Gian Antonio Stella, Corriere della Sera 31/5/2007, pagina 1., 31 maggio 2007
Sugli alleati Romano copiò Silvio Corriere della Sera, giovedì 31 maggio Una delle due: o ci capitano sempre dei premier piagnoni o abbiamo un problema di governo più serio
Sugli alleati Romano copiò Silvio Corriere della Sera, giovedì 31 maggio Una delle due: o ci capitano sempre dei premier piagnoni o abbiamo un problema di governo più serio. Che va oltre la destra e la sinistra. Oltre i capricci di Tizio e Caio. Oltre le prepotenze di Mevio e Sempronio. Lo sfogo di Romano Prodi contro gli alleati in perenne baruffa, infatti, sembra la copia carbone di mille sfoghi del passato. Primi fra tutti, quelli cui si lasciava andare Silvio Berlusconi. Si dirà: roba già vista, fa parte della politica. Vero, in parte. Come dimenticare, per esempio, le insofferenze verso certi compagni di strada ("Sanda bazienza! Sanda bazienza!") di Ciriaco De Mita? Un giovane cronista, vedendolo esasperato, gli dedicò un giorno un blues diventato un piccolo "cult": "Se rinasco resto a Nusco / gioco a carte e me ne infischio / in politica non rischio / n’altra volta non ci casco / se rinasco resto a Nusco!" A quei tempi, però, tirava un’altra aria. Cadeva un governo? Ne facevano un altro. Non andava a casa metà della classe politica. Tanto meno il Parlamento. Un giocatore come Bettino Craxi poteva permettersi perfino di ringhiare: "I repubblicani dicono di essere i cani da guardia del rigore? E ai cani noi diciamo: cuccia!" Oggi no. Il potere di veto dei partiti minori, se non dei singoli deputati e senatori, è cresciuto al punto che tre settimane fa, prima di essere travolto alle comunali, Leoluca Orlando poteva permettersi di minacciare: "Se non mi dà il salario minimo per i palermitani io Romano Prodi lo faccio nero! Butto giù il governo! Chiaro?" E va così da anni. Fin da quando Michele Serra rideva del Cavaliere costretto a fare i conti con Casini e Mastella: "Povero miliardario ridens, offre il suo desco a tutti gli alleati e quelli appena usciti da casa sua satolli come colombe ripiene, ancora con lo stuzzicadenti in bocca, cercano giornalisti amici ai quali parlar male del padrone di casa". Da quando Fausto Bertinotti, nella prima stagione ulivista, ghignava sugli scossoni inflitti a quel Romano Prodi che poi avrebbe fatto cadere: "I governi migliori, i più innovatori, sono quelli terremotati". Da quando Massimo D’Alema, da sempre allergico alle pretese dei partiti minori ("Giunto in età matura, continua a gettare bombe molotov non più su poliziotti e carabinieri ma sugli alleati", ironizzò un giorno Carlo Ripa di Meana) sbuffava dal ponte di comando di Palazzo Chigi: "La mia maggioranza? Un mezzo partito, cioè i Ds, e dodici virus". Nessuno, però, si è mai lagnato tanto di questi lacci e lacciuoli quanto Berlusconi, nonostante contasse nella sua seconda Era azzurra su un numero di seggi mai visto. Perdeva le elezioni? Diceva: " un voto dovuto agli effetti distorcenti della cosiddetta "par condicio" e dall’essere il Capo del Governo il bersaglio di tutti gli attacchi e di tutte le aggressioni dell’opposizione e dei suoi media con un "effetto parafulmine" a vantaggio degli alleati". Gli si mettevano di traverso su qualche provvedimento? Sbottava: "Uno come me, con un patrimonio di 20 mila miliardi, deve perder tempo con voi! Vorrà dire che quando mi sarà passata, visto che sono una persona gentile, vi scriverò qualche cartolina dalle Bahamas". Accusava: "Io ho fatto un mare di battaglie in vita mia mentre i miei alleati hanno fatto solo politica". E via così. Fino ad arrivare, stando a una ricostruzione di Vittorio Feltri confermata da Francesco Cossiga, ad aggredire quelli dell’Udc con parole che monsignor della Casa avrebbe disapprovato: "Voi ex-democristiani mi avete rotto il cazzo! Basta con la vecchia politica. Conosco i vostri metodi irresponsabili. Fate favori di qua e di là e poi raccogliete voti, ma io vi denuncio, non ve la caverete a buon mercato, vi faccio a pezzi. Io le televisioni le so usare e le userò. Chiaro? Mi avete rotto i coglioni. Non mi faccio massacrare per poi schiattare come un pollo cinese. Se andiamo avanti in questo modo ci stritolano, lo capite o no, affaristi che non siete altro?". Il taglio alle tasse? "Io avrei fatto di più ma non posso contare sul 51% dei voti. Devo sempre fare i conti con l’indispensabilità marginale dei singoli partiti. Purtroppo un generale fa le guerre con i soldati che si trova..." Tutti quei litigi! "Italiani, date il 51% a Silvio Berlusconi: io con me stesso non ho mai litigato". Errori di governo? "Non ne vedo. Non ho preso tutte le decisioni che avrei voluto prendere, questo sì. Ma un giorno ti dice "no" questo partito, un giorno ti dice "no" quest’altro, un altro giorno quest’altro ancora..." Domanda: ma li avete mai sentiti Tony Blair o Jacques Chirac, George W. Bush o Gerhard Schröder, lanciarsi in lagne simili? Eppure, voltata la carta e cambiato il governo, ci risiamo. E dopo avere ostentato per mesi un rubizzo ottimismo, al punto di assicurare che dopo i primi giri di prova il suo governo avrebbe "girato come il motore di una Feraaaari" e che lui (come disse in un’intervista al ”Die Zeit”) aveva meno problemi della Merkel perché quella aveva a che fare "con due partiti con 40 diverse correnti" e lui "solo 9", anche Romano Prodi dice che non ne può più. Che così non si può governare. Che le liti ci espongono a brutte figure all’estero. Che "non si può accettare che ogni misura venga infilzata dalla tua maggioranza, a volte ancora prima che abbia visto la luce". Tutte parole che dovrebbero spingere i partiti minori dell’una e dell’altra parte a porsi quella fastidiosa domanda iniziale: abbiamo solo dei leader piagnoni o va ridotta, per il bene di tutti, la sovrabbondanza litigiosa di galli e galletti? Gian Antonio Stella