Gian Antonio Stella, Corriere della Sera 30/5/2007, pagina 39., 30 maggio 2007
Spropositi. Corriere della Sera, mercoledì 30 maggio "La lotta all’evasione è dai tempi della prima finanziaria fatta nell’antica Roma che viene indicata come strumento per colmare il deficit pubblico", sdottoreggiò un giorno Maurizio Gasparri
Spropositi. Corriere della Sera, mercoledì 30 maggio "La lotta all’evasione è dai tempi della prima finanziaria fatta nell’antica Roma che viene indicata come strumento per colmare il deficit pubblico", sdottoreggiò un giorno Maurizio Gasparri. E chiuse: "Vedremo se a Ciampi andrà meglio che a Numa Pompilio. Non tutti lo sanno, ma proprio i problemi finanziari furono, con Numa Pompilio, all’origine dei guai dell’impero romano". Vero: non tutti lo sanno. Anzi, chi ha avuto la ventura di leggere perfino qualche libro non farebbe mai collegamenti simili. Dalla morte del successore di Romolo primo all’inizio convenzionale dell’impero romano con Ottaviano Augusto passarono infatti 643 anni. Un capitombolo fra i tanti. Giulio Tremonti declamò a Teano "qui centocinquanta anni fa si disse che fatta l’Italia bisognava fare gli italiani...", attribuendo a Garibaldi o a Vittorio Emanuele II una frase di Massimo D’Azeglio. L’azzurro Giuseppe Amato derubò Voltaire citando alla Camera "le parole di Rousseau: anche se non condivido le vostre idee, mi batterò affinché voi le possiate manifestare". Silvio Berlusconi, ignaro che fosse morto da decenni, arrivò a dire in tivù: "Sarò felicissimo di conoscere papà Cervi". Infortuni, in questi casi. Stefano Pivato, docente di Storia contemporanea a Urbino, autore di numerosi saggi tra i quali i fortunati La storia leggera. A proposito di musica e storia, Il nome e la storia: onomastica e religioni politiche nell’Italia contemporanea o I terzini della borghesia, va oltre. E nel suo ultimo libro ( Vuoti di memoria / Usi e abusi della storia nella vita politica italiana, Laterza) sostiene che "ormai la cultura politica ha definitivamente divorziato dalla storia. E se un tempo il passato serviva a ricordare la coerenza di percorsi e idealità, oggi la sua cancellazione serve soprattutto alla convenienza di alleanze tattiche". In pratica, "nell’arco di un decennio, all’emergere di una "nuova politica" ha fatto da contrappunto la proposta di una "nuova storia" urlata in televisione, esposta sui quotidiani, banalizzata nei dibattiti. Banalizzazioni per l’appunto. Banalizzazioni che però si stanno trasformando in un senso comune storico diffuso che poggia proprio sui vuoti di memoria delle nuove generazioni. E quei vuoti di memoria si fondano su una progressiva perdita di valore della storia come disciplina formativa un tempo vocata alla costruzione di coscienza civica e civile del cittadino". Che il terreno fosse propizio è innegabile. Già dieci anni fa una ricerca a tappeto aveva dimostrato che una parte di studenti universitari (universitari!) pensava che Nikita Krusciov fosse l’autore di "Anna Karenina", Rosa Luxemburg un’attrice del teatro tedesco, Alcide De Gasperi (e non Agostino Depretis) l’inventore del "trasformismo". Un sondaggio recentissimo della Swg ha accertato che l’8% degli studenti delle "superiori" sa a malapena che la Shoah è "qualcosa che riguarda gli ebrei" e il 40% non ne ha mai sentito parlare. Per non dire, sorride amaro Pivato, dell’abissale ignoranza che emerge da certi programmi come "La pupa e il secchione" dove "sconosciuti appaiono alle concorrenti, poco più che ventenni, i ritratti di Gandhi, Hitler, Stalin e Mussolini. Ignorata anche l’identità di Sandro Pertini". Davanti all’immagine di Garibaldi una concorrente sussurra: "Dev’essere quello delle mille lire", confondendolo molto probabilmente con Giuseppe Verdi. Infine, di fronte alla più classica delle immagini di Carlo Marx una delle partecipanti al reality risponde "Babbo Natale". Va da sé che in un contesto simile, un politico indifferente ai documenti può vendere la storia che più gli piace. La più utile al proprio partito o al proprio schieramento. Ed ecco, spiega lo storico urbinate, che "alla campagna reale delle inchieste di fine Ottocento si sostituisce la campagna ideale della "Mulino Bianco history". All’interno della quale le prospettive si confondono, le linee del passato si obnubilano. Dentro la "Mulino Bianco history" ci sta tutto e il contrario di tutto. Anche i falsi storici di un disinvolto uso politico della storia. "La "Mulino Bianco history" appiattisce e banalizza il senso del tempo. una storia che elimina antagonismi e differenze e propone uno schema favolistico nel quale tutto è messo sullo stesso piano con l’inevitabile lieto fine. , ancora, un viaggio a ritroso che annulla le distinzioni riabilitando il passato come età dell’innocenza". Ed ecco Silvio Berlusconi sentenziare che Mussolini "non uccise nessuno" e "mandava la gente a fare vacanza al confino". Ecco Gianfranco Fini (che pochi anni prima definiva il Duce "il più grande statista del secolo") dichiarare che "Salò fu una pagina vergognosa" e insieme proporre coi suoi parlamentari il riconoscimento ai combattenti della Rsi di "militari belligeranti, equiparati a quanti prestarono servizio nei diversi eserciti". Ecco crescere, nonostante la ferocia di Rodolfo Graziani ad esempio, il mito del "colonialismo buono" italiano, che spingerà la Rai a comprare il dossier Fascist Legacy della Bbc e non mandarlo mai in onda, né sotto la destra né sotto la sinistra. Ecco la sinistra cedere di schianto sulle foibe, tragedia per decenni negata, senza più chiedere neppure che l’orrore delle foibe anti-italiane fosse studiato insieme all’orrore dei lager e delle foibe anti-slavi. O senza inquadrare gli omicidi dell’immediato dopoguerra nel loro contesto. Basta dimenticare. Basta rimuovere. Per non dire degli aspetti più spassosi, se qualche baccalà non ci cascasse. Come certe "lezioni" di Umberto Bossi: "Giulio Cesare è stato il primo leghista. Per questo l’uccisero. Voleva sostituire la classe politica e militare romana coi galli. Meglio ancora, con la sua III legione, che poi erano i lombardi". lì che dovrebbero intervenire gli storici. Esponendo i pusher di "nuove verità" ad alte e solenni pernacchie. Ed è lì che mancano. Perché? L’autocritica di Pivato è impietosa: "La corporazione degli storici ha mostrato una scarsa propensione non solo alla divulgazione, ma anche all’utilizzo dei nuovi canali di comunicazione". Di più: "C’è sempre stata, da parte degli storici accademici, una sorta di diffusa insofferenza nei confronti della divulgazione storica: "giornalistico" è il peggior aggettivo che possa essere assegnato a uno storico". Tutta colpa del modo in cui si formano i docenti. Cioè della "lentezza della carriera universitaria e, di conseguenza, della lunga tutela e dipendenza a cui il ricercatore è sottoposto. Ne consegue una produzione scientifica in gran parte autoreferenziale: pagine e pagine di libri che "non parlano" a un pubblico potenziale ma si rivolgono a una ristretta (anzi ristrettissima) cerchia di specialisti che sono gli stessi che devono promuovere l’apprendista storico al gradino superiore della carriera accademica. E, nel migliore dei casi, lo storico accademico raggiunge la sua piena autonomia dopo i cinquanta anni: una età nella quale generalmente – secondo le statistiche – si smette di fare ricerca". Risultato: nel "quarto di secolo nel corso del quale il ricercatore confeziona ricerche, produce libri che hanno due esclusivi canali di fruizione: da una parte gli specialisti (i potenziali commissari di concorso); dall’altra gli studenti obbligati ad acquistare testi d’esame che non avrebbero altro mercato. Ma un libro specialistico non ha alcun valore educativo e didattico per studenti privi degli elementari prerequisiti della storia". Ma ha senso, fare storia così? Gian Antonio Stella