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 2007  maggio 30 Mercoledì calendario

Il Sole-24 Ore, mercoledì 30 maggio La signora Ma è un’imprenditrice del Guangdong che, da qualche tempo, fa sempre più fatica a trovare operai da impiegare nella sua fabbrica

Il Sole-24 Ore, mercoledì 30 maggio La signora Ma è un’imprenditrice del Guangdong che, da qualche tempo, fa sempre più fatica a trovare operai da impiegare nella sua fabbrica. Il signor Wang è un manovale di Pechino che trema all’idea di essere rispedito a casa quando, poco prima delle Olimpiadi, la città chiuderà i cantieri e darà il foglio di via all’esercito di emigrati che l’ha ricostruita pezzo per pezzo in vista del 2008. Manodopera che scarseggia e costa sempre più cara nelle province ricche del Sud e della fascia costiera; abbondanza di braccia nelle aree povere e depresse del Paese dell’Ovest: dopo vent’anni di crescita economica selvaggia e forsennata, la Cina si trova a fronteggiare un mercato del lavoro completamente squilibrato geograficamente. Un mercato anarchico e senza regole, reso ancora più instabile, incerto e inefficiente dall’ingresso sulla scena economica dell’impresa privata e dal rapido insediamento dell’industria manifatturiera straniera, che ne hanno sconvolto i canoni non scritti postulati fin dall’epoca maoista. Ossessionato com’è da qualsiasi rischio di instabilità sociale, un paio di anni fa il Governo ha compreso che era venuto il momento di mettere ordine nel mercato del lavoro. E ha iniziato a riscriverne le regole. Ora la nuova legge destinata a disciplinare il mondo dell’occupazione è finalmente in dirittura d’arrivo. Secondo quanto si dice a Pechino, dovrebbe essere varata entro la fine di luglio, come stabilito dall’Assemblea nazionale del popolo (il Parlamento cinese). Ma tra gli esperti c’è molto scetticismo. "una questione delicata sulla quale i diversi gruppi di potere hanno opinioni contrastanti. Non credo sarà facile trovare un consenso in tempi brevi", avverte un esponente sindacale che ha seguito l’iter della legge sul lavoro fin dall’inizio. La divergenza di vedute tra le parti sociali è ampia. Ecco perché, nel tentativo di mettere tutti d’accordo, la Commissione permanente dell’Assemblea nazionale del popolo è stata costretta a mettere più volte mano alla bozza del testo di legge. Il timore di sollevare malcontento e malumore è tale che, ai primi di aprile, Pechino si è decisa a usare una procedura a dir poco rivoluzionaria per il costume politico cinese: alla gente della strada è stato chiesto di inviare commenti e suggerimenti sulla nuova legge. In pochi giorni, gli uffici preposti sono stati travolti da una valanga di risposte: circa 200mila che hanno costretto il Governo a chiudere anzitempo il sondaggio. Il sentimento popolare ha fornito a Pechino un ampio spettro di problematiche sulle quali la gente vorrebbe delle risposte. C’è il grande problema della divergenza strutturale tra domanda e offerta di manodopera che separa le diverse aree del Paese. C’è l’altro grosso problema della chiusura delle aziende di Stato, che lasciano spesso un vuoto incolmabile sul mercato del lavoro locale. Ma ci sono anche altri nodi, più piccoli e meno visibili ma altrettanto delicati e sensibili per l’equilibrio delle relazioni industriali, sui quali è stata richiamata l’attenzione del legislatore. Uno su tutti: il contratto di lavoro. A giudicare dai commenti popolari, su questo fronte oggi il mercato occupazionale è una vera e propria giungla. Ci sono milioni di persone che lavorano senza la garanzia di un contratto scritto; che possono essere licenziate senza preavviso; che percepiscono salari da fame ben al di sotto dei minimi legali; che addirittura non vengono pagate e non possono rivalersi sul datore di lavoro. La nuova legge, che sarà una legge quadro da implementare sul campo con i regolamenti attuativi, cercherà di sanare tutte queste situazioni. Stando a quanto filtra dalle stanze del potere, l’obiettivo è standardizzare e rendere più trasparenti i contratti di lavoro. La normativa, inoltre, dovrebbe dare un minimo di disciplina ad altri istituti accessori come la liquidazione per fine-rapporto, la protezione e la sicurezza nelle fabbriche, gli accantonamenti previdenziali. Tutte cose giuste e sacrosante di cui in Cina per oltre vent’anni non si è mai parlato. Con buona pace del mondo imprenditoriale, compreso quello straniero e delle multinazionali, che sull’assenza di regole e di protezione dei lavoratori cinesi ha costruito parte delle proprie fortune oltre la Grande Muraglia. Ciò spiega perché l’arrivo di una nuova legge dai contenuti ancora sconosciuti venga percepita come una minaccia alla tradizionale flessibilità del mercato occupazionale del Dragone. "Disciplinare le situazioni inique e vessatorie - osserva preoccupato un imprenditore europeo - è giusto. Ma bisogna stare attenti a non irrigidire troppo le regole e a non concedere troppo spazio ai sindacati dentro le fabbriche. Se il costo del lavoro dovesse salire troppo e se i margini di manovra delle imprese nell’assumere e licenziare il personale venisse ridotto, finirebbe la convenienza di produrre merci in Cina". Non è il solo. Questa preoccupazione, infatti, è emersa esplicitamente anche dal sondaggio condotto dal Governo per tastare il polso alle parti sociali. In questo senso, seppur con toni cauti e soffusi, si sono espresse anche alcune Camere di commercio e alcune associazioni industriali di categoria straniere. "La nuova legge sul lavoro - avverte la società di consulenza Minter Ellison - è certamente destinata a cambiare le relazioni industriali in Cina. Ma se la normativa dovesse risultare troppo protettiva per i lavoratori e troppo penalizzante per le imprese, c’è il rischio concreto che molte aziende straniere ritirino i loro capitali dal Paese e decidano di investire altrove". Luca Vinciguerra lucavin@attglobal.net