personali della famiglia Agnelli. Parole confermate, più tardi, dal poco che filtra dalle finanziarie Ifi-Ifil: «La signora Margherita Agnelli de Pahlen non è nostra azionista. Noi ci siamo occupati delle aziende e non dei beni personali della famiglia».
L’ufficialità è invece quella della nota emessa dalla Giovanni Agnelli & C Sapa, dove «in riferimento alle notizie di stampa, i soci della Giovanni Agnelli e C. Sapaz a tutela della propria reputazione, della compattezza dell’azionariato familiare, degli interessi di tutti gli stakeholders delle società del gruppo e della trasparenza nei confronti del mercato, unanimemente confermano piena fiducia nei vertici del gruppo e massimo sostegno per il loro operato. L’accomandita ricorda che Margherita Agnelli de Pahlen aveva scelto di uscire in maniera definitiva dall’azionariato della società nel 2004».
Margherita Agnelli, figlia di Gianni, esce dall’accomandita di famiglia nel settembre di tre anni fa, negli stessi giorni del matrimonio del figlio John con Lavinia Borromeo. Il cosiddetto «concordato tombale» - è il termine giuridico, anche se in questa circostanze sembra di pessimo gusto, dato l’argomento - viene stipulato con la madre Marella. Con questo concordato Margherita rinuncia alla sua quota nella Giovanni Agnelli & C. sapa, l’accomandita di famiglia. E rinuncia dunque, in favore dei suoi figli John, Lapo e Ginevra, ad aggiungere il suo nome a quello dei circa settanta soci della societa che, a cascata, controlla Ifi, Ifil e il gruppo Fiat. Margherita viene liquidata - da Marella - con «immobili, quote societarie, liquidi», riferisce l’agenzia di stampa ApCom. In questa liquidazione figurerebbero anche una serie di immobili il cui usufrutto resterebbe però alla madre Marella. E anche quei 109 milioni di euro citati dal Wall Street Journal come chiusura del concordato e riportati nell’atto di citazione.
Per chiarire meglio la separazione tra gli affari «familiari» e quelli «aziendali» è necessario scendere lungo la catena di controllo che, dalla Sapaz - come viene anche chiamata l’accomandita Agnelli, nonostante la dizione ufficiale, giuridica, sia sapa, Società in accomandita per azioni.
I circa settanta soci dell’accomandita sono a loro volta suddivisi in dieci rami: gli eredi di Gianni, quelli di Umberto, le quattro sorelle e i quattro rami dei Nasi, discendenti della figlia del fondatore di Fiat. I discendenti Agnelli sarebbero in realtà molti di più: almeno 170, stando al calcolo fatto da Marco Ferrante nel libro «Casa Agnelli, Storia e personaggi dell’ultima dinastia italiana». Presidente dell’accomandita è però Gianluigi Gabetti, che è anche presidente di Ifil ed è stato nominato all’indomani della scomparsa di Umberto.
Dei dieci gruppi dell’accomandita, nove sono rappresentati nel consiglio di amministrazione di Ifi. infatti alla Sapaz che fa capo il 100% del capitale ordinario di Ifi, la «scatola» che a sua volta controlla Ifil, oltre ad una quota diretta di circa il 3% nella stessa Ifil. una parte delle azioni privilegiate Ifi invece è invece quotata in borsa, così come una quota di minoranza del capitale di Ifil. a questo livello, dentro la Ifil, che è la finanziaria «operativa», che sono contenute una serie di partecipazioni finanziarie ed industriali. Fiat Group, innanzitutto. Poi un portafoglio diversificato di partecipazioni dove figurano il sequana Capital, Intesa Sanpaolo, la svizzera Sgs, Banca Leonardo, Alpitour e l’operatore immobiliare Cushman e Wakefield. al livello di Ifi e Ifil che vengono prese le decisioni strategiche sulle attività del gruppo. Quello di Ifi e Ifil è anche il livello dove le ripercussioni della crisi Fiat hanno fatto sentire i loro effetti in termini di bilanci risicati e di dividendi. E lì, in Ifi, è da poco tornato presidente un rappresentante della famiglia: si tratta di John Elkann, figlio di Margherita, la cui nomina è stata ratificata dall’ultima assemblea in maggio. Lo stesso John Elkann è anche vicepresidente della Sapaz, di Ifil e di Fiat. Oltre che presidente della Itedi, che edita questo giornale.
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Enzo D’Errico, Corriere della Sera 1/6/2007 - MILANO – La notizia gli è rimbalzata addosso mentre l’assemblea di Bankitalia volgeva al termine.
Un sussurro, una chiacchiera, un vocio sempre più insistente e, alla fine, anche Mario D’Urso si è dovuto arrendere. «Lo confesso, non riuscivo a credere che fosse vero», racconta l’ex senatore, che di casa Agnelli è da sempre uno dei frequentatori più assidui.
Ora si è rassegnato?
«Purtroppo i fatti sono incontrovertibili: Margherita ha citato in giudizio persone di specchiata onestà, amministratori fedelissimi che da anni lavorano per il bene della famiglia».
Avrà avuto i suoi motivi, non crede?
«Certo, ma faccio fatica ad ipotizzarne uno che sia solido, concreto e non dettato da supposizioni o, peggio, da sospetti».
Sta dicendo che questa vicenda è frutto di un colpo di testa, una sortita estemporanea dell’unica figlia dell’Avvocato?
«Macché, mi guarderei bene dal sostenere una tesi del genere.
Invece avanzerei un’altra ipotesi, probabilmente più vicina alla realtà. Cose simili, purtroppo, possono capitare quando di mezzo ci sono tanti quattrini».
E cioè?
«Dietro la decisione di Margherita, scorgo l’impronta di qualche avvocato affamato di denaro. Ce ne sono molti in giro: ti convincono che sei stato raggirato e ti promettono un risarcimento. Ma in realtà mirano soltanto a incassare una congrua percentuale sulla cifra che, eventualmente, riescono a farti avere in tribunale».
Margherita Agnelli, però, ha già ricevuto 109 milioni di euro come sua quota ereditaria.
«E cosa posso aggiungere? Beata lei... Da quel che so, oltre il denaro ha ottenuto proprietà immobiliari, opere d’arte, insomma una fetta consistente del patrimonio. Vedrà che tutto si risolverà in uno spiacevole incidente di percorso, una baruffa quasi naturale nella storia di un grande clan. Mi spingo perfino a indicare una data per la tregua».
Quale?
«L’otto giugno, quando festeggeremo gli 80 anni di Marisa Nasi. La famiglia si riunirà come era riunita al completo il 12 maggio scorso, a Palazzo Pallavicini, per il compleanno di Marella. Mi basta ricordare l’atmosfera di quella giornata per capire che siamo davanti a una nuvola passeggera. Non finirà come
Dynasty, vedrete. Io scommetto sul lieto fine».
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Cesare Rimini, Corriere della Sera, 1/6/2007 - un compito arduo, tanto arduo che a volte ci vuole l’aiuto di Dio. Su uno degli antichi palazzi della famiglia Contarini (otto dogi e quarantaquattro procuratori di San Marco) è scritto: «Nisi dominus custodierit...». l’inizio del salmo 126 che prosegue con un messaggio chiaro: «Se il signore non protegge la città poco può fare il custode». Ma di quello che fa deve comunque rendere il conto.
Lo dice, dopo la Bibbia, anche il codice civile che parla un linguaggio più vicino a noi.
L’articolo 1713 si intitola Obbligo di rendiconto e dispone: «Il mandatario deve rendere al mandante il conto del suo operato e rimettergli tutto ciò che ha ricevuto a causa del mandato».
Poi il codice di procedura civile ha addirittura un paragrafo (articoli 263-266) sul «rendimento dei conti» che contiene regole minuziose.
Anche la parte che impugna il conto deve precisare le partite che intende contestare.
evidente che l’azione di rendiconto la può promuovere anche l’erede di colui che aveva dato l’incarico di gestione.
Infine il custode ha diritto di ottenere, una volta reso il conto, l’approvazione, una speciale dichiarazione liberatoria e forse alla fine... una parola di ringraziamento.
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Maria Laura Rodotà, Nel film del 2003 «E’ più facile per un cammello..», Federica Camerasca (Valeria Bruni Tedeschi, anche regista), italiana a Parigi, alla morte del papà industriale torinese ha tremende crisi d’ansia quando capisce quanti soldi ha ereditato. Nella vita non va così, in genere. Nel maggio 2007 Margherita Agnelli, italiana tra Parigi e Ginevra, è in una pubblica polemica tramite avvocati, e fa sapere che i consulenti non l’hanno informata su tutto quel che dopo la morte del padre grande imprenditore torinese c’era da ereditare. E’ normale, a pensarci; anche in una saga familiare in cui tutto è fuori misura, i patrimoni come le tragedie. Come il numero dei figli della protagonista dell’ultimo episodio, otto, come la risonanza mediatica anche di questo ultimo episodio. Per il resto, la cinquantunenne Agnelli coniugata de Pahlen, è una donna che chi la conosce descrive «semplice», «simpatica», «alla mano»; certo negli ultimi anni molte volte arrabbiata, per dissidi familiari e patrimoniali. Ma, per il resto, con una vita che sembra un concentrato un po’ fuori misura di comportamenti e passioni di tante ragazze nate benissimo. I molti figli, l’arte, le iniziative solidali, il fervore spirituale scoperto da adulte. Il tutto vissuto con l’entusiasmo di chi è cresciuta al riparo da brutture, tra ville e scuole private, e per questo può risultare ingenua, addirittura. Anche se poi la sua vita da Agnelli è stata complicata, e spesso dolorosa. Non quella che promettevano i pomeriggi da bambina con il fratello Edoardo, nel giardino con le sculture di Henry Moore «che per noi erano compagne di giochi».
Nata a Ginevra, cresciuta a Torino, studi in Inghilterra e in Svizzera, nelle interviste ha spesso parlato del rapporto con i genitori. La mamma Marella a cui ha dedicato il libro di poesie Ceneri («A volte ti esprimi d’eterno vita mia/poi ruggisci e sputi morte/non vuoi deciderti/e nell’incertezza ti consumi tutta»). E di cui in seguito ha detto (nel 2004, a Camilla Baresani per Vanity Fair)
«è una donna d’altri tempi, che non si è mai occupata degli affari di famiglia. Siamo molto diverse. Qualche volta bisogna essere molto pazienti con le persone diverse». Il padre Gianni lo ha descritto «scherzoso, giocoso. E impegnato». A volte era difficile attirare la sua attenzione. Molte volte ha raccontato di quando, diciottenne, si rasò i capelli a zero, arrivò in salotto e il padre senza alzare gli occhi le disse «se pensi di stupirmi, ti sbagli».
Poco dopo, non per stupire ma perché era incinta, si sposò col giornalista-scrittore Alain Elkann. Tre figli (John, Lapo e Ginevra) in pochi anni e un primo dramma, il sequestro della madre di Elkann, Carla Ovazza, poi rilasciata. Poi ci fu il divorzio da Elkann, e l’incontro con il russo francese Serge de Pahlen, e con la religione ortodossa. Seguirono altri cinque figli: Sofia, Pietro, Maria (che l’anno scorso ha avuto una bambina, Anastasia, dal suo fidanzato russo; nello stesso periodo è nato Leone, figlio di John Elkann), Anna e Tatiana. Suo padre Gianni non era, pare, entusiasta di tutte queste gravidanze. Comunque, scrive Marco Ferrante nel suo recentissimo Casa Agnelli (Mondadori), «la sua vocazione alla maternità è oggetto di discussione tra chi la conosce: ci si chiede se sia originata da un deficit di calore famigliare, oppure da una specie di vitalismo comunitario». Gli amici sono per la seconda ipotesi: «Ci fu la fase in cui in una casa nella campagna francese tutti i bambini potevano andare in giro nudi». Una fase probabilmente allegra. Niente a che vedere con l’estate ’92, quando scoppiò un incendio nella dacia fuori Mosca dove era in vacanza, lei rimase ustionata, due bambini di una sua amica morirono.
Nel frattempo si era messa a dipingere. Quadri molto colorati ispirati alle icone russe, esposti in molte mostre (spiega in una presentazione il pittore Sandro Chia: «I quadri di Margherita Agnelli sono pieni di buon umore contenuto in un cielo speciale che è una pelle d’aria poggiata su una polpa corporea in attività continua, chiamata vita». Alla vigilia della prima mostra raccontava che per esporre aveva pensato a uno pseudonimo, Margot des Agneaux. Ma era stata dissuasa dai figli che «si erano rotolati dal ridere». «Non far ridere i polli», era poi una frase fissa di Agnelli senior. Che con la figlia, a Parigi, andava per musei e mostre e ogni tanto prendeva un suo quadro. Ma lei non riusciva a fargli un ritratto, «posso dipingerlo mimetizzato, attraverso dei simboli, per esempio uno strano cappello». Scelti i quadri, andavano insieme a comprare ostriche. Gianni Agnelli è morto nel 2003. Tre anni prima era morto il fratello Edoardo, a cui era legatissima, volato giù da un viadotto. Un anno dopo, nel 2004, il figlio John si è sposato con Lavinia Borromeo, ma la mamma Margherita era assente dalle partecipazioni. Non me l’aveva detto, l’ho saputo da altri, questioni generazionali, spiegò lei. Andò al matrimonio, fece dichiarazioni affettuose. Nel frattempo non era comparsa altre volte, in famiglia: alla messa di suffragio a un anno dalla morte del padre, al funerale dello zio Umberto. In seguito ha raccontato che non c’erano state guerre: «Dissidio è la parola giusta... tengo a precisare che non ci sono state liti in famiglia.. si è trattato di incomprensioni anche profonde..risolte in un anno di lavoro dai miei legali». Ora il dissidio, pare, è ricominciato.
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Mario Gerevini, Corriere della Sera 1/6/2007 - MILANO – Siegfried Maron? Chi è costui? Di sicuro non uno qualunque se Margherita Agnelli l’ha citato in giudizio insieme all’avvocato della famiglia torinese, Franzo Grande Stevens, e al presidente dell’Ifil, Gianluigi Gabetti. Tutti chiamati in causa come «mandatari e gestori del patrimonio personale dell’Avvocato».
Se però il ruolo di Grande Stevens e Gabetti è sempre stato effettivamente, e alla luce del sole, quello dei consulenti-consiglieri-manager per eccellenza, del signor Maron non ci sono tracce pubbliche o notizie di stampa negli ultimi venti anni. Tranne una riga in un articolo del Sole 24 Ore di quattordici anni fa dove si diceva che l’Ifint gli aveva affidato la gestione degli impieghi a breve termine.
Da qui si parte per un viaggio tra Isole Vergini, Stati Uniti, Svizzera e Lussemburgo. Dunque Maron, molti anni fa, era un manager dell’Ifint che poi sarebbe diventata Exor. Siamo in una provincia dell’impero Agnelli, separata da Fiat.
Exor, lussemburghese e fino a qualche anno fa quotata in Borsa, è la holding di investimento per le attività internazionali. E Maron è l’uomo che segue alcuni importanti investimenti negli Usa a metà anni ’90. In particolare assume la presidenza di una finanziaria off-shore, la Fima-Finance Management delle Isole Vergini Britanniche, controllata da Exor, che acquista partecipazioni in alcuni gruppi americani. Per esempio entra, insieme ai fondi di investimento della Lehman, nella Lear Seating Corporation, che è uno dei maggiori produttori indipendenti di sedili per auto (2 miliardi di dollari di fatturato nel ’95 e 14 miliardi dieci anni dopo). La Lear viene quotata in Borsa a New York, sempre con la Fima come secondo socio con un 10-12%, finché nel ’99 la Fima vende e incassa 250 milioni di dollari, otto volte quanto aveva investito.
In quegli anni Maron si occupa anche dell’Rcpi Trust che partecipa all’operazione di acquisto del Rockefeller Center da parte di un gruppo di investitori, famiglia Agnelli compresa. Vecchie storie, come l’acquisto di una piccola quota nella compagnia assicurativa Lasalle e un’altra in Kaiser Group che, dopo aver rischiato la bancarotta, oggi lavora per conto del Dipartimento Usa dell’Energia.
In tutto ciò il ruolo di mister Maron sembra essere puramente amministrativo, perché di fatto il manager di riferimento negli Usa, l’uomo operativo è Gian Andrea Botta. Maron, comunque, era il presidente di quella Fima che godeva di molte garanzie fiscali e di riservatezza per il suo domicilio alle Isole Vergini. Ma è un professionista svizzero e non a caso faceva capo a lui la filiale di Zurigo (chiusa nel 2006) della Ifil Investissements, finanziaria del gruppo Agnelli anch’essa con sede in Lussemburgo. La storia si complica ma si chiude qui, in Lussemburgo dove l’uomo di Zurigo ha avuto incarichi in alcuni veicoli societari (Old Town, Ed) del gruppo Agnelli-Exor.
Insomma, una vita passata alla periferia dell’impero, a gestire società di puro investimento, domiciliate anche in paradisi fiscali. Forse in questo arcipelago c’è ancora una parte del patrimonio dell’Avvocato. E forse Maron era anche il gestore e il fiduciario di una serie di investimenti personali di Gianni Agnelli. Altrimenti perché citare in giudizio lo gnomo svizzero che nessuno conosceva?
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Lina Sotis, Corriere della Sera - 1/6/2007 Chissà perché una donna che fa girare tutta la sua vita intorno ai figli, partorendo 8 volte, sprechi così la più grande occasione della sua vita. Margherita Agnelli, antesignana della famiglia allargata, che ha avuto 3 figli con il primo marito e 5 con il secondo, ha infatti perso, con il suo gesto, la più grande occasione che il destino regala a una madre: quella di dimostrare alla sua prole che i valori della vita sono tanti, profondi, ma se una vola alto hanno sempre come minimo comun denominatore, la generosità e la comprensione, mai il danaro. Margherita Agnelli, considerata, da piccola, una rivoluzionaria per i suoi atteggiamenti forti verso papà e mamma (era l’unica che aveva il coraggio di contrastarli) ha ceduto alla logica del dio danaro.
Con un’azione legale ha azzerato tutta la sua spinta adolescenziale: essere diversa. Invece di insinuare nei suoi figli il germe meritocratico, ovvero che ognuno deve avere quello che si merita non quello che eredita, la signora con un gesto da tragedia greca mette fratelli contro fratelli: lei la madre, lei che deve congiungere, ricostituire, tenere unita la famiglia. Cosa l’ha portata a questo gesto di rottura? Cosa le ha fatto perdere la visione alta delle cose? «Mi hanno rubato i figli’ disse una volta – me li hanno rubati per farne degli eredi Agnelli». Si riferiva ai maschi Elkann scelti dalla famiglia per prendere le redini del comando. In questa frase c’è il dolore di una maternità negata in nome del potere e della dinastia. In questa frase si racchiude tutta la fatica del rapporto con la mamma che da nonna si è fatta madre.
Margherita e Edoardo sono stati due ragazzi difficili, la famiglia Agnelli è stata una famiglia difficile. Edoardo, a Garavicchio, in un giorno di sole, disse, sconsolato, parlando della madre: «Ogni sera si chiede se lui torna». In quella frase, inquietante, tutta l’assoluzione. Proprio quando le famiglie sono difficili, proprio quando c’è tanto denaro, c’è bisogno di qualcuno che insegni ai più giovani che i soldi acquisiti non contano. Contano solo quelli che sai guadagnarti. Fra tutti gli dei il danaro è il più volubile, capriccioso, imprevedibile, mellifluo e traditore. Ti lusinga e poi ti frega. Chissà perché Margherita Agnelli ha perso l’occasione di insegnare ai suoi figli a desiderare poche cose materiali e molte morali. Chissà? Era una ragazza rivoluzionaria in shorts, per le vie della città.
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Pierangelo Sapegno, La Stampa 1/6/2007 - Nelle Grandi Famiglie c’è sempre qualcosa che ritorna. Negli Agnelli anche il nome ritorna. Giovanni Agnelli non è il fondatore della Famiglia. Ma è quello che ha fondato la Fiat nel 1899, e la dinastia comincia da lì. Sono più di 170, tra figli, nipoti e coniugi, i discendenti, una ramificazione così estesa che ci si perde. In realtà, quelli che fanno parte dell’Accomandita Giovanni Agnelli, la cassaforte che sta al vertice della catena di controllo del Gruppo e che ne distribuisce gli utili, sono 70, divisi in 10 rami. Fra di loro non c’è Margherita, perché aveva scelto di uscirne nel 2004. Margherita è nata in Svizzera 52 anni fa, è la figlia di Gianni, l’Avvocato. Ha sempre condotto una vita discreta, lontana dai clamori, si interessa di pittura ed è molto impegnata nel sociale. Era assente alla Messa in suffragio del padre e ai funerali dello zio Umberto. Così nacquero sui giornali le voci di dissidi. C’era invece, il 4 settembre del 2004, al matrimonio del figlio John con Lavinia Borromeo. Si parlò allora di «grande armonia e di rapporti di affetto saldi». Scrissero anche che lei aveva ricevuto immobili a Roma e Torino e liquidi come quota spettante del patrimonio del padre. Adesso, quella disputa sembra tornata.
Tutto cominciò con il Senatore Giovanni Agnelli, il fondatore. Lui era un uomo dal volto quadrato e lo sguardo che tagliava. Fu sindaco di Villar Perosa, prese la Juventus e La Stampa, costruì la prima stazione sciistica italiana sul colle del Sestriere. Tutte cose che ritornano. Sua nipote, Susanna Agnelli, lo descrisse così: «A Villar Perosa, il nonno aspettava in giardino. E’ venuto incontro a mia madre che teneva intorno a sé i suoi figli. Si è fermato in silenzio. Le lacrime gli scendevano sulle guance». Il Grande Patriarca aveva appena perso i suoi, di figli, tutt’e due, Aniceta ed Edoardo. Anche il dolore ritorna sempre in questa Famiglia. Giovanni Agnelli sposò Clara Boselli, che gli dette due figli. Nel 1935, nel primo grande periodo di espansione della Fiat, perse l’erede, Edoardo, che era il padre dell’Avvocato, di Umberto e di Susanna. Quel luglio del 1935, come scrisse ancora Susanna in «Vestivamo alla marinara», «mio nonno, informato che Edoardo aveva avuto un incidente, aveva preso la macchina ed era andato all’ospedale. All’entrata aveva chiesto del ferito Agnelli e gli avevano risposto: ”Si accomodi pure alla camera mortuaria”. Entrò, e si fermò da solo, in piedi». In fondo c’è, in questo racconto, non solo la comunanza indefinita del dolore, ma anche la traccia di un destino, qualcosa che ha sempre unito la Famiglia alla sua gente. Gli Agnelli hanno sempre rappresentato il Potere, ma non un potere così distante dalla nostra vita, pur con tutti i conflitti e le contraddizioni relativi ai rapporti tra una sorta di famiglia reale e i suoi dipendenti. La Fiat ha sovrapposto la sua immagine a quella della città dove è stata costruita, e si è integrata con Torino fino a condizionarne potentemente (e spesso prepotentemente) non soltanto la composizione sociale, la vita politica, i flussi migratori, l’urbanistica, le politiche pubbliche, ma la stessa vita culturale e, volendo, persino la stessa struttura antropologica. Fiat ha significato per Torino centinaia di migliaia di meridionali arrivati qui all’arrembaggio, disperati e volenterosi, ma anche una struttura istituzionale alternativa e parallela a quella pubblica, dalla Mutua aziendale ai servizi per il dopolavoro, dalle colonie alla grande famiglia che andava dagli allievi agli anziani Fiat.
Il fatto è che Fiat significa semplicemente gli Agnelli, una dinastia che si intreccia con questa storia industriale e con la sua città. E anche se ai tempi suoi l’Avvocato non si è mai identificato appieno con Torino, per capire la forza del rapporto coi torinesi basta pensare alla folla accorsa ai suoi funerali. La dinastia degli Agnelli è sempre stata questo, a metà fra noi e loro, fra gli ideali del tempo e l’isolamento del successo. Giovanni Agnelli ha sposato a Strasburgo donna Marella Caracciolo dalla quale ha avuto due figli, Margherita ed Edoardo. Gianni Agnelli aspettò il suo turno alla Fiat fino al 1966, dopo 20 anni della reggenza di Vittorio Valletta, che chiamavano il professore perché aveva insegnato in un istituto di ragioneria. L’Avvocato internazionalizzò la Fiat e segnò la storia del secolo. Quando morì suo fratello, Umberto regnò per pochissimo tempo, e alla sua morte il figlio Andrea sembrava quasi volersi allontanare. Nel 2003, la Famiglia decise di varare un aumento di capitale da 250 milioni di euro per salvare la Fiat. John, Lapo e Ginevra sono i figli di Margherita e Alain Elkann. Il primo si è laureato in ingegneria ed è diventato il nuovo erede. Nel frattempo molte cose sono cambiate, ma c’è qualcosa che è rimasta sempre, o che è ritornata, come la grandezza della Fiat, proprio quando sembrava finita. Dentro a questo percorso, c’è tutto il resto.
Gli Agnelli in questo secolo di vita sono sembrati quasi a metà tra i Buddenbrook e i Kennedy, se si pensa alla loro ascesa e alle loro discese, nel dolore e nel precipizio della vita. Ma hanno segnato il Paese anche con il loro stile, fondato su un cosmopolitismo da Grande Borghese, su una globalizzazione ante litteram, dove la ricchezza era sì potere e profitto, ma era pure investimento, era incontro con finanzieri, con politici, con intellettuali, era cultura. Era stile, appunto.